Libertà: I’ve got the Power!

Non t’accorgi di come questa tua concentrazione ossessiva sul Potere ti distolga dal dedicarti alla potenza?
Ciò, peraltro, è esattamente quanto torna più utile a quello stesso Potere che pur e giustamente intenderesti contrastare; oppure – se aderisci all’altra di queste fantomatiche due e fantomatiche fazioni – quello stesso Potere ambendo al quale sprechi la tua vita.

È come se la potenza – attributo originario del Neonato e della Femmina, già a suo tempo alienato nel Dio maschio – fosse adesso da te concepibile solo quale funzione e facoltà esclusiva (e inclusiva..!) del Potere (economico, e perciò oggi burocratico – ivi incluso quello sanitario – cioè dei governi).

Non ti rendi conto che, con questa tua ossessione su e contro il Potere, altro non fai che obbedire a questo stesso Potere come i tuoi padri (e le sottomesse tra le tue madri) hanno a suo tempo obbedito all’unico Dio maschio?

Reagendo così – anche con ottime ragioni – a un furto (di libertà, di salute, di spaziotempo comune, etc.), finisci per confermare il più antico furto che lo ha generato: l’espropriazione (eviscerazione violenta) della potenza. E non t’avvedi più che il Neonato e la Femmina espropriati sono te stesso: tu.

Nel tentativo di contrastare il Dio maschio, lo confermi, lo rafforzi, lo temi, lo servi. Lo veneri ancora.


bell hooks

Non possiamo iniziare la lotta come oggetti, e diventare soggetti in un secondo tempo
(Paulo Freire)

Sono profondamente triste in questo momento: ho appreso della morte di bell hooks (all’anagrafe e in alcuni momenti e situazioni: Gloria Jean Watkins).

bell hooks [scrivo il suo nome in minuscolo, come da sua volontà e impostazione], bell hooks è stata per me – in tempi recenti in sempre maggior crescendo – la singola autrice con cui sono più entrato in sintonia, al punto da cominciare a considerarla una delle mie Maestre, e certo un essere umano con cui mi è prezioso fare intensi dialoghi: per me stesso, e quindi per noi.

“Noi”: sì, intendo pure tu che, leggendo, in questo istante sei in relazione con me, in un luogo – quello delle parole, in senso più ampio quello della teoria – che è luogo comune (a dispetto del decoro dei borghesetti timorati soltanto, in fin de’ conti, d’un dio che più finto non si può figurarlo: se stessi senza noi).

L’elaborazione condivisa della memoria fin personale, come processo, da e con i corpi, da e nelle esperienze, nell’eros: fare comunità, comunicarci, accettare l’acqua sporca quando hai sete e distinguere però lo sporco dall’acqua nell’atto stesso di dissetarti.

Ad alcuni (poveretti…) può apparire curioso che i testi di bell hooks che più mi hanno coinvolto, specie di recente, siano quelli di pedagogia: io non insegno, non ho allievi, non faccio l’operatore di comunità, né sono padre o ricopro ruoli a vario titolo pedagogici. Invece ritengo che proprio la pedagogia – se è quella come bell hooks – sia oggi una prospettiva preziosa anche e specialmente a chi non ha ruoli o mestieri pedagogici. Perché abbiamo bisogno (e pure urgenza estrema!) di ri-educare anzitutto noi stesse e stessi: a praticare la libertà, il corpo, l’eros, le relazioni, il pensiero critico senza astrazioni; a ridisegnare cosa sia “sapere”; a ri- e co-abitare la teoria come luogo di liberazione possibile e non di oppressione; a ridivenire, da oggetti, soggetti. E, anzitutto, a rispettare e accogliere la nostra e la altrui sofferenza in questo processo: fino ad amarla, ad amarci. Noi.

foto di bell hooks realizzata da Liza Matthews

“Perché non sai stare zitto / ti riconosci” (un poemetto mestruale in quattro movimenti)

I.

Perché non sai stare zitto
ti riconosci
simile con simile
tu nel cicaleccio
che fanno gli amori conformisti,
predeterminati.

Quella volta c’era invece
tutto quello che mi rende felice:
un luogo collinare
qualcosa da salire o da scalare
(di terra o d’acqua poco importa)
e un bosco non so più
se sognato nell’arsura
che tempera a suo modo
le ali mutaforma degli angeli gioiosa,
o se davvero era la luce lamella che ride
netta tra i rami e i denti di
quella ragazza lì.

Ora per queste cose io ti sento e
mi dispiace che tu non sappia,
ancòra né più,
che sono le ragazze a fare vero il bosco.
(Se non mi dispiacesse, in fondo,
non ti scriverei).

II.

Io l’anima dal corpo non so
distinguere,
né questi insieme distinguo
dal volo di un piccione in cattedrale
dal ritratto musivo del santo
sulle pareti di questa dal sorriso
di un Cristo di Bisanzio né,
s’è per tanto, dai Segreti di famiglia
in ciò che fu impero nell’Africa subsahariana;
o ancòra dai canti di Sheba non distinguo
dal fitto contrappunto liminare di Kalunga
– frattanto che da Laumé paziente
reimparo
la geometria degli spazi selvatici.

Tu invece sì, distingui,
e aizzi il Leviatano
versando alle acque dal tuo cuore
ogni veleno babilonese che ti capiti a tiro,
e dalla tua cella similoro
Sedna paterno violenti
una volta di più
– e pigi infatti il clacson con euforia feroce.

III

Io vado così alle sorgenti del bosco,

tu inzuppi il cicaleccio nella melma della foce
dove l’algoritmo disperde
le danze raggelate e i fianchi
non sono altro che fianchi.
Sì, se non mi dispiacesse, è vero, non ti scriverei,

ma è che io m’abbevero nel rosso tra le cosce
da dove sgorgano
ancora ambivalenti le parole
quando già non guerreggiano tra loro.

IV.

Ecco, se vuoi, dunque, il fiume mestruo
che scioglie a estro della luna
ogni sostanza solida,
lo zero e l’uno,
a fare il grano nuovo la mela senza il male,
(e rende le parole manifeste al mondo esterno):

da circa venticinque millilitri a cinquanta d’endometrio
a far da metro, per esempio,
e fuor dalla lista della spesa,
all’istante sempiterno in cui
la perdita
è
conquista.


Sacrificio

Poche cose sono micidiali, nella nostra epoca, come la retorica del “sacrificio”.

Nelle codifiche religiose precristiane – poi in parte assunte e risignificate in epoca cristiana – la parola “sacrificio” stava per “fare il sacro” (latino: sacrum facĕre, da cui săcrĭfĭcĭum ). In antico il Sacro (lat.: sacer, sacră, sacrum) indicava tutto ciò che era radicalmente Altro rispetto al Pubblicum, la collettività formalizzata, e quindi – nell’intendimento degli antichi – era a questa opposto e, proprio per tale oppositività, ineluttabilmente complementare. Infatti si facevano i riti, e dunque i sacrifici, proprio per ri-armonizzare all’occorrenza Sacro e Pubblico, alterità e normalità, oppure per prevenirne e scongiurarne la dissociazione, che era percepita come sbagliata: “contro natura”, diremmo noi.

A noi moderni questa logica (“antitetico quindi coeso”) sembra ossimorica, assurda, onirica – per i più zombieficati fin provocatoria – ma per gli umani antichi di molte culture (incluse quelle italiche) era perfettamente coerente e naturale, tant’è che in varie lingue antiche si trovano molte parole con duplice significato antitetico, che solo successivamente, nel corso dell’evoluzione linguistica, si sono scomposte in due distinti termini; per esempio – osserva il glottologo tedesco Karl Abel già nel 1884 – nei geroglifici egizi la più antica parola ken (che significa sia “forte” che “debole”), si sdoppia in seguito nelle distinte parole ken (“forte”) e kan (“debole”). Gli strati più antichi delle lingue sono pieni di casi come questo. Oggi quasi la sola musica, se fatta prima e oltre un qualsivoglia mercato, custodisce il codice di questo stadio aurorale dell’intendimento umano, il sacro.

Man mano che poi ci si è avvicinati allo stato attuale della civiltà, le parole si sono andate viavia specializzando, cioè a ciascun concetto si è progressivamente associata una singola parola, dal significato il più possibile univoco.
Ciò è andato a favore di una chiarezza razionale tra i parlanti moderni, ma in questo modo abbiamo anche perduto (e oggi pericolosamente!) l’esercizio della comprensione dell’interdipendenza tra le cose del mondo, e con essa la capacità di pensare da svegli con la stessa forma di pensiero umano caratteristica del sogno, della musica e dell’utopia positiva, cioè l’analogia, l’ossimoro pacificato, l’armonia, la sintesi degli opposti, la coesistenza delle differenze – e qualcuno, più stronzo e sacrilego di altri, su questa perdita ci ha fatto e ci fa parecchi soldi sopra, spargendo sangue e sofferenze assortite… Ma questo è un altro discorso (oppure no?).
Come che sia, quando ancora, giustamente, ritenevamo naturale la convivenza delle differenze, “fare il Sacro”, cioè appunto il sacrificio, era celebrare l’Altro in collettività nel rito, evocare ciò che valica la norma, che supera la normalità, per armonizzare ordinario e straordinario, maggioranze e minoranze, umano e divino.

Dicevamo, ad avvio del nostro discorso, della pericolosità dell’attuale retorica del “sacrificio”.
Dico ora ‘retorica’ nel suo significato deteriore, perché “sacrificio” è oggi parola non solo svuotata del suo senso, sganciata dalla sua cosa, ma anche fatta divenire di senso del tutto ribaltato: da “fare il sacro” a “distruggere il sacro usando la sua immagine astratta”.
Ciò che intendiamo oggi per “sacrificio” è infatti slegato dai riti, cioè dalla collettività: è un atto individuale. Anche quando, nel discorso pubblico, ci si rivolge non a un individuo ma a un gruppo di persone chiedendo di “sacrificarsi”, di “fare dei sacrifici”, ci si riferisce alla immagine di una massa, non già a quella di collettività come rete dialettica di individui; cioè in fondo ci si rivolge a un individuo indistinto, l’individuo-massa. Di solito è infatti così che la parola “sacrificio” è usata e pronunciata – vera e propria arma – dai leader politici fascisti (“sacrificarsi per la patria”), liberisti (“sacrifici per il pareggio di bilancio dello Stato”), eccetera, nonché dai capitalisti e dai loro sgherri, nelle imprese sia private che oggi anche pseudopubbliche, quando parlano ai sottoposti al ricatto dello stipendio (“sacrificarsi per l’azienda / la scuola / l’arte (?!?) / l’ospedale / i clienti / l’eccellenza / il territorio / la qualità / la cultura (?!?) / il numero di like e reactions, etc”).

Quella su “sacrificio” (“sacrificarsi”, “sacrificare”, etc) è dunque una retorica insidiosissima, perché – usando il Sacro svuotato – si insedia viscidamente nell’animo di ognuna e ognuno di noi mascherata da virtù individuale, così facendoci (egoisticamente) sentir meglio con noi stesse/i, inclusi nella cosiddetta normalità. Il pennino assassino di questa retorica ci eroifica dentro un’epica mistificatissima e fasulla, a uso e consumo di chi detiene un qualsiasi tipo di controllo sociale e/o economico, da quello di un individuo su un altro in una coppia, a quello di una maggioranza (o di una minoranza violenta) su una o più minoranze, a quello di un ceto (per esempio l’imprenditoriale) su un altro (per esempio quello che [soprav]vive di salari e compensi), fino a quello su intere popolazioni. Non a caso è tra l’altro una delle leve più potenti e surrettiziamente violente che si sono usate e s’usano contro le donne, o contro il femminile in genere (anche quello negli uomini e in chiunque). Questa retorica è uno dei sintomi (e delle cause) più evidenti, a volerli leggere, della pericolosità, per noi esseri umani di oggi, della polarizzazione oppositiva, disarmonizzante, binaria, digitale.
Il “sacrificio”, inteso com’è oggi, è uno dei più efferati, sottili e pericolosi attacchi al sacro in tutte e tutti noi. E – come osserviamo nelle cronache ogni santo giorno – é letteralmente micidiale: cioè che uccide esseri umani.

Tu, adesso, per chi o cosa ti stai sacrificando? Perché?






Alla Dea in te

Mi pare ormai conclamato che aver lasciato ai propriamente reazionari l’irrazionale, il sacro, il magico, il poetico, ciò ha determinato lo stupro ultimo della Dea, e per questo la pietrificazione di Dioniso in un maschio immobile, onnipotente delirante, che agisce la sua paralisi in mentite spoglie di scienziatipazzi e mercanti senza pietà. Così tutto di tutte e tutti noi non è che aneddoto e null’altro. In questa aneddotica stordente ci consumiamo le mani succhiando la carne dalle dita fino alle ossa, e così le mani non modellano più la creta cui dar vita coi canti, dal canto loro più che disseccati estinti.
Occorre restituire alla Dea il suo potere – e pure con tante scuse per il delitto compiuto – e perciò restituire a Dioniso la sua fluidità che è andirivieni e trasformazione. E occorre farlo ora: è già tardi. I canti di Orfeo, nello stato in cui esistiamo senza essere (ché l’essere umano è folle trasformazione), i canti d’Orfeo così non possono che restare quel che ora sono: piagnistei meccanici algoritmicