A Paolo Coteni. Con riconoscenza.

Apprendo della morte di Paolo Coteni. A Paolo devo tanto, proprio tanto. Devo anzitutto il fatto che, oltre vent’anni fa, a Roma, un ragazzino siciliano senza nessuna parte e con poca arte fu incontrato e accolto da lui con una generosità impressionante: mi trattò come si tratta chi è la speranza del dopo quando un diluvio è ancora in corso o perfino appena cominciato, come tratti chi è te stesso dopo te, ed è tale perch’è diverso da te. Ed ero, io, quel ragazzino, per lui uno sconosciuto.
Non mi conosceva prima del nostro primo incontro, se non per qualche veloce pur denso scambio telefonico. Pure, all’appuntamento con me si presentò coi doni di materiali storici – che consultai o carezzai fino a ora nei decenni che seguirono quel primo incontro: un catalogo di “4 Pianoforti”, la serie che ri-creava lo storico festival che avviò i postminimalismi nella galleria di Fabio Sargentini a Roma, molti altri materiali di e da installazioni, eventi, riviste e pro-vocazioni che aveva catalizzato.

Parlammo – ricordo bene – di Giuseppe Chiari, di arte del e col suono, di Fluxus, di musica perché oltremusica, delle contraddizioni e delle conseguenze che comporta il pensareagire l’arte come pensiero unito alla prassi, allargandosi dentro il precetto, dentro la norma. E nel parlarci diede dei nomi a intuizioni e sensazioni che io ragazzino avevo e non sapevo fino allora ben nominare, indicandomi vie d’indagine, senza stigmatizzare nulla di nessuna mia giovanile presa di posizione: solo inquadrandola, per me stesso, con ferma gentilezza militante.

Non sapevo allora che mi stava insegnando – con la sua clamorosa assenza di paternalismo – come si tratta chi è più giovane di te, non sapevo che mi stava regalando, tra tanto altro, un metro. So che mi parve un solitario, tale perché amava la socialità, gli umani. Per forte contrasto con ambienti e sistemi delle arti che – allora unici – mi circondavano, mi parve, sì, qualcosa di simile a un poeta antico: un poeta del Dolce Stil Suono.


Il vuoto e il pieno: “vai a lavorare!”

Se ti occupi di arti da facitrice/facitore sai che, per generare una forma efficiente – che cioè sia conduttiva di relazioni umane e di futuro – devi bilanciare i “pieni” e i “vuoti”.
Scrivo “vuoto” e “pieno” tra virgolette perché fanno parte del novero di parole da mettere in quarantena: appropriate da una specifica visione di una minoranza violenta, e quindi al momento inappropriate a tutte e tutti noi altri. Infatti il “pieno” e il “vuoto”, in arte, non hanno lo stesso significato che assumono nell’episteme capitalistica: “pieno” non vuol dire “ricco” o “sazio” o “impegnato”, come “vuoto” non vuol dire “povero” o “affamato” o “fannullone”.
Per esempio, chi fa arti sonore sa che la pausa (“vuoto”), è il luogo vibrante della risonanza di ciò che fu, e della inspirazione che attende a ciò che sarà, l’infra in e per cui s’intrecciano le linee di tempo esplicitato in suono; così come sa che il “vuoto” armonico, verticale, ha da essere maggiore nelle frequenze basse e minore in quelle acute, e se sbagli le proporzioni di questo vuoto viene fuori un pastrocchio respingente. Così in architettura, nelle arti installative, in quelle visive e tattili, nelle narrazioni e in poesia: dai volumi o intrecci più o meno densi di materia, colori, geometrie, movimenti, alle descrizioni/creazioni di spazi in cui si muovono le immagini vive dei personaggi – spazi senza i quali l’azione è letteralmente inimmaginabile – fino agli spazi bianchi tra i versi (gli “a capo” stessi nella pagina
bianca
già di per sé
avviano poesia).

Questa visione del “pieno” e del “vuoto” è stata condivisa – fino alla Modernità – dalle religioni e dai sistemi filosofici, che ne hanno fatto anche rito, scansione dei tempi e creazione di spazi, fisici e del pensare: boschi, templi, giardini, vertigini degli interstizi tra Essere e Divenire, la pienezza ch’è potenza nel “vuoto” vaginale della verginità nel Sacro femminile, il Ramadan, la Quaresima, le pratiche del meditare, e così via esemplificando.

