Elogio del Mistero, o sia dell’incomprensione

Spesso chi sta guerrescamente trincerato dietro la famosa “sindrome dell’incompreso” (uguale e contraria a quella che affligge chi ha capito tutto), costei/costui è poco più, o poco meno, di una vittima (del) sociale che non riesce o non può andare oltre una propria rabbia incistita. Così la comprime, questa rabbia, la assume come proprio tratto identitario, e la sfoga e nutre lasciandosi agire da essa – in tanti diversi modi e con tante diverse sfumature – nella propria immagine pubblica e nei suoi comportamenti relazionali.
Lo fa in forme depressive, ora autolesionistiche ora euforiche e variamente esplosive; oppure lo fa in forme aggressive, razionali, e diventa un cinico arrivista, e narcisista, sotto le mentite spoglie (mentite anzitutto a se stesso/a) di vittima: un mascheramento piuttosto efficace perché ha basi solide nella verità originaria delle cause della propria condizione. Il maschio eroismo della fu vittima.

Questi tipi umani non mi spaventano, e sono perfino, entro certe soglie, recuperabili all’umano, di cui conservano qualche scintilla nella maggioranza dei casi. A volte bisogna stare guardinghi, tenersi pronte e pronti a scartare di lato all’improvviso, o imparare ad agire una sorta di indifferenza per proteggere se stessi, se e quando occorra, ma al netto di questi accorgimenti, tutto sommato, costoro non costituiscono un gravissimo problema di patologia della civiltà (al più costituiscono una palla al piede, una noia o un pericolo individuale per chi si convinca di doverli “salvare” a ogni costo, o per chi, ingenuamente o in temporanea mancanza di meglio, li individui come possibili alleati).

L’unico danno serio che costoro possono procurare – sorta di effetto collaterale della loro condizione – è che si rischia che facilmente diventino complici, spesso inconsapevoli, delle attuali evolute evolventi declinazioni dei fascisti, e quindi anche degli adepti del capitalismo d’oggi – specialmente nel gran guazzabuglio sociologistico in cui siamo immersi fino al collo tutte e tutti proprio in questo momento.
No, queste e questi non sono carnefici, o, se e quando lo dovessero diventare, lo sono, grossomodo, nella forma in cui storicamente lo furono “i volenterosi carnefici di Hitler” (cioè in estrema sintesi molti “tedeschi qualsiasi”), ben inquadrati nel bel libro di Goldhagen che reca questo titolo. Qualcosa cioè sì di pericoloso, ma oggi riconoscibile e noto, e perciò, almeno in potenza, contrastabile.

Gli incompresi dunque non fanno mai davvero paura. Anzi, saranno probabilmente tra le e i pochi a tessere o ritessere la civiltà – nei più neri periodi che ci attendono – quelle e quelli tra gli incompresi che trovino la forza e la sapienza di riandare all’origine del proprio disagio, lo sbugiardino, e quindi, a seguire, riescano ad assumere l’essere incompresi come virtù, cioè divengano letteralmente incompresi perché non compresi nel e dal blob sociale malato, individualista-di-massa e anticollettivo; e ancor meglio se, con sapienza e forza perfino maggiori, riescano a ritrovare calma visionaria e appassionata lucidità a un punto tale da risultare impermeabili alla comprensione, cioè letteralmente e finalmente incomprensibili.

Fanno quindi (molta) più paura, ben a ragione – e fanno molto più danno, oggi, e direttamente – tutte e tutti quelli che, se n’avvedano o meno, vengono compresi, e che alla comprensione totalizzante e alla comprensibilità ambiscono sopra ogni cosa.






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