Libertà: I’ve got the Power!

Non t’accorgi di come questa tua concentrazione ossessiva sul Potere ti distolga dal dedicarti alla potenza?
Ciò, peraltro, è esattamente quanto torna più utile a quello stesso Potere che pur e giustamente intenderesti contrastare; oppure – se aderisci all’altra di queste fantomatiche due e fantomatiche fazioni – quello stesso Potere ambendo al quale sprechi la tua vita.

È come se la potenza – attributo originario del Neonato e della Femmina, già a suo tempo alienato nel Dio maschio – fosse adesso da te concepibile solo quale funzione e facoltà esclusiva (e inclusiva..!) del Potere (economico, e perciò oggi burocratico – ivi incluso quello sanitario – cioè dei governi).

Non ti rendi conto che, con questa tua ossessione su e contro il Potere, altro non fai che obbedire a questo stesso Potere come i tuoi padri (e le sottomesse tra le tue madri) hanno a suo tempo obbedito all’unico Dio maschio?

Reagendo così – anche con ottime ragioni – a un furto (di libertà, di salute, di spaziotempo comune, etc.), finisci per confermare il più antico furto che lo ha generato: l’espropriazione (eviscerazione violenta) della potenza. E non t’avvedi più che il Neonato e la Femmina espropriati sono te stesso: tu.

Nel tentativo di contrastare il Dio maschio, lo confermi, lo rafforzi, lo temi, lo servi. Lo veneri ancora.


Il vuoto e il pieno: “vai a lavorare!”

Se ti occupi di arti da facitrice/facitore sai che, per generare una forma efficiente – che cioè sia conduttiva di relazioni umane e di futuro – devi bilanciare i “pieni” e i “vuoti”.
Scrivo “vuoto” e “pieno” tra virgolette perché fanno parte del novero di parole da mettere in quarantena: appropriate da una specifica visione di una minoranza violenta, e quindi al momento inappropriate a tutte e tutti noi altri. Infatti il “pieno” e il “vuoto”, in arte, non hanno lo stesso significato che assumono nell’episteme capitalistica: “pieno” non vuol dire “ricco” o “sazio” o “impegnato”, come “vuoto” non vuol dire “povero” o “affamato” o “fannullone”.
Per esempio, chi fa arti sonore sa che la pausa (“vuoto”), è il luogo vibrante della risonanza di ciò che fu, e della inspirazione che attende a ciò che sarà, l’infra in e per cui s’intrecciano le linee di tempo esplicitato in suono; così come sa che il “vuoto” armonico, verticale, ha da essere maggiore nelle frequenze basse e minore in quelle acute, e se sbagli le proporzioni di questo vuoto viene fuori un pastrocchio respingente. Così in architettura, nelle arti installative, in quelle visive e tattili, nelle narrazioni e in poesia: dai volumi o intrecci più o meno densi di materia, colori, geometrie, movimenti, alle descrizioni/creazioni di spazi in cui si muovono le immagini vive dei personaggi – spazi senza i quali l’azione è letteralmente inimmaginabile – fino agli spazi bianchi tra i versi (gli “a capo” stessi nella pagina
bianca
già di per sé
avviano poesia).

Questa visione del “pieno” e del “vuoto” è stata condivisa – fino alla Modernità – dalle religioni e dai sistemi filosofici, che ne hanno fatto anche rito, scansione dei tempi e creazione di spazi, fisici e del pensare: boschi, templi, giardini, vertigini degli interstizi tra Essere e Divenire, la pienezza ch’è potenza nel “vuoto” vaginale della verginità nel Sacro femminile, il Ramadan, la Quaresima, le pratiche del meditare, e così via esemplificando.

Il Pieno e il Vuoto, dunque, sono essenziali all’umano: non c’è linea senza l’alternanza – possibilmente ben composta – del Vuoto e del Pieno, ché la linea, invenzione umana, la deduciamo, induciamo e inferiamo anche dalle differenze sensoriali tra ciò che categorizziamo come spazialmente e temporalmente “pieno” o “vuoto”. E senza linea non c’è cartografia, intreccio né direzione possibile.

Nell’anno in cui è finito il XX secolo, il 2020, ho provato un grande sollievo – terribile sollievo ma sollievo – tra fine Febbraio a fine Aprile, i mesi in cui in Italia s’è assunta contezza dell’avvio della pandemia da SARS-CoV-2, con la conseguenza, a partire da Marzo, di una clausura nazionale (detta dai mass media italiani “lockdown”), misura poi assunta anche dalle altre nazioni. In questo lasso di tempo, poco più di due mesi, s’affermava finalmente, dopo troppo “pieno”, un autentico e vibrantissimo, potenziale Vuoto. (Non sto mancando di rispetto ai morti, né a chi ha dovuto riorganizzarsi una esistenza per la DAD o il telelavoro o altro: sto parlando, con te, in un altro piano della complessità, del discorso, del reale, quindi non ti confondere e, se vuoi, puoi e riesci, stiamo insieme…).
Il manifestarsi (l’emergere: “emergenza”!) di questo Vuoto gravido parve coglierlo perfino il più cinico tra gli alfieri del Capitale: apparvero – fugacemente ma apparvero – editoriali in proposito, nelle più autorevoli e serie riviste di economia liberista, a firma di autorevoli economisti e analisti fin ultraliberisti. Non lo dicevano, ovviamente, in questi stessi termini, ma lo dicevano, e a chiarissime lettere: troppo “pieno”, dobbiamo cambiare direzione, ci vuole il Vuoto.

Lo spazio acustico attorno casa si svuotò: e apparvero gatti, bambini e bambine, gabbiani e suoni che furono canti. Apparvero conflitti, anche, e furono intellegibili, nel Vuoto finalmente manifesto, emergente.
In compenso scomparvero gli aperitivi di bassa qualità, i clacson superflui e le coverbanddimmerdaavolumispropositati: e non mi parve, invero, gran perdita.
Scomparve pure una industria dello Spettacolo e delle arti, che era ormai ridotta a essere soltanto il rivomito reingurgitato e rivomitato di se stessa, quindi neppure questa mi parve gran perdita, anche perché intanto emerse, a causa di questa stessa scomparsa, il problema e il conflitto delle lavoratrici e lavoratori in questa stessa industria, problema che s’è saldato, in quel momento, con la ripresa della domanda sul senso di quel che si fa e quindi si è in arte. E questo fu un bene.

E ora? Di nuovo quel “pieno”, e il Vuoto gravido preso a calci in pancia affinché abortisca: “vai a lavorare!”.
Sì, vado a lavorare: in subappalto, a nero, finché la fabbrica esplode, il macchinario mi ingurgita, crolla la gru, mia figlia mi detesta, il mio cervello esplode, il mutuo mi erode, il cuore m’implode. E vado a lavorare: fino al prossimo squillo di clacson, il cenone del prossimo Capodanno, la variante genetica e quella di valico, la prossima vernice, il prossimo abbraccio arrogante di terrore, il prossimo authcode, il prossimo aperitivo. Il prossimo virus.


Non ci resta che uscire.

Ho una potente sensazione in questo recente periodo (diciamo mesi? Un anno? Un anno e qualcosa?). In realtà ce l’ho da una ventina d’anni circa: in fieri, montante, ma finora era più un sospetto ferino, quasi una sensazione olfattiva. Probabilmente in quest’ultimo anno si è solo palesata, e con clamore, una sorta di verifica ultima di codesta mia antica sensazione. Questo palesarsi, del resto, non è anomalo: quest’anno è stato chiamato di “emergenza” perché ha, appunto, fatto emergere oltre ogni dubbio – ragionevole o irragionevole che fosse – una parte di ciò che era fin qui sommerso, e per ciò visibile solo a chi già aveva attitudini e capacità di respiro da pescatrice o pescatore di perle, o, che è lo stesso, visibile (anche se non codificato nelle stesse forme) solo a chi s’occupava e si occupa di cose come l’astrofisica o la fisica della materia, o ancora a chi è abituato a relativizzare tutto fin nel metodo, come per esempio chi si occupa di antropologia.

Questa mia sensazione, insomma, insiste adesso a dirmi che il linguaggio sociale è sostanzialmente fallito.
Fin qui, nulla di particolarmente nuovo o, di per se, allarmante: è possibile, indagando, individuare altri momenti delle civiltà in cui un linguaggio sociale è fallito, e anzi ci si può pure spingere a dire che forse si tratta di un passaggio fin necessario alla storia e alle storie.
Ciò che mi pare sia nuovo, e che trovo concretissimamente e definitivamente allarmante, è che il fallimento attuale del linguaggio sociale è accaduto in un mondo come il nostro, che è al momento quasi per nulla fondato su materialità basilari, e quasi del tutto fondato – o, direbbe forse un Pangloss, perlomeno governato – su astrazioni linguistiche: i social network, la finanza più recente (ch’è fatta in gran parte di scambi tra oggetti e gesti linguistici, quasi mai connessi direttamente a beni o servizi), la mediasfera, etc. Questo fallimento, inoltre, mi pare che abbia trascinato nella sua rovina la connessa capacità di immaginare, o almeno l’abbia azzoppata gravemente.

Le persone deputate alla invenzione e poi alla cura e adeguamento costante di questo linguaggio (cioè, in breve per chi-vuole-capire-capisca: chi fa filosofia e in parte chi fa arte) queste persone sono rimaste ancorate a un “loro” mondo: tardonovecentesco, proprio di generazioni con elaborazioni ancora in conflitto con cose che intanto, inevitabilmente, sono divenute fantasmi (e poco o nulla conta, oggi e ormai, che siano fantasmi persecutori o giocherelloni, o che siano esito di allucinazioni da intossicamento, o si siano manifestati nella forma di materiali effetti collaterali o consustanziali di questo o quell’altro sistema economico).
È come se lo sguardo di queste persone (le e i filosofi) si fosse rivolto verso il (un…) passato o, nella migliore delle ipotesi, verso il (un..) presente, ma avesse abdicato del tutto alla possibilità di guardare (vale a dire di immaginare) il futuro – o almeno un futuro.
Non sto ovviamente parlando del confezionamento di fantasticherie di futuro, cioè quegli immaginari precotti e cretinetti – o di catastrofe totale o di presuntuoso progresso – che non soltanto sono di ciarlatani (o di stronzi o di rincoglioniti), ma che sono solo funzionali a venderci qualcosa adesso, meri strumenti di marketing (di prodotti, di valori o di consolazioni che sia).
Parlo del futuro letteralmente, cioè di inconoscibile ma immaginabile potenza (potenziale): il luogo del potere non come astrazione della teoria politica ma come nucleo animale della specie Homo Sapiens, o – se preferiamo quest’altra immagine in diversa scala – dell’essere umano neonato. Per esser più chiari, inscurendo come in un “nero” di Caravaggio: il futuro che può anche serenamente coincidere col passato se esso passato è riattivato, re-immaginato e/o – di più e meglio ancora – ri-creato.
(Mi spiace se, leggendo queste parole, non “capisci”: non ambisco a essere compreso in un discorso pubblico inconsistente, quindi m’avvedo di usare parole di un discorso esistente, al momento, solo attraverso e oltre i margini – per così dire – “consentiti”, e che perciò può risultare difficilmente comprensibile a chi ancora abbia ambizioni o illusioni di esistenza di e in un discorso pubblico attuale come discorso in e di una non più esistente comunità attuale. Non te la prendere con me, che sono come te: per le tue giuste rabbie individua i giusti bersagli – e però, mi permetto di consigliarti, non indugiarvi troppo, ché tanto ormai il danno è fatto, e ti garantisco che non lo riparerai tu, né, s’è per questo, io).

Ad aggravare la abdicazione alla possibilità di guardare (immaginare) questo futuro, mi pare, ha contribuito pure altro, come in una reazione a catena verso l’implosione del pensiero (di pari passo con l’esplosione, pilotata e strumentale, delle collettività e comunità nei gangli pretesi centrali delle democrazie liberali).
Per esempio, se ripieghi il tuo sguardo verso il passato (sia pure recente o recentissimo) e hai una certa carenza di rigore storiografico, e per giunta questo tuo sguardo carente al passato lo agisci in un momento in cui l’episteme stessa della storia, e con essa il metodo storiografico, stanno come minimo, diciamo, “revisionandosi”, be’, la reazione a catena è bella che avviata.
Altro esempio: se inventi un pensiero – che poi dovrebbe fondare o aggiornare un linguaggio sociale funzionalmente condivisibile (e col potere – inteso ora in senso politico – ci facciamo i conti all’atto pratico potendone però intanto discutere intendendoci tra noi diffusamente) – se inventi questo pensiero facendo un discorso critico su techne e scienza e politica (sia pure pieno di spunti interessanti e varie intuizioni brillanti) e nello stesso tempo sei carente nei linguaggi delle scienze – a partire a volte proprio dall’ABC, fino a non sapere distinguere un numero da un processo, il fisico dal matematico – e, nello stesso tempo, magari è funzionale al tuo discorso la stigmatizzazione in blocco di alcune discipline scientifiche (la biologia, la chimica o altro), ecco, così facendo è poi inevitabile che questo tuo pensiero finisca per fare cilecca in una cosa essenziale e davvero civilmente d’aiuto nel mondo di oggi (e vieppiù di domani), cioè gettare ponti tra il linguaggio sociale e il linguaggio tecnico-scientifico. Occhéi, può non essere questa la tua intenzione, nella tua opera filosofica (o artistica), e puoi anche teorizzare con coerenza che non lo sia, nel dispositivo della tua opera, ma poi il dato di fatto è che ‘sta responsabilità, non foss’altro che come effetto collaterale della tua opera una volta pubblica, ce l’hai eccome.
E a una certa non basteranno più – per arginare un omicidio-suicidio dei pontieri di tale portata – le (peraltro spesso come minimo ambigue) supplenze fornite da chi fa arte: si mettano perciò il cuore in pace – e si dedichino quindi più fruttuosamente a ricrearsi dalla radice – le mie colleghe e colleghi artisti che ancora s’illudono di poter almeno supplire e continuano perciò a operare in un sistema della cultura ormai esausto fino all’inesistenza ma continuamente reintroiettato e riproiettato: abbiamo, come civiltà, già superato la soglia oltre la quale ogni movimento in tale direzione e con tale intenzione è vano, per quanto brillante, generoso e “giusto-in-sé” possa essere.

Il combinato disposto di tutte queste reazioni a catena (e qui uso “combinato disposto” proprio nel suo originario senso giuridico, dato che pare che ogni pensiero individuale, espresso oggi in pubblico, perlomeno ambisce ad assurgere a norma), tale combinato disposto ha finito per portare al dominio della statistica sulla possibilità nel discorso pubblico, fino allo strapotere della probabilità che – disseccata la parola dal suo significato originario nel metodo scientifico – politicamente si traduce in un pericolosissimo processo al termine del quale le maggioranze, o minoranze violente – per esempio alcune caste in India, i W.A.S.P. negli Stati Uniti d’America, i maschi un po’ dappertutto, i liberal benestanti nelle democrazie liberali, alcuni gruppi etnici o sottogruppi religiosi in vari luoghi del mondo – cominciano a pensarsi e infine appercepirsi come totalità, finendo per risucchiare in sé ogni differenza, per annullare ogni (plurale) vero possibile nell’unico reale da esse stesse costituito, finendo per fare coincidere ogni reale possibile, e la sua percezione sociale, con la propria specifica ideologia, così non più visibile in quanto tale perché percepita diffusamente come La Realtà tout court (e pazienza se c’è chi soffre malissimo, muore peggio ancora, o se si scatenano ondate di violenza – materiale e immateriale – oltre ogni misura).

I risultati di queste carenze di pensiero – e siamo alla cronaca d’oggi – e quindi del fallimento del linguaggio sociale, sono l’inveramento col senno del poi di alcune delle più diffuse e influenti ipotesi o teorie di questi stessi pensatori e pensatrici avvoltolati nel “loro mondo”: lo straripare, fino allo strapotere, di un linguaggio tecno-scientifico (più specificamente nella cronaca attuale: bio-scientifico) come unico linguaggio sociale, lasciato proliferare incompreso, astratto e incomprensibile, tra tutte e tutti noi, nell’ormai fu discorso pubblico. Un inveramento a posteriori che finisce per validare formalmente e in superficie questi stessi pensieri carenti (o, spesso, più semplicemente presuntuosi) che contribuiscono a generarlo o alimentarlo con la loro defezione: una defezione – triste e perfino luttuoso constatarlo – anche e anzitutto da se stessi.

Da questi esiti, come per gemmazione, sorgono paradossi che sono – date le premesse fin qui osservate – tutti apparenti. Paradossi apparenti come l’intervento pubblico di questi stessi pensatori che finisce per nutrire ciò che essi stessi intenderebbero contestare o contrastare; la sussunzione del discorso liberal e fu-di-Sinistra (a partire da quello libertario) nella valanga della Reazione – usato come strumento e fin braccio armato o armante di questa; o ancora paradossi apparenti come la indifferenziazione sostanziale tra i ligi (e terrorizzati) borghesetti-di-sani-valori, e i da questi tanto vituperati (e del pari terrorizzati) “complottisti”, “negazionisti” e “ignoranti”, una indifferenziazione non solo di sostanza ma perfino di metodo, perché entrambi i gruppi partecipano, e clamorosamente, alle stesse orge di correlazioni spurie, agli stessi deliranti rave party in onore dei numi dell’Ex Falso Quodlibet, due gruppi uguali e contrari, infoiatissimi in un gioco irrisolvibile di reciproche e mutue proiezioni e quindi accuse, in cui l’unico a vincere è il banco, cioè i cinici e utilitaristici devoti alla Reazione ormai (molto ottimisticamente: quasi) irrefrenabili. Devoti alla Reazione i quali, giunti al punto in cui siamo, in questo momento, sono sostanzialmente coincidenti coi devoti all’estinzione violenta della nostra specie.

Innanzi a questo panorama – dal quale non è ovviamente possibile in atto escludermi (e del resto non lo farei, per mia indole, neppure se fossi ricco e potessi quindi agire con limitati rischi una tale finzione con me stesso) – innanzi a questo panorama l’unica via d’uscita è… Uscire.
Intanto, semplicemente e radicalmente questo: uscire.
Uscire da tutto questo. Uscire, che non solo non è escludersi, ma ne è l’esatto contrario (come dicono i moderni… Spoiler: uscire da un blocco qualsivoglia di costrutti sociali è la precondizione per inventare nuovi costrutti sociali, e ciò accade di necessità, per il semplice motivo che siamo della specie Homo Sapiens, cioè – a oggi – l’unica per la quale la realtà stessa, e tutto ciò che in essa vi si legge e agisce, è costrutto sociale).
Il come o il quando di questo uscire non posso dirli: è una faccenda, per ogni individuo tra noi, di storie personali, di possibilità (anche economiche), di condizione mentale attuale, di scelte o non-scelte fatte, agite o subite. Contraddirei pertanto tutto ciò che ho articolato finora, se volessi o potessi indicarli. Quello che si può dire, però, con certezza è che, sì, non ci resta che uscire.

Lo so, ti sembra una tautologia, e hai ragione: dire che la via d’uscita è uscire, formalmente lo è. Sta a te, come a me, scioglierla e risolverla: analogicamente, ricominciando ad allenare la nostra immaginazione a partire dai suoi costituenti minimi – anche solo principiando a cercare linee fisiche, materiali, d’orizzonte visivo e uditivo – non muovendo da filosofie, contesti o immaginari già noti, inclusi, discutibili, comprensibili, definitivamente compromessi. E con la consapevolezza ormai ineludibile che il grande o grandissimo rischio che immaginare-agire comporta, tale rischio è in ogni caso minore della certezza della fine violenta.


Per chi e quindi perché? Di conseguenza: come? Dove e verso dove?

Carla Fracci, in una foto d’archivio del 23 marzo 1977 durante la trasmissione “Milleluci”

« Volevo che questo mio lavoro non fosse d’élite, relegato alle scatole d’oro dei teatri d’opera. […] A me piaceva così, e il pubblico mi ha sempre ripagato »
Carolina “Carla” Fracci (1936-2021)

« Uno dei grandi insegnamenti di mia madre è stato quello di mettere in primo piano i rapporti umani »
Francesco Menegatti, figlio di Carla Fracci.
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E tu, collega artista, adesso, nel trionfo euforico della “ripresa” “post-COVID”, tu per chi e (quindi) perché fai quel che ti (ri)affanni a fare? E, di conseguenza, come lo stai facendo? Dove e soprattutto verso dove?
A che pro? È davvero così? Ne sei proprio sicura? Ne sei proprio sicuro? Ma proprio sicurasicurosicuri..?

So benissimo che tante e tanti tra noi stanno provando disagio. E so che questo disagio lo stiamo nascondendo e sopprimendo: una volta ancora, e ancora, e ancora. Lo so con certezza sensibile, fisico-corporea: io ti sento, ti immagino e sogno, e quindi ti so (questo è ciò che ti repelle, e allo stesso tempo ti attrae, quando ti ritrovi, senza sapere esattamente perché, a collaborare con me). E poiché è vano il volo senza piedi per terra, il tuo disagio so, anche, perché ricevo tante e tante testimonianze private. Alcune di queste testimonianze le provoco io, e basta davvero poco, basta ch’io accenni all’argomento e s’aprono le paratie. Altre non ho neppure bisogno di provocarle. E, tutte queste testimonianze, sono esplicite, dirette, argomentate, e molte perfino parecchio lucide.

E allora, davvero, sul serio: per chi e quindi perché? Di conseguenza: come? Dove e verso dove?

So che non vuoi sentirti dire queste cose in pubblico. So che fai di tutto affinché ciò resti argomento di conversazione soltanto privata (privata del collettivo..?). So che sempre speri che spunti un “Ezio Bosso”, una “Carla Fracci”, un “Franco Scaldati”, un “Franco Battiato”, un “Bruno Maderna”, una o un “Sceglituchi” a dirle, queste cose, per poterle approvare (o violentemente contrastare, o cancellare dal tuo orizzonte mentale, che è l’approvare allo specchio), per poter poi tornare in serenità a non rispondere.
Le so benissimo tutte queste cose.
So quindi che ti sto risultando molto fastidioso, in questo momento. E so che stai anche provando mentalmente a neutralizzare la tua immagine di me (con aggressività o, più probabilmente, in forma d’intenerimento cinico e diagnosticante, intenerimento ora desolato e con una punta di commiserazione, ora supponente e con una punta di sarcasmo). Provi a neutralizzare la tua immagine di me per neutralizzare il discorso.

Pure, me o non me (che peraltro a me non importa, e questo ti fa perfino stizzire), me o non me le domande, sempre quelle, restano: per chi e quindi perché? Di conseguenza: come? Dove e verso dove?

Ne sei sicuro? O sei sicario?

Io te lo ribadisco, anche se continui a non volerci credere: non sei sola, non sei solo.


Italia 2021: il bordello e la Sinfonia

Da un lato gente incapace di organizzare una scopata in un bordello (“Ahi serva Italia…“), e dall’altro gli sfruttatori che amministrano lo stesso. Tutt’attorno, una ridda di bambinetti (maschi anche quando donne) – già rincoglioniti o devastati da genitori e nonni inadeguati se non direttamente violenti – che fanno il tifo per gli uni o per gli altri, poiché ambiscono a diventare a loro volta o gli incapaci di organizzare una scopata in un bordello, o gli sfruttatori che amministrano lo stesso. Questo loop, questa tortura angosciante, è ciò che s’ascolta in Italia in questo inizio di febbraio 2021.

Difficoltà e insieme meraviglia della democrazia è che tutto è connesso con tutto, e tutte e tutti sono correlati con tutti e tutte. La democrazia è cioè una Sinfonia-mondo, ben composta da un Compositore Collettivo, adeguatamente formato e continuamente aggiornato, che della composizione è anche interprete e ascoltatore. Una Sinfonia-mondo in cui c’è spazio per ogni stile – passato, presente e futuro – inclusi quelli che prevedono soli, momenti cameristici e improvvisazioni, e financo una qualche dose di Noise punk.

In questa Sinfonia-mondo, quando a “Compositore” viene meno “Collettivo”, viene meno tutto il resto. E allora la Sinfonia-mondo si sfalda e degenera in un frastuono pericolosissimo, tale da sgomentare chi ha dei privilegi ma è sensibile, intelligente e umana/o, e che lascia chi già non goda di alcun privilegio in balia del Nulla Fascista Incipiente.
Da questo frastuono o emerge il Compositore Dittatore – coi corollari dell’Interprete Vassallo o Inerte, e dell’Ascoltatore Astratto o Violentato (e quindi adorante i Violentatori) – oppure emergono dei loop come quello sopra descritto, vere e proprie torture per chi ha orecchie.
Il problema in Italia (ma non solo), adesso (ma non da ora) è che le torturate e i torturati siamo tutte e tutti noi.

P.S. Ad ogni buon conto, se “Compositore Collettivo” si sostituisce con “Compositrice Collettiva“, e magari – per far diventare soggetto, da oggetto, certi titoli-slogan altrimenti ingannevoli – magari pure next generation, ecco, così secondo me ce la passiamo meglio.


Money makes the world goes round, from "Cabaret"

“Emergenza!”: è una questione di soldi.

Ok, ciccini cari, siam d’accordo: è una questione di soldi. Mi pare una ovvietà, una evidenza. Questo però non significa che appena spuntano dei soldi è tuttapposto fino al prossimo giro di giostra. Perché i soldi sono uno strumento, non uno scopo. E credo che il problema civile di oggi sia in larga parte quasi tutto qui, per La Gente Comune Che Si Crede Speciale (a occhio e croce, con un enorme sforzo di ottimismo, un buon 90% della popolazione).
Avere confuso uno degli strumenti possibili per vivere insieme (i soldi) con lo scopo del vivere. Qui sta il problema. La pandemia lo ha solo fatto emergere (ma purtroppo, mi sa, non a sufficienza). Infatti hanno ragione – ma sono stronzi giocando con le parole – a chiamarla “emergenza”: è l’emergere dei problemi che abbiamo da decenni, e che senza la pandemia abbiamo preteso di curare con depressione, rabbia, rincoglionimento diffuso, seghe mentali e non, cinismo, euforia, alcol, coca e benzodiazepina. L’un contro l’altro a(r)mati.

La faccenda (e qui mi sa che parlo soltanto a una piccola porzione del rimanente 10%) è che invece non conta il cosa (cioè i soldi) ma il come (cioè, appunto, come li hai spesi e li spendi).
Se per decenni, per esempio, hai tolto soldi alla sanità, alla scuola, alle arti, alla formazione, ai trasporti, alla ricerca per sapere meglio e per vivere meglio, e – per giunta indebitandoti – invece li hai dati a chi vuole fare la guerra (cioè non al soldatino nella casermetta disagiata, ma ai generali corrotti e ai fabbricanti di armi), li hai dati a chi vuole uccidere pur di “star bene”, nonché li hai dati a chi già era ed è ricco, affinché diventasse più ricco, ecco, se per decenni i soldi li hai spesi così, e per giunta continui a farlo in una situazione come questa che stiamo vivendo, allora poi non basta fare dai e togli a mesi alterni, a colpi di ambigui decreti, per risolvere l’imbroglio.

E qui l’imbroglio non è la pandemia. Una pandemia è un normalissimo fenomeno naturale; peraltro la attuale è solo la prima di una serie, e ci sta andando perfino di culo che si tratta di questo virus e non di uno di quelli – ignotissimi – liberati in giro per il mondo dallo scioglimento dei ghiacci artici, che prima o poi cominceranno ad andare in giro nei prossimi tempi. Una cosa naturale la si riesce ad affrontare, tutte e tutti insieme, se non si è speso nei decenni precedenti il proprio tempo e i propri soldi completamente a cazzo, e anzi magari facendo danno assai nello spenderli (sia il tempo che i soldi).
L’imbroglio qui è questo avere speso i soldi a cazzo, averli tolti a chi ne aveva bisogno, tolti a chi li faceva fruttare in vari modi senza voler fottere gli altri, tolti a chi ci rendeva almeno preparati (in corpo e in spirito, visto che vi piace così tanto distinguere l’indistinguibile), preparati ad affrontare anche una pandemia (o un terremoto, un innalzamento degli oceani, o altri fenomeni naturali). Avere tolto i soldi a questi, e averli invece dati a chi già li aveva, dati a chi li fa fruttare andando in culo agli altri e uccidendo in corpo e in spirito, dati a chi brucia e devasta intere foreste per fare altri soldi oltre i troppi che già ha, e dati a chi in generale li sperpera per fare danno.

E ora che si fa? Chiusure e aperture dell’universomondo, scaricando la responsabilità sugli individui e mandando i poliziotti? Qualche soldino a leva e metti (e a ulteriore debito) speso d’urgenza dove lo hai tolto per decenni e decenni?
Non mi pare una brillante soluzione. Meglio: non mi pare una soluzione, né brillante né cretina. Una soluzione, per essere tale, deve essere la risposta efficiente a un problema: se tu il problema manco riesci a inquadrarlo, neppure sfocato, anzi non lo vuoi neppure guardare, niente di niente, allora che cazzo di “soluzione” vuoi proporre? O, se protesti senza inquadrare il problema, che cazzo di soluzione vuoi chiedere? Per cosa e come?
Se devi curare una estesa ustione di secondo grado – con alcune zone del corpo con ustione di terzo grado – che fai? Metti dai 4 ai 7 cerotti qui e lì a giorni alterni, e spruzzi ogni 3 giorni qualche goccia d’acqua sporca? Magari mentre guardi dall’altro lato perché ti fa impressione lo spettacolo che vedi?
Non mi pare una cura. Né manco un ristoro.

P.S. Mi ritengo personalmente offeso dalla pigghiata p’u culu di chiamare “Decreto ristoro” i due cerottini quando la narrazione mediatica ha ficcato nella testa di tutti che le proteste sono dei “ristoratori”. Ma vero pì fissa a ‘sti livelli nni vulìti pigghiàri?

PP.SS. Comunque intanto c’è in corso, nella ricca offerta del palinsesto, anche la seconda puntata di “Genocidio in Armenia“.

Liza Minnelli & Joel Grey in “Money makes the world go round” from “Cabaret” (1972) by Bob Fosse


“Un grado di umanità non mai raggiunto prima”

Modello del virus SARS-COV-2, noto ai suoi amici come “Corona virus”, ossia: fotografia dello stato della civiltà umana sul pianeta Terra – a dominio bianco, maschile e capitalistico – nell’anno 2020

« Specialisti senza spirito, edonisti senza cuore: questo nulla si immagina di essere asceso a un grado di umanità non mai raggiunto prima»

Max Weber, cit. da “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo“, 1905


Un virus, e gli impazienti di Mortal Kombat

2 Maggio 2020. È il penultimo giorno della Fase 1 di Mortal Kombat. Il 4 Maggio inizia la Fase 2.
Le strade del quartiere della città dove abito (che nel gioco viene chiamata “Palermo”, e io mi adeguo: Palermo) sembrano quelle di una normale città civile nelle sue zone più vivibili. Per strada c’è il giusto numero di esseri umani e di animali. Gli umani tendono a compiere azioni normali e sane: approvvigionamento di cibo i più, percorso verso i propri uffici i meno.
I ritmi di queste azioni sono sani, e molti si fermano a scambiare due chiacchiere, per strada e nelle botteghe, alla giusta distanza fisica, cioè quella normale se non si è amanti clandestini che non s’incontrano da sei mesi.
Alcuni umani in tuta e scarpe sportive procedono a passo veloce o corrono; paiono non temere d’essere investiti dalle automobili, le quali sono in un numero giusto, che consente la sanità dell’aria e dell’udito. Per la stessa ragione, i bambini per strada hanno una libertà di gioia e di movimento mai osservata fino a oggi in questo distretto del videogioco. Non soltanto i bambini appaiono ed esistono, come i cani, i gatti, i poveri, i vecchi e i gabbiani, ma appaiono perfino felici, come se potessero vivere incuranti degli adulterati. Probabilmente lo sono, felici: mi ricordo ancora quando ero bambino, quindi mi sa che posso azzardare questa affermazione. È molto bello e confortante vedere che i bambini sembrano bambini.

I clacson sono utilizzati solo per lo scopo per cui sono installati nei mezzi: usi senza abusi. Ogni tanto, sporadicamente, si sente nel quartiere qualche urlo da una lite coniugale, ma il suono generale nelle strade consente di udire e comprendere di che trattasi, quindi è più facile individuare abusi (i quali già all’udito è sempre evidente essere da parte del maschio della coppia), e in caso di necessità chiamare le forze dell’ordine: servono a questo, no?

Alcuni umani, non so dire se pochi o tanti, sembrano vagamente tristi, come se fossero un po’ depressi, ma purtroppo non troppo. Qualcuno tra questi pare aver trasformato velocemente questa sua strana tristezza in incazzatura più o meno scomposta. Insomma, è come se finalmente si fossero accorti di se stessi, di aver sempre e solo infilato nella propria vita una enorme sequela di cazzate, quindi ora s’avvedono – ma non riescono a dirsi – che non valgono nulla. Infatti, prima della Fase 1 di Mortal Kombat, sono infine diventati il loro lavoro, o non-lavoro, e non qualcuno con una normale identità umana che fa o non fa un lavoro. Non si osservano differenze tra ceti sociali, culturali ed economici: se infili una sequela di cazzate nella vita, che poi sei costretto a difendere con unghie e denti, è del tutto indifferente che tu sia un plurilaureato con abbonamento all’Opera dai tempi di Adamo ed Eva, o che tu sia un cannavazzo, che tu i denti li abbia fradici o con le capsule a quattromila carati, che le tue unghie siano curate da Bernini redivivo o tutte mangiucchiate e coi funghi.

Il pub sotto casa è silente, chiuso: non provo il minimo dispiacere. Tant’è, ospitava e ospiterà sempre cover-band-dimmerda, al di fuori di qualsiasi regola e norma di buon senso acustico fino a notte inoltrata (tenere i volumi dell’impianto di Vasco Rossi a San Siro in una 40ina di metri quadrati, con porte lasciate aperte sul quartiere, no, far così non ti fa diventare Vasco Rossi, né trasforma il tuo pub in San Siro). Inoltre ebbe, ha e avrà clientela composta da benestanti indebitati, sovente cocainomani, ch’è di una bruttezza, ipocrisia e malagrazia rumorosissima: una robba che manco Otto Dix, Emil Nolde, George Grosz e James Ensor, con la consulenza di Franz Kafka, no, una robba che manco questi tutti assieme sarebbero in grado di rappresentare con efficacia.
Probabilmente questa clientela, questi pochi ma rumorosi – perché i debiti, fatti per perseguire nulla e fracasso, li perseguitano e loro pare che li allontanino sbraitando – questi qui probabilmente sono i più impazienti di passare alla Fase 2 e poi 3 di Mortal Kombat: odiano i bambini, i cani (lo vedo, io, come li trattano, i “loro”). Odiano i gatti, i gabbiani, i medici, gli infermieri, gli impiegati di botteghe e supermercati. Odiano i vecchi e odiano i poveri: fa strano guardarsi allo specchio, è più facile odiarlo e romperlo. Odiano gli artisti, i quali reagiscono odiando se stessi. Odiano le cameriere del pub, quelle stesse che vorrebbero solo scoparsi, le quali in reazione finiscono per odiarsi tra loro e poi odiare se stesse, perché non si sa mai che qualcuno di questi mi sposi e così divento una benestante indebitata anche io finalmente. Odiano, manco a dirlo, le donne, anche se a loro volta son donne.

Il 4 Maggio, tra due giorni, inizia dunque la Fase 2 di Mortal Kombat. Forse meglio consegnarsi subito a Shang Tsung, che coi suoi sortilegi inganna la morte, rigenerando il suo corpo con le anime degli avversari?
O almeno, ci riesce, a ingannare la morte coi suoi sortilegi, finché qualche suo sgherro coglione non va a stanare un cosìno con uno statuto biologico strambo. Che so? Un virus, per esempio.