L’ABC della professionalità

Oggi un appuntamento sostanzialmente lavorativo mi è stato annullato all’ultimo minuto, quando ero già nel luogo concordato. Si trattava di un primo incontro, di quelli in cui si suppone che ci si debba ‘fiutare’ e si debba provare a fare vicendevole buona impressione.
Il motivo di questo altrimenti strano inghippo:

– “Pronto… Ciao Gianluca…
– “Ciao! Sono appena arrivato al bar ma cattive notizie: è chiuso… Ci vediamo in un altro in zona che ti viene comodo?
– “Senti, lo so che così, proprio all’ultimo minuto… Mi dispiace molto, ma appena uscita, sull’uscio di casa, c’era un rondinino in terra… E non sa volare… Non so com’è finito qui perché ho visto e non ci sono nidi di rondini… Perciò… ecco… Sono rientrata… Mi sto prendendo cura di lui ora… Non lo posso lasciare così, ci sono pure i gatti… L’ho portato in casa e sto cercando di capire cosa devo fare… Mi dispiace molto ma non…
– “Certo! Gioia! Non ti preoccupare proprio per nulla! Come sta il rondinino?“.

Ecco, questo mettere la esistenza di un rondinino prima dell’utile potenziale, prima dell’efficienza professionale, prima della bella prima impressione che si suppone si debba fare, questa scelta a me ha subito commosso, mi ha davvero fatto provare grande gioia.
Ora, elaborando l’accaduto varie ore dopo: io voglio solo e soltanto collaborare con esseri umani così. Solo di queste e questi io ormai mi fido professionalmente. Perché se te ne fotti del benessere di un rondinino per incontrare me, ci stai meno di niente sia a fottere me, sia, fottendo me, a fottere te stessa/o.
Se non hai queste basi elementari, animali, dell’umano, puoi essere la persona più competente, meglio posizionata sul mercato, e con la maggiore efficienza astratta possibile, ma non puoi essere una/un professionista degna di nota. Letteralmente indegna di nota: se non sei così, non sei più musica, quindi prima o poi risulterai carente, se non pericolosa, anche nella relazione professionale.


La spada, la pace e un bicchiere d’acqua fresca

« Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada ». [Matteo, 10:34]

Premessa importante: in questo momento Matteo sta riferendo un discorso fatto da Gesù mentre era coi suoi apostoli per cazzi loro, allertandoli sul fatto che saranno assicutàti, perseguitati, dai potenti di turno. Non è quindi un discorso pubblico come poco prima il famoso “Discorso della montagna” (per capirci: quello che inizia con “le beatitudini”), che invece è (abilmente, caspita!) fatto a una massa. ‘Sto qui era uno che (anche) di comunicazione ne capiva proprio assai: di fatto uno dei più grandi comunicatori della storia delle civiltà umane. Credo che il motivo sia nel fatto che era uno sensibile, empatico, intelligente, e con una visione, non uno a cazzo di cane, in balia di tendenze varie e privilegi, che miagolava nel buio a ogni bagliore casuale. Infatti selezionava e pesava ogni singola parola che diceva, in base a:
– il contesto in cui parlava
– le persone cui parlava
– la intenzione con cui parlava.
Le tre cose insieme, non una per volta o quella che gli conveniva sul momento: tutte e tre insieme. E infatti non risulta che abbia mai blaterato vittimisticamente di “ironia”, “comicità”, “satira” o “libertà di espressione”, anche perché lui su chi e come si sia o non si sia vittima, ecco, su questo pare sia stato uno dei più grandi specialisti della storia.

Dunque, ‘sta cosetta di no pace sì spada, che dice agli apostoli, è centrale, cardinale. ‘Sta faccenda cioè che in pratica chi come lui agisce attivamente per un cambiamento non di facciata è gran scassacazzi combattente, e non c’è altra possibilità che scassare malissimo lo status quo. Subito dopo [Mt, 10:35-36] infatti specifica: “Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua“. E poco prima [Mt, 10:26] aveva premesso: “Il fratello darà il fratello a morte, e il padre il figlio; i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire“. Così proprio dice, a scanso di equivoci, ché sulle faccende di metodo, intenzione e conseguenze della trasformazione dello status quo è meglio esser chiari.