Il Pieno e il Vuoto, dunque, sono essenziali all’umano: non c’è linea senza l’alternanza – possibilmente ben composta – del Vuoto e del Pieno, ché la linea, invenzione umana, la deduciamo, induciamo e inferiamo anche dalle differenze sensoriali tra ciò che categorizziamo come spazialmente e temporalmente “pieno” o “vuoto”. E senza linea non c’è cartografia, intreccio né direzione possibile.

Nell’anno in cui è finito il XX secolo, il 2020, ho provato un grande sollievo – terribile sollievo ma sollievo – tra fine Febbraio a fine Aprile, i mesi in cui in Italia s’è assunta contezza dell’avvio della pandemia da SARS-CoV-2, con la conseguenza, a partire da Marzo, di una clausura nazionale (detta dai mass media italiani “lockdown”), misura poi assunta anche dalle altre nazioni. In questo lasso di tempo, poco più di due mesi, s’affermava finalmente, dopo troppo “pieno”, un autentico e vibrantissimo, potenziale Vuoto. (Non sto mancando di rispetto ai morti, né a chi ha dovuto riorganizzarsi una esistenza per la DAD o il telelavoro o altro: sto parlando, con te, in un altro piano della complessità, del discorso, del reale, quindi non ti confondere e, se vuoi, puoi e riesci, stiamo insieme…).
Il manifestarsi (l’emergere: “emergenza”!) di questo Vuoto gravido parve coglierlo perfino il più cinico tra gli alfieri del Capitale: apparvero – fugacemente ma apparvero – editoriali in proposito, nelle più autorevoli e serie riviste di economia liberista, a firma di autorevoli economisti e analisti fin ultraliberisti. Non lo dicevano, ovviamente, in questi stessi termini, ma lo dicevano, e a chiarissime lettere: troppo “pieno”, dobbiamo cambiare direzione, ci vuole il Vuoto.

Lo spazio acustico attorno casa si svuotò: e apparvero gatti, bambini e bambine, gabbiani e suoni che furono canti. Apparvero conflitti, anche, e furono intellegibili, nel Vuoto finalmente manifesto, emergente.
In compenso scomparvero gli aperitivi di bassa qualità, i clacson superflui e le coverbanddimmerdaavolumispropositati: e non mi parve, invero, gran perdita.
Scomparve pure una industria dello Spettacolo e delle arti, che era ormai ridotta a essere soltanto il rivomito reingurgitato e rivomitato di se stessa, quindi neppure questa mi parve gran perdita, anche perché intanto emerse, a causa di questa stessa scomparsa, il problema e il conflitto delle lavoratrici e lavoratori in questa stessa industria, problema che s’è saldato, in quel momento, con la ripresa della domanda sul senso di quel che si fa e quindi si è in arte. E questo fu un bene.

E ora? Di nuovo quel “pieno”, e il Vuoto gravido preso a calci in pancia affinché abortisca: “vai a lavorare!”.
Sì, vado a lavorare: in subappalto, a nero, finché la fabbrica esplode, il macchinario mi ingurgita, crolla la gru, mia figlia mi detesta, il mio cervello esplode, il mutuo mi erode, il cuore m’implode. E vado a lavorare: fino al prossimo squillo di clacson, il cenone del prossimo Capodanno, la variante genetica e quella di valico, la prossima vernice, il prossimo abbraccio arrogante di terrore, il prossimo authcode, il prossimo aperitivo. Il prossimo virus.


Non ci resta che uscire.

Ho una potente sensazione in questo recente periodo (diciamo mesi? Un anno? Un anno e qualcosa?). In realtà ce l’ho da una ventina d’anni circa: in fieri, montante, ma finora era più un sospetto ferino, quasi una sensazione olfattiva. Probabilmente in quest’ultimo anno si è solo palesata, e con clamore, una sorta di verifica ultima di codesta mia antica sensazione. Questo palesarsi, del resto, non è anomalo: quest’anno è stato chiamato di “emergenza” perché ha, appunto, fatto emergere oltre ogni dubbio – ragionevole o irragionevole che fosse – una parte di ciò che era fin qui sommerso, e per ciò visibile solo a chi già aveva attitudini e capacità di respiro da pescatrice o pescatore di perle, o, che è lo stesso, visibile (anche se non codificato nelle stesse forme) solo a chi s’occupava e si occupa di cose come l’astrofisica o la fisica della materia, o ancora a chi è abituato a relativizzare tutto fin nel metodo, come per esempio chi si occupa di antropologia.

Questa mia sensazione, insomma, insiste adesso a dirmi che il linguaggio sociale è sostanzialmente fallito.
Fin qui, nulla di particolarmente nuovo o, di per se, allarmante: è possibile, indagando, individuare altri momenti delle civiltà in cui un linguaggio sociale è fallito, e anzi ci si può pure spingere a dire che forse si tratta di un passaggio fin necessario alla storia e alle storie.
Ciò che mi pare sia nuovo, e che trovo concretissimamente e definitivamente allarmante, è che il fallimento attuale del linguaggio sociale è accaduto in un mondo come il nostro, che è al momento quasi per nulla fondato su materialità basilari, e quasi del tutto fondato – o, direbbe forse un Pangloss, perlomeno governato – su astrazioni linguistiche: i social network, la finanza più recente (ch’è fatta in gran parte di scambi tra oggetti e gesti linguistici, quasi mai connessi direttamente a beni o servizi), la mediasfera, etc. Questo fallimento, inoltre, mi pare che abbia trascinato nella sua rovina la connessa capacità di immaginare, o almeno l’abbia azzoppata gravemente.

Le persone deputate alla invenzione e poi alla cura e adeguamento costante di questo linguaggio (cioè, in breve per chi-vuole-capire-capisca: chi fa filosofia e in parte chi fa arte) queste persone sono rimaste ancorate a un “loro” mondo: tardonovecentesco, proprio di generazioni con elaborazioni ancora in conflitto con cose che intanto, inevitabilmente, sono divenute fantasmi (e poco o nulla conta, oggi e ormai, che siano fantasmi persecutori o giocherelloni, o che siano esito di allucinazioni da intossicamento, o si siano manifestati nella forma di materiali effetti collaterali o consustanziali di questo o quell’altro sistema economico).
È come se lo sguardo di queste persone (le e i filosofi) si fosse rivolto verso il (un…) passato o, nella migliore delle ipotesi, verso il (un..) presente, ma avesse abdicato del tutto alla possibilità di guardare (vale a dire di immaginare) il futuro – o almeno un futuro.
Non sto ovviamente parlando del confezionamento di fantasticherie di futuro, cioè quegli immaginari precotti e cretinetti – o di catastrofe totale o di presuntuoso progresso – che non soltanto sono di ciarlatani (o di stronzi o di rincoglioniti), ma che sono solo funzionali a venderci qualcosa adesso, meri strumenti di marketing (di prodotti, di valori o di consolazioni che sia).
Parlo del futuro letteralmente, cioè di inconoscibile ma immaginabile potenza (potenziale): il luogo del potere non come astrazione della teoria politica ma come nucleo animale della specie Homo Sapiens, o – se preferiamo quest’altra immagine in diversa scala – dell’essere umano neonato. Per esser più chiari, inscurendo come in un “nero” di Caravaggio: il futuro che può anche serenamente coincidere col passato se esso passato è riattivato, re-immaginato e/o – di più e meglio ancora – ri-creato.
(Mi spiace se, leggendo queste parole, non “capisci”: non ambisco a essere compreso in un discorso pubblico inconsistente, quindi m’avvedo di usare parole di un discorso esistente, al momento, solo attraverso e oltre i margini – per così dire – “consentiti”, e che perciò può risultare difficilmente comprensibile a chi ancora abbia ambizioni o illusioni di esistenza di e in un discorso pubblico attuale come discorso in e di una non più esistente comunità attuale. Non te la prendere con me, che sono come te: per le tue giuste rabbie individua i giusti bersagli – e però, mi permetto di consigliarti, non indugiarvi troppo, ché tanto ormai il danno è fatto, e ti garantisco che non lo riparerai tu, né, s’è per questo, io).

Ad aggravare la abdicazione alla possibilità di guardare (immaginare) questo futuro, mi pare, ha contribuito pure altro, come in una reazione a catena verso l’implosione del pensiero (di pari passo con l’esplosione, pilotata e strumentale, delle collettività e comunità nei gangli pretesi centrali delle democrazie liberali).
Per esempio, se ripieghi il tuo sguardo verso il passato (sia pure recente o recentissimo) e hai una certa carenza di rigore storiografico, e per giunta questo tuo sguardo carente al passato lo agisci in un momento in cui l’episteme stessa della storia, e con essa il metodo storiografico, stanno come minimo, diciamo, “revisionandosi”, be’, la reazione a catena è bella che avviata.
Altro esempio: se inventi un pensiero – che poi dovrebbe fondare o aggiornare un linguaggio sociale funzionalmente condivisibile (e col potere – inteso ora in senso politico – ci facciamo i conti all’atto pratico potendone però intanto discutere intendendoci tra noi diffusamente) – se inventi questo pensiero facendo un discorso critico su techne e scienza e politica (sia pure pieno di spunti interessanti e varie intuizioni brillanti) e nello stesso tempo sei carente nei linguaggi delle scienze – a partire a volte proprio dall’ABC, fino a non sapere distinguere un numero da un processo, il fisico dal matematico – e, nello stesso tempo, magari è funzionale al tuo discorso la stigmatizzazione in blocco di alcune discipline scientifiche (la biologia, la chimica o altro), ecco, così facendo è poi inevitabile che questo tuo pensiero finisca per fare cilecca in una cosa essenziale e davvero civilmente d’aiuto nel mondo di oggi (e vieppiù di domani), cioè gettare ponti tra il linguaggio sociale e il linguaggio tecnico-scientifico. Occhéi, può non essere questa la tua intenzione, nella tua opera filosofica (o artistica), e puoi anche teorizzare con coerenza che non lo sia, nel dispositivo della tua opera, ma poi il dato di fatto è che ‘sta responsabilità, non foss’altro che come effetto collaterale della tua opera una volta pubblica, ce l’hai eccome.
E a una certa non basteranno più – per arginare un omicidio-suicidio dei pontieri di tale portata – le (peraltro spesso come minimo ambigue) supplenze fornite da chi fa arte: si mettano perciò il cuore in pace – e si dedichino quindi più fruttuosamente a ricrearsi dalla radice – le mie colleghe e colleghi artisti che ancora s’illudono di poter almeno supplire e continuano perciò a operare in un sistema della cultura ormai esausto fino all’inesistenza ma continuamente reintroiettato e riproiettato: abbiamo, come civiltà, già superato la soglia oltre la quale ogni movimento in tale direzione e con tale intenzione è vano, per quanto brillante, generoso e “giusto-in-sé” possa essere.

Il combinato disposto di tutte queste reazioni a catena (e qui uso “combinato disposto” proprio nel suo originario senso giuridico, dato che pare che ogni pensiero individuale, espresso oggi in pubblico, perlomeno ambisce ad assurgere a norma), tale combinato disposto ha finito per portare al dominio della statistica sulla possibilità nel discorso pubblico, fino allo strapotere della probabilità che – disseccata la parola dal suo significato originario nel metodo scientifico – politicamente si traduce in un pericolosissimo processo al termine del quale le maggioranze, o minoranze violente – per esempio alcune caste in India, i W.A.S.P. negli Stati Uniti d’America, i maschi un po’ dappertutto, i liberal benestanti nelle democrazie liberali, alcuni gruppi etnici o sottogruppi religiosi in vari luoghi del mondo – cominciano a pensarsi e infine appercepirsi come totalità, finendo per risucchiare in sé ogni differenza, per annullare ogni (plurale) vero possibile nell’unico reale da esse stesse costituito, finendo per fare coincidere ogni reale possibile, e la sua percezione sociale, con la propria specifica ideologia, così non più visibile in quanto tale perché percepita diffusamente come La Realtà tout court (e pazienza se c’è chi soffre malissimo, muore peggio ancora, o se si scatenano ondate di violenza – materiale e immateriale – oltre ogni misura).

I risultati di queste carenze di pensiero – e siamo alla cronaca d’oggi – e quindi del fallimento del linguaggio sociale, sono l’inveramento col senno del poi di alcune delle più diffuse e influenti ipotesi o teorie di questi stessi pensatori e pensatrici avvoltolati nel “loro mondo”: lo straripare, fino allo strapotere, di un linguaggio tecno-scientifico (più specificamente nella cronaca attuale: bio-scientifico) come unico linguaggio sociale, lasciato proliferare incompreso, astratto e incomprensibile, tra tutte e tutti noi, nell’ormai fu discorso pubblico. Un inveramento a posteriori che finisce per validare formalmente e in superficie questi stessi pensieri carenti (o, spesso, più semplicemente presuntuosi) che contribuiscono a generarlo o alimentarlo con la loro defezione: una defezione – triste e perfino luttuoso constatarlo – anche e anzitutto da se stessi.

Da questi esiti, come per gemmazione, sorgono paradossi che sono – date le premesse fin qui osservate – tutti apparenti. Paradossi apparenti come l’intervento pubblico di questi stessi pensatori che finisce per nutrire ciò che essi stessi intenderebbero contestare o contrastare; la sussunzione del discorso liberal e fu-di-Sinistra (a partire da quello libertario) nella valanga della Reazione – usato come strumento e fin braccio armato o armante di questa; o ancora paradossi apparenti come la indifferenziazione sostanziale tra i ligi (e terrorizzati) borghesetti-di-sani-valori, e i da questi tanto vituperati (e del pari terrorizzati) “complottisti”, “negazionisti” e “ignoranti”, una indifferenziazione non solo di sostanza ma perfino di metodo, perché entrambi i gruppi partecipano, e clamorosamente, alle stesse orge di correlazioni spurie, agli stessi deliranti rave party in onore dei numi dell’Ex Falso Quodlibet, due gruppi uguali e contrari, infoiatissimi in un gioco irrisolvibile di reciproche e mutue proiezioni e quindi accuse, in cui l’unico a vincere è il banco, cioè i cinici e utilitaristici devoti alla Reazione ormai (molto ottimisticamente: quasi) irrefrenabili. Devoti alla Reazione i quali, giunti al punto in cui siamo, in questo momento, sono sostanzialmente coincidenti coi devoti all’estinzione violenta della nostra specie.

Innanzi a questo panorama – dal quale non è ovviamente possibile in atto escludermi (e del resto non lo farei, per mia indole, neppure se fossi ricco e potessi quindi agire con limitati rischi una tale finzione con me stesso) – innanzi a questo panorama l’unica via d’uscita è… Uscire.
Intanto, semplicemente e radicalmente questo: uscire.
Uscire da tutto questo. Uscire, che non solo non è escludersi, ma ne è l’esatto contrario (come dicono i moderni… Spoiler: uscire da un blocco qualsivoglia di costrutti sociali è la precondizione per inventare nuovi costrutti sociali, e ciò accade di necessità, per il semplice motivo che siamo della specie Homo Sapiens, cioè – a oggi – l’unica per la quale la realtà stessa, e tutto ciò che in essa vi si legge e agisce, è costrutto sociale).
Il come o il quando di questo uscire non posso dirli: è una faccenda, per ogni individuo tra noi, di storie personali, di possibilità (anche economiche), di condizione mentale attuale, di scelte o non-scelte fatte, agite o subite. Contraddirei pertanto tutto ciò che ho articolato finora, se volessi o potessi indicarli. Quello che si può dire, però, con certezza è che, sì, non ci resta che uscire.

Lo so, ti sembra una tautologia, e hai ragione: dire che la via d’uscita è uscire, formalmente lo è. Sta a te, come a me, scioglierla e risolverla: analogicamente, ricominciando ad allenare la nostra immaginazione a partire dai suoi costituenti minimi – anche solo principiando a cercare linee fisiche, materiali, d’orizzonte visivo e uditivo – non muovendo da filosofie, contesti o immaginari già noti, inclusi, discutibili, comprensibili, definitivamente compromessi. E con la consapevolezza ormai ineludibile che il grande o grandissimo rischio che immaginare-agire comporta, tale rischio è in ogni caso minore della certezza della fine violenta.


Le indomabili diversità

Studiare e poi fare le musiche, e, dopo averle fatte, interrogarle. A volte il passaggio tra questi tre momenti è così veloce che la sequenza sembra svanire e i tre momenti confondersi o coincidere tra loro. Faccio così da decenni ormai. Un esercizio ch’è quotidianità.

Più spesso le musiche hanno sostanza sonora in primo piano, cioè hanno le caratteristiche di ciò che più comunemente oggi chiamiamo “musica”. A volte tale sostanza è in secondo o terzo piano, meno o nient’affatto riconoscibile all’occhio del mercante, e allora si tratta di parole, o di linee e campi visivi, di pietra, legno o di pagliuzze d’oro, di odori o sensazioni tattili, o ancora di immagini visive su una pellicola cinematografica, di luci, di movimenti dei corpi, o di ogni altra materia e combinazione (composizione) possibile. Per questo uso il plurale: le musiche.
Del resto, le Muse son tante e vivono in consesso; non risulta che ce ne sia una singola specificamente esperta in quella che oggi identifichiamo come “musica”. La specializzazione delle arti (che non è la stessa cosa delle competenze nel fare le arti) è cioè una moderna perversione, elaborata, promossa e difesa solo da chi – ne sia consapevole o meno – vuole avere o mantenere una qualche forma di controllo e potere sull’umanità: è fondamentale, per meglio imperare, dividere le Sorelle tra loro, separare le Muse, isolarle: una per una, sfruttata o strapagata, in qualche filanda clandestina o dorata, al servizio di qualche padrone, violentemente benevolo o esplicito schiavista che sia.

Interrogo le musiche non certo per tensione intellettuale, astrattamente razionale, non per dottrina, velleità di teoria o capriccio sapienziale. Mi è semplicemente connaturato farlo, non so bene per quale motivo (probabilmente ha molto a che fare, nel modo specifico in cui lo faccio, con la conformazione del mio sistema nervoso).
Studiare le musiche, farle e interrogarle, insomma, come umanamente naturale stare al mondo. Insieme nell’amante solitudine; fallendo ogni volta un po’ meglio, e anche provando ad assumermi le mie responsabilità di essere umano e civile, per e con chiunque, ma in specie per e nei confronti di chi ha meno privilegi di me, e per e nei confronti di chi ci sarà.

Esisto e cerco di vivere così, per i miei parametri personali piuttosto maldestro e compromesso. Studiare le musiche, farle e interrogarle. È semplicemente questo che mi fornisce la gran parte degli strumenti di comprensione, di empatia, di amor proprio e altrui, di visione sistemica e complessa, e di intuizione (cioè un andirivieni fluttuante di processi deduttivi e induttivi molto veloci), cose che alcune persone a volte trovano inquietanti, “anormali”, “incomprensibili”, “da immaturo”, “da viziato”, “fuori misura”, “da arrogante”, “ambigue”, “anomale”, “da idealista”, perfino violente o comunque variamente disturbanti, perturbanti o fastidiose. Cose che invece sono, semplicemente, fisiologiche, in trasformazione continua, e soprattutto, in vario modo e grado, comuni per natura a qualsiasi individuo della nostra specie, al di là e al di qua di ogni possibile cinico abilismo, pornografico pietismo o surrettiziamente violento inclusivismo, e prima d’ogni catastrofe indotta contro natura, individuale o collettiva.

In pratica e in sintesi, il mio stare al mondo – a partire dal mio corpo – ha la sua lettura e azione nelle musiche: nelle loro prassi, nelle loro fisiologia, percezione e ricezione, nel loro esercizio, nei loro processi e metodi. Ciò accade per fisiologia, e per successivo allenamento e cura della stessa, nei rapporti interumani. Chiunque sia “io”. È tutto così concreto e semplice, naturale: davvero tutto qui.

Per fare un esempio di molto agevole comprensione: l’osservazione oggettiva del fatto che ci sono tanti stili quanti sono gli esseri umani nel tempo e nello spazio, e che anche in e da un singolo individuo nel tempo gli stili vanno cambiando, pur a partire da elementi di base ridicolmente semplici, ciò mi ricorda e mi conferma che il focus principale va posto sul come, non tanto sul cosa, e che il cosa va interrogato quasi solo come manifestazione, epifenomeno ed espressione, nel dove e nel quando, di un come e di un perché. Inoltre: niente di tutto ciò è meccanicamente determinabile o algoritmicamente riducibile in un codice binario, perché ci sarà sempre uno scarto, sia pure minimo, una sfumatura che oggettivamente disvela, – all’ascolto attivo, partecipe e informato – la irriducibile diversità di un esito da ogni altro.
La irriducibile e indomabile diversità di un essere umano da ogni altro.
Le indomabili, irriducibili, interconnesse armoniche diversità di chiunque con chiunque, di tutto con tutto.


Per chi e quindi perché? Di conseguenza: come? Dove e verso dove?

Carla Fracci, in una foto d’archivio del 23 marzo 1977 durante la trasmissione “Milleluci”

« Volevo che questo mio lavoro non fosse d’élite, relegato alle scatole d’oro dei teatri d’opera. […] A me piaceva così, e il pubblico mi ha sempre ripagato »
Carolina “Carla” Fracci (1936-2021)

« Uno dei grandi insegnamenti di mia madre è stato quello di mettere in primo piano i rapporti umani »
Francesco Menegatti, figlio di Carla Fracci.
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E tu, collega artista, adesso, nel trionfo euforico della “ripresa” “post-COVID”, tu per chi e (quindi) perché fai quel che ti (ri)affanni a fare? E, di conseguenza, come lo stai facendo? Dove e soprattutto verso dove?
A che pro? È davvero così? Ne sei proprio sicura? Ne sei proprio sicuro? Ma proprio sicurasicurosicuri..?

So benissimo che tante e tanti tra noi stanno provando disagio. E so che questo disagio lo stiamo nascondendo e sopprimendo: una volta ancora, e ancora, e ancora. Lo so con certezza sensibile, fisico-corporea: io ti sento, ti immagino e sogno, e quindi ti so (questo è ciò che ti repelle, e allo stesso tempo ti attrae, quando ti ritrovi, senza sapere esattamente perché, a collaborare con me). E poiché è vano il volo senza piedi per terra, il tuo disagio so, anche, perché ricevo tante e tante testimonianze private. Alcune di queste testimonianze le provoco io, e basta davvero poco, basta ch’io accenni all’argomento e s’aprono le paratie. Altre non ho neppure bisogno di provocarle. E, tutte queste testimonianze, sono esplicite, dirette, argomentate, e molte perfino parecchio lucide.

E allora, davvero, sul serio: per chi e quindi perché? Di conseguenza: come? Dove e verso dove?

So che non vuoi sentirti dire queste cose in pubblico. So che fai di tutto affinché ciò resti argomento di conversazione soltanto privata (privata del collettivo..?). So che sempre speri che spunti un “Ezio Bosso”, una “Carla Fracci”, un “Franco Scaldati”, un “Franco Battiato”, un “Bruno Maderna”, una o un “Sceglituchi” a dirle, queste cose, per poterle approvare (o violentemente contrastare, o cancellare dal tuo orizzonte mentale, che è l’approvare allo specchio), per poter poi tornare in serenità a non rispondere.
Le so benissimo tutte queste cose.
So quindi che ti sto risultando molto fastidioso, in questo momento. E so che stai anche provando mentalmente a neutralizzare la tua immagine di me (con aggressività o, più probabilmente, in forma d’intenerimento cinico e diagnosticante, intenerimento ora desolato e con una punta di commiserazione, ora supponente e con una punta di sarcasmo). Provi a neutralizzare la tua immagine di me per neutralizzare il discorso.

Pure, me o non me (che peraltro a me non importa, e questo ti fa perfino stizzire), me o non me le domande, sempre quelle, restano: per chi e quindi perché? Di conseguenza: come? Dove e verso dove?

Ne sei sicuro? O sei sicario?

Io te lo ribadisco, anche se continui a non volerci credere: non sei sola, non sei solo.