bell hooks

Non possiamo iniziare la lotta come oggetti, e diventare soggetti in un secondo tempo
(Paulo Freire)

Sono profondamente triste in questo momento: ho appreso della morte di bell hooks (all’anagrafe e in alcuni momenti e situazioni: Gloria Jean Watkins).

bell hooks [scrivo il suo nome in minuscolo, come da sua volontà e impostazione], bell hooks è stata per me – in tempi recenti in sempre maggior crescendo – la singola autrice con cui sono più entrato in sintonia, al punto da cominciare a considerarla una delle mie Maestre, e certo un essere umano con cui mi è prezioso fare intensi dialoghi: per me stesso, e quindi per noi.

“Noi”: sì, intendo pure tu che, leggendo, in questo istante sei in relazione con me, in un luogo – quello delle parole, in senso più ampio quello della teoria – che è luogo comune (a dispetto del decoro dei borghesetti timorati soltanto, in fin de’ conti, d’un dio che più finto non si può figurarlo: se stessi senza noi).

L’elaborazione condivisa della memoria fin personale, come processo, da e con i corpi, da e nelle esperienze, nell’eros: fare comunità, comunicarci, accettare l’acqua sporca quando hai sete e distinguere però lo sporco dall’acqua nell’atto stesso di dissetarti.

Ad alcuni (poveretti…) può apparire curioso che i testi di bell hooks che più mi hanno coinvolto, specie di recente, siano quelli di pedagogia: io non insegno, non ho allievi, non faccio l’operatore di comunità, né sono padre o ricopro ruoli a vario titolo pedagogici. Invece ritengo che proprio la pedagogia – se è quella come bell hooks – sia oggi una prospettiva preziosa anche e specialmente a chi non ha ruoli o mestieri pedagogici. Perché abbiamo bisogno (e pure urgenza estrema!) di ri-educare anzitutto noi stesse e stessi: a praticare la libertà, il corpo, l’eros, le relazioni, il pensiero critico senza astrazioni; a ridisegnare cosa sia “sapere”; a ri- e co-abitare la teoria come luogo di liberazione possibile e non di oppressione; a ridivenire, da oggetti, soggetti. E, anzitutto, a rispettare e accogliere la nostra e la altrui sofferenza in questo processo: fino ad amarla, ad amarci. Noi.

foto di bell hooks realizzata da Liza Matthews

Nel “presente” artistico immaginare, a un passo dalla fine

« Gli elementi che – in mancanza di migliori parole – possiamo dire “arcaizzanti” non costituiscono un ritorno del passato attraverso le tecniche del contrappunto e i modi ecclesiastici; sono invece la spia di un passato che, in certo modo, è ancora e di nuovo presente. La distinzione tra passato, presente e futuro diviene sfumata fino all’inconsistenza.
Nulla di più sbagliato che astrarre un elemento “arcaizzante” negli ultimi quartetti di Beethoven – per esempio l’uso del “modo Lidio” – poi astrarre una caratteristica moderna – per esempio la figuralità astratta di una cellula di quattro note che li attraversa, quasi una avvisaglia del XX secolo – e porre in contrapposizione questi due elementi.
Al contrario, il “presente” artistico risulta indipendente dalle demarcazioni cronologiche tra “passato” e “futuro”.
La modernità di queste opere tarde non consiste nel fatto che essa anticiperebbe, nel passato rispetto a noi, un pezzo di futuro: in Bach, Beethoven come in Liszt è stata scoperta e riconosciuta solo dopo che il futuro che essa “anticipava” era divenuto da tempo presente. »

[da “Ludwig van Beethoven und seine Zeit” (1987), di Carl Dahlhaus. Trad.mia]

Immagine: esposizione della Fuga (visionaria, corpuscolare, e “…molto espressivo”!) che apre il Quartetto n. 14, op.131, di Ludwig van Beethoven, dalla prima edizione, Schott, 1827


Immaginare

Davvero poche cose degli umani nella nostra cultura attuale, oggi, mi commuovono (peraltro un paio di queste a molti invece fanno schiumare di rabbia). Qui una di queste poche:

Lungo un anno di assenza fisica del collettivo potenziale, un essere umano adulto e altri esseri umani più giovani, al loro primo anno di formazione, si figurano l’incontro dei loro corpi, ci lavorano sù, lo affinano, e infine lo realizzano, cioè lo rendono reale e perciò condiviso. È incontro che fa collettivo e che, essendo musica, diviene immediata premessa per altro ulteriore immaginare.

Sì, “immaginare”. Questa cosa qui si chiama “immaginazione”, non è quella minchiatella che chiamate “resilienza”, vittime (perlopiù inconsapevoli) d’un virilissimo superomismo prestazionale capitalista.
Si immagina, insieme (anche quando si è da soli: quella dell’immaginazione è una solitudine molto affollata…), codificando con segni che possono poi essere decodificati e ricodificati anche da altre persone, in diverse forme e a diversi livelli. E – che se ne sia consapevoli o no – lo si fa al fine di creare una cosa futura che diventa poi attuale.

È facoltà specifica – in queste forme – di noi esseri umani. E vale N ordini di grandezza in più di mille e mille e mille sapienze intellettuali astratte (oggi buone, al più, per contribuire alla deforestazione, stampando inutili libri e giornali, e al riscaldamento degli oceani e scioglimento dei ghiacciai, immettendo dati superflui nei giganteschi server dell’Internet commerciale).

E, sì, ora, dall’alte vette del tuo rancido disperato cinismo, ora commiserami e sfottimi pure per quanto sto per dirti: questa immaginazione è una cosa in grado, se compresa e concretamente ben usata, di determinare trasformazioni, ri-creazioni e cambi di rotta collettivi, anche di grande portata. Alla faccia dello stipendio che ti ricatta, del compenso (iniquo in gran parte) per il quale ti mortifichi, della produttività e dei profitti (peraltro altrui in grandissima parte) per i quali ti batti e ti consumi.

Grazie e un abbraccio a Nino Errera e alle e ai giovanissimi colleghi musici dello I.C. “Sturzo-Asta” di Marsala, in Sicilia: esseri umani che immaginano.


Dopotutto, anch’io partecipavo…

« Un leggero tintinnio alle mie spalle mi fece volgere la testa. Sei negri avanzavano in fila, procedendo faticosamente su per il sentiero. Camminavano eretti e lenti, portando in bilico sulla testa piccoli cesti pieni di terra, ed il tintinnio aveva il ritmo dei loro passi. Intorno ai loro fianchi erano avvolti stracci neri le cui corte estremità ondeggiavano dietro come delle code. Si potevano contare loro le costole, le giunture degli arti erano simili a dei nodi in una corda; ciascuno portava un collare di ferro, ed erano tutti collegati da una catena i cui anelli ondeggiavano tra di loro, tintinnando ritmicamente.
Un altro scoppio dalla scogliera mi fece ricordare improvvisamente la nave da guerra che avevo visto sparare contro un continente. Era lo stesso genere di voce sinistra; ma neanche con uno sforzo di immaginazione, quegli uomini potevano essere definiti nemici. Erano chiamati criminali, e la legge violata, come le granate che esplodevano, era piombata loro addosso, come un imperscrutabile mistero dal mare.
I loro scarni toraci ansimavano insieme, le narici violentemente dilatate vibravano, gli occhi fissavano ostinatamente la collina. Mi passarono accanto a pochi centimetri, senza uno sguardo, con quell’assoluta, cadaverica impassibilità che hanno i selvaggi disperati.
Dietro quel materiale ancora grezzo marciava sconsolato uno dei redenti, il prodotto delle nuove forze al lavoro, tenendo il fucile a metà dell’arma. Indossava una giacca di uniforme cui mancava un bottone, e scorgendo un bianco sul sentiero, portò sollecitamente il fucile sulla spalla. Quello era solo un gesto di prudenza, perché i bianchi sembrano da lontano talmente simili che non poteva indovinare chi potessi essere. Si rassicurò subito, e con un largo, bianco, canagliesco sogghigno, e un’occhiata ai sorvegliati, parve mettermi a parte della sua magnificata responsabilità. Dopo tutto, anch’io partecipavo alla grande causa di quelle nobili e giuste imprese. »


Joseph Conrad, da “Cuore di tenebra” (1899)


“E anche se ci avete insegnato ad odiare noi non odieremo”

Ok, appena ho aperto quel covo di vecchiardi come me ch’è Facebook, m’è venuto il nervoso a leggere certe reazioni alla realizzazione dei Måneskin al Festival di Sanremo. Eqquindi…momento invettiva:

Sono contento per la vittoria a Sanremo di questa ragazza e questi tre ragazzi, giovani colleghi musici: Victoria De Angelis (bassista), Damiano David (cantante), Thomas Raggi (chitarrista) e Ethan Torchio (batterista). I Måneskin.
Non argomento sullo specifico stilistico o tecnico: non entro in discussioni vigliacche di ‘sto tipo, perché non mi abbasso al livello infimo dei sapienti e rosiconi. Questi, i sapienti e i rosiconi, messi di fronte a fenomeni e in cornici del genere, tendono a coincidere tra loro, e nel rosicare finiscono per non comprendere e non vivere quello che in astratto pretendono di sapere, dicono quello che è per loro il reale (pure spreciso e traballante), convinti che sia anche vero, ma non dicono il vero. Perché mentono a se stessi anzitutto. Quindi con ‘sti vecchi rosiconi una discussione sul piano sapienziale – che loro vigliaccamente propongono – è una perdita di tempo perché sarebbe basata sul nulla. Peraltro sarebbe anche sleale da parte mia, e mi annoia tremendamente, perché mi è facile schiacciare con la sapienza i sapienti presuntuosi, senza che manco mi diverta ormai l’attesa del fin della licenza: è infatti arma che uso solo come extrema ratio, e solo a favore di chi non può difendersi in un dato momento (e non è questo il caso, visto che, com’è ovvio in ogni operazione nella Popular Music, “Måneskin” è anche una impresa ben strutturata).

Del resto io, a differenza vostra, di voi vecchi sapienti rosiconi, non sono importuno e violento: rispetto il vostro diritto a farvi le vostre seghe ossessive, quindi fatevele in santa pace tra voi e voi. Le rispetto, a patto che non siate violenti e importuni voi.
Di questa vittoria sono infatti contento anche perché è uno spettacolino godibile vedere voi vecchi – quindi anche i miei coetanei 40enni – rosicare tantissimo nella vostra impotenza, nella vostra incapacità – di ascolto e di tanto altro – mascherata da sapienza del rock-che-ai-miei-tempi-signora-mia. Che poi i “vostri tempi”, a ben vedere, sono quelli più dei vostri genitori, visto che tutti voi vecchi di oggi non vi siete mai separati da essi internamente: figli mammoni divenuti papponi, di una ribellione riuscita mentre falliva la rivoluzione.
Rosicate nella vostra violenza gerontocratica, maschia, e fascista anche quando formalmente e astrattamente “a sinistra”; violenza contro chiunque non sia esattamente voi stessi o di voi stessi o afferente a voi stessi, contro chiunque e qualsiasi cosa non vi riproponga allo specchio (unico Sé che conoscete) ‘sta vostra violenza in codice binario, algoritmica, in bianco e nero senza manco grigi (figurarsi se reggete i colori!); violenza che vi è necessaria per provare a far rizzare minchie che senza questa qualità di violenza non sanno rizzarsi.

Proverei pietà per voi – un tempo e brevemente vittime – se non foste diventati convintamente i wannabe-carnefici di chi prova ancora a essere quel che non siete riusciti e non siete più capaci di essere. Entrerei in dialettica, proverei ad aiutarvi, a farmi vostro alleato, a tendervi la mano, ma è del tutto inutile, perché siete ormai spacciati, e a volte pericolosi.
Ora però non vi inorgoglite: siete sì a volte pericolosi, ma non come e per chi credete voi, e in ogni caso lo siete vostro malgrado, come in ogni vostra manifestazione. Purtroppo ormai vi si può solo combattere come autodifesa quando aggredite, fingere di assecondarvi calandovi la testa mentre vi si prende per il culo, quando purtroppo a volte – ma sempre vostro malgrado – risultate utili per il raggiungimento di scopi nobili, e per il resto ignorarvi olimpicamente perché intanto il mondo è un posto meraviglioso, pieno di bellezza e vitalità e delle più varie identità di esseri umani stupendi nel loro essere, riconoscersi e sentirsi uguali e diversi tutti e tutte tra loro. Un mondo, cioè il mondo, in cui voi non avete mai contato, non contate e non conterete mai niente.

Che poi il vostro problema è tutto qui, in fondo. Infatti quel che propongono ‘sta ragazza e ‘sti ragazzi – una delle tante variegate espressioni dei e delle neoventenni di oggi non sottomessi a voi, di massa o di nicchia che siano, a volte ben riuscite altre meno com’è ovvio – quel che propongono è inclusivo nei confronti di chi include, e congegnato in modo tale da escludere o neutralizzare o ignorare chi esclude. Quindi in buona sostanza non vi cagano perché voi, escludenti stizzosi gnegnegnefufufu (cit.), in virtù del vostro odio, non vi fate cagare: è vostra responsabilità, la colpa della vostra esclusione è vostra. Vi fate l’autobondage, coi nodi sbagliati e senza saperne manco godere. E questo vi brucia, assai. Del resto, sul serio ci vogliamo aspettare che chi oggi ha più o meno vent’anni vada appresso a chi – in seconda istanza per codardia – mentre l’estinzione della specie avanzava, ha consegnato loro (non solo ma soprattutto) debito, violenza, esclusione, pandemie, indifferenza, egoismo, e vaghe fantasticherie di seconda e terza mano?

Voi ‘ste cose – cioè in sintesi la vostra irrilevanza – le sapete, o almeno le intuite, o le sentite con quel qualche vago residuo sentimentale che v’è rimasto. Così sbroccate col solito sfottò inane, col solito sarcasmo cretinetto, con la violenza squadrista, con l’aria di sufficienza e la supponenza di chi è convinto di poter contrastare l’estinzione da estinto. Da estinto e senza riconoscere che l’estinzione è una concretissima probabilità attuale. E a chi ingenuo qualcosa, per il vostro bene, vi obietta, sapete al meglio opporre, alle strette, il vostro fascistissimo “fattelaunarisata!”. Non foste irrilevanti, sareste tragicomici.

Le vostre reazioni, per chi vive nel mondo reale, quello fuori dalla vostra maschia epica finanza (che il 99% di voi delega ad altri, lamentandosene, e il restante 1% è questi altri), le vostre reazioni sono del tutto fuori misura.
Vi basterebbe dire a voi stessi: “una giovane band di rock’n’roll ha vinto una rassegna della cultura di massa italofona, né più, né meno”. Ma non lo fate, perché il vostro problema in realtà non sono questa ragazza e questi ragazzi in sé, né la loro musica, né il rock, né la music industry (di cui blaterate fantasticando), né qualsiasi vostra causa o motivazione apparente, dietro cui schermate la vostra codardia. Nulla di vero vi sta a cuore, assunto con guizzo generoso che un cuore lo abbiate ancora – ché il fegato è certo che ve lo siete giocato in borsa – e nulla di vero è il vostro problema: perché il vostro problema siete voi stessi. E al fondo lo sapete, altrimenti non friggereste così a ogni pur minima increspatura ai confini del vostro cosmo infertile. Siete un problema incorniciato a matrioska nel vostro grande loop: il mondo per voi coincide con voi, è a forma di voi, è voi. E tutto quel che v’avvedete sfuggirvi, cercate di ricondurlo almeno mentalmente a voi: “sono un esito dei discografici!” non significa null’altro che “sono un esito di vecchi”, cioè, di nuovo, un esito vostro (vi piacerebbe, eh!). Patetici.

Così vi scagliate rabbiosi, talmente tanto che anche certe vostre esibitissime indifferenze sdegnosette tattiche suonano rabbiose. Vi stringete a coorte tra camerati e compagnoni zombie impolitici come voi, e – una volta violentati e neutralizzati i poeti e le poetesse tra i vostri coetanei, e accademizzati quelle e quelli più anziani di voi – vi scagliate contro una ragazza e tre ragazzi di vent’anni – buttandola in caciara o in silenzio – gonfiando un rumore sterile talmente sproporzionato agli eventi da risultare patetico.
Questo vostro rumore è la perfetta espressione dell’irrilevanza evanescente che siete e sapete di essere fuori dalla crosta rancida (quello che chiamate: “il mondo”) in cui da soli vi escludete dal mondo, annusandovi i culi tra voi nel gran valzerone meccanico del vostro racket di vicendevoli complimenti a pagamento.
Ma dove minchia vi scagliate, che c’avete le catene al collo?

Per quanto mi riguarda, colgo l’occasione per ringraziare la giovane collega e i giovani colleghi per aver composto, e suonato con competenza e bravura, una canzone che può servire a esprimere e rappresentare, all’occorrenza, anche un vecchio 41enne come me: ché qui mi manca l’aria. Perché io sarò pure fuori di testa, ma – maschio, bianco, europeo, abile, non povero, etero, decentemente istruito – sono da quellillà, da loro, non solo diverso ma anche diversa.


Maneskin (foto: Oliviero Toscani). Victoria De Angelis, Damian David, Thomas Raggi, Ethan Torchio
Måneskin (foto: Oliviero Toscani). Victoria De Angelis, Damiano David, Thomas Raggi, Ethan Torchio

“E la vita non conclude”

« Voi sbagliate! Siamo molto superficiali, io e voi. Non andiamo ben addentro allo scherzo, che è più profondo e radicale, cari miei. E consiste in questo: che l’essere agisce necessariamente per forme, che sono le apparenze che esso si crea, e a cui noi diamo valore di realtà. Un valore che cangia, naturalmente, secondo l’essere che in quella forma e in quell’atto ci appare. E ci deve sembrare per forza che gli altri hanno sbagliato; che una data forma, un dato atto non è questo e non è così. Ma inevitabilmente, poco dopo, se ci spostiamo d’un punto, ci accorgiamo che abbiamo sbagliato anche noi, e che non è questo e non è così; sicché alla fine siamo costretti a riconoscere che non sarà mai né questo né così in nessun modo stabile e sicuro; ma ora in un modo ora in un altro, che tutti a un certo punto ci parranno sbagliati, o tutti veri, che è lo stesso; perché una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile. La facoltà d’illuderci che la realtà d’oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall’altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d’oggi è destinata a scoprircisi illusione di domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita. »

Da “Uno, nessuno e centomila” (1926), di Luigi Pirandello (Agrigento, 1867 – Roma, 1936)


Prima di non andar via

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
È stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.


“Biglietto lasciato prima di non andar via”, di Giorgio Caproni, in “Il franco cacciatore” (Garzanti, 1982)
da: Giorgio Caproni: “Tutte le poesie” (Garzanti, 2016)
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[Il link porta al sito “Bookdealer.it”, dove puoi acquistare il libro con l’omnia poetica di Caproni. O tanti altri libri di ogni tipo. Ho scelto questo sito e non, per esempio, Amazon o altri (nazionali o internazionali), perché è un sito che ti fa avere il libro attraverso una libreria indipendente della tua zona: sia direttamente a casa tua (come con Amazon e similari), sia recandoti tu in libreria a ritirarlo (che è pure meglio, se puoi, perché incontri esseri umani appassionati del proprio lavoro, e questo fa bene al cuore, e inoltre respiri un po’ l’aria di un posto bellissimo come una libreria, e anche questo fa bene al cuore).
I vantaggi sono molti, rispetto all’acquisto – con lo stesso numero di click – in un negozio online tipo Amazon. Per esempio ogni € 100 che spendi (per qualsiasi cosa) in una bottega della tua zona, se non appartiene a una catena nazionale o internazionale, € 68 vengono reinvestiti nella tua stessa zona, quindi anche a beneficio tuo e delle persone a te vicine cui vuoi bene, mentre se spendi gli stessi € 100 in un portale o catena di negozi nazionale o internazionale, da pochissimo a nulla va a beneficio della tua zona e quindi di te e dei tuoi cari a te vicini].


“Too many puppies”

Ascolta ▶ https://www.youtube.com/watch?v=lBpDFjau-Ps

Quanti cuccioletti vittime di spari nell’oscurità!
Cuccioli addestrati a non abbaiare
alla vista del sangue ch’è necessario
versare per mantenere i nostri pozzi
di petrolio.

Cuccioli addestrati a guarire, allenati
a uccidere
ai comandi d’uomini cinti dei soldi per
comprare
pellicce eleganti alle amanti.

Cuccioli a mano armata,
in terre straniere,
vestiti di verde ben a puntino, gettati
sui gangli in marcia dell’industria
che fa guerra.

Cuccioli, e quanti!, proprio come me,
spaventati dal passato resuscitato nel qui e
adesso.
Quanti cuccioli! Quanti morti!


[trad. G.C.]

Primus, “Too Many Puppies”. Composed in 1984, released in 1990 on the album “Frizzle Fry”


Gianluca Cangemi, Nazione Indiana, Il sassofono e la badessa, Nicola Mogavero, Leidarvisir, Almendra Music, Fondazione Merz

Note d’altrove su “Nazione Indiana”

Oggi è uscita su Nazione Indiana una mia “Nota d’altrove”: “Il sassofono e la badessa“. Vi si dice di anima, cura, respiro e rivoluzione.

La trovi qui per te: https://www.nazioneindiana.com/2020/11/26/gianluca-cangemi/
Buona lettura!
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Grazie di cuore per l’invito e la (appunto!) cura all’indiano Giuseppe Schillaci, e a tutta la Nazione Indiana.