Ora, però, ‘sta cosa centrale di no pace si spada non vuol dire: “avanti! Prendi la prima lama che ti capita di avere attorno, senza aver prima capito una beata minchia, e mettiti a tagliare a-cazzo-di-cane come ti pare e ti conviene!“. Anzitutto non dice questo perché sennò… Avrebbe detto questo! Infatti, come già abbiamo notato prima, era uno che quando parlava tendeva a essere molto pillicùsu, esattissimo.
Infatti all’inizio del discorso dice [Mt, 10:16], a premessa di metodo: “vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe“. E subito dopo aver detto questo, illustra l’analisi della situazione, con precisione, dicendo agli apostoli quali sono le carte in tavola, chi tiene il banco, e come si comporterà con loro chi tiene il banco per non essere spodestato. E specifica pure [Mt, 10:28] di non farsi infettare la propria identità e il pensiero, che, nell’azione in questo mondo, è corpo e anima insieme: “non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna“.
(Il riferimento alla Geenna è una cosa precisa -. il culto di Moloch, le uccisioni rituali di bambini piccoli, etc – e tutto ciò ha dei sottotesti e una o più cornici, ma ovviamente non sto facendo un discorso teologico).

Ora, una cosa che io trovo esattissima e superbella è come conclude ‘sto discorso agli apostoli, proprio la frase conclusiva del discorso [Mt, 10:41-42], che è un’apertura alla possibilità-coraggio-responsabilità-opportunità, per chiunque lo voglia, di almeno non rompere il cazzo a chi cerca di assumersi – con cognizione di causa, competenza, coerenza e metodo – la trasformazione dello status quo:

« Chi riceve un profeta come profeta, riceverà premio di profeta; e chi riceve un giusto come giusto, riceverà premio di giusto. E chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è un mio discepolo, io vi dico in verità che non perderà affatto il suo premio ».

Che fa’, ciccine e ciccini miei cari, magari lo versiamo ‘sto bicchiere d’acqua? Lo so che si vuole privatizzare pure l’acqua e quindi tendete a essere tirchi ed egoisti pure sull’offrire un miserello e facilissimo bicchiere d’acqua a uno di questi piccoli, ma, insomma, almeno questo, oh..! Diabole et Domine (cioè: diamine!).









Tutt’altra sostanza

Non concepisco più compiuta realizzazione personale, individuale, di quella fatta insieme. Il concetto di “vittoria individuale”, e tutta la maschia epica fasulla del rampantismo, dei “vincitori”, del “successo”, queste sono cose la cui pericolosità è conclamata.
Voglio dire: non so se ci siamo accorti che anche a causa di queste attitudini siamo nel bel mezzo di una pandemia, nel quadro di una catastrofe climatica clamorosa e in uno stato della democrazia sostanzialmente pre-fascista…

La musica, invece, fatta insieme, da esseri umani prima e oltre il mercato anche se in un mercato ci stanno con serietà, ecco, questa musica ha tutt’altra sostanza. E si sente.





L’armadillo e la direttrice d’orchestra

Direttore d’orchestra, direttrice d’orchestra: che conta?
Ciccìni miei cari, non sono le etichette a qualificare chi fa un mestiere: conta la preparazione, il modo in cui si fanno le cose. Sono d’accordissimo con voi.
Quindi domattina, per farmi riparare l’impianto elettrico che va in corto circuito, chiamerò l’armadilla – perché le etichette non connotano – non quel femminista integralista che insiste a volersi far chiamare “elettricista”. Quello lì ci danna l’anima col suo fondamentalismo isterico, e insiste a voler essere chiamato “elettricista”, e non, com’è giusto, armadilla. L’ideologia femminista lo riempie d’odio verso noi maschioni, per i quali le etichette non contano: sicuramente, essendo un armadilla e non uno spazzino, scopa poco. Il suo odio contro noi maschioni è tale in lui, che finisce per violentare la bella lingua della nostra grande patria, che poi sarebbe la stessa lingua della loro grande matria.
Il fatto è che lui – lo armadilla femminista che insiste a farsi chiamare “elettricista” pur riparando impianti elettrici e maschio essendo – lui non è un’ingegnera né una nefrologa, e quindi, poco sapendo di calcoli in ogni caso, ‘sto minchierico sostiene che le parole contano! E così vuole essere chiamato “elettricista”. Neppure “elettricisto”, che già sarebbe almeno tollerabile, proprio “elettricista”, con la “A”! Con la “A”, cozza!

Sì, sono d’accordo con voi: le parole non connotano per nulla, sono del tutto indifferenti. Genere grammaticale, genere semantico, usi corretti nei nomina agentis, secoli e secoli di sviluppo e documentazione del lessico non contano neppure.
Anzi, a che ci siamo, dopo avere giustamente osteggiato e azzerato le professioniste il più possibile – vieppiù quelle con l’aggravante di essere da noi considerate di bel sembiante – propongo di cancellare direttamente la “A” dal novero delle vocali, così noi maschioni corriamo molti meno rischi di essere sopraffattx da* fondamentalistə del politicamente corretto.
Il problemo dell’impionto elettrico in corto circuito nello mio coso però resto: ovete do consigliore uno armadilla brovo e che emetto fotturo? Mi serve in fretto però, ciccini miei cori, perché sennò restiomo ol buio più di quonto giò non siomo.

Carmen Bulgarelli (1910-1965), direttrice d’orchestra

Paladini contro lo streaming - pupi siciliani, opera dei pupi

Paladini Contro Lo Streaming: la cagnara della Reazione

Sarebbe divertente se fossi cinico, ma poiché non lo sono, non è divertente: osservo che i più accesi Paladini Contro Lo Streaming in quest’anno, sono in questo momento lì a promuovere (nella gran parte dei casi pure piuttosto maldestramente) loro realizzazioni in streaming, con post pieni di punti esclamativi. Che Spettacolo!

Nota per i Pipì [PP: “Polarizzatori Paralizzanti”, non “Pier Paolo”]:
Non sto partecipando, con questa piccola osservazione, al masturbatorio pseudodibattito “streaming sì o no”. Metto semplicemente l’accento sul fatto che una gran(dissima) parte di reazioni in e a quest’ultimo anno, di colleghi e colleghe, sono state e sono semplicisticamente e letteralmente reazionarie: difesa dello status quo, in reazione a una percepita (fatta percepire) aggressione esterna. Ciò anche se ‘sto status era, ed è, avvilente, svilente, suicida o criminale. Per il semplice fatto che è noto, risulta rassicurante, anche accollandosi il disagio più o meno estremo che comporta abitarlo ed esserne parte.

Questa reazione è accaduta e accade sotto mentite spoglie idealisteggianti, che nel metodo e nella sostanza profonda sono la conferma di ciò che si pretenderebbe di voler diverso da come è, o, se non la conferma, almeno sono perfettamente funzionali allo status quo.
Il tutto, in gran parte, agito in buona fede: che è forse pure peggio perché è più difficile da smontare.

Queste osservazioni non implicano un pessimismo cosmico e, in ultima analisi, (s)fascista a sua volta. Infatti ci sono stati e ci sono pensieri e azioni diversi da questi – esito di responsabilità e visione per le se stesse e i se stessi futuri e per chi oggi è giovane. E sono esattamente questi pensieri e azioni che tra vari anni, compiuti i ricambi generazionali, avranno gettato semi per il futuro, pur ora invisibili e in apparenza impotenti nella melmosa cagnara della Reazione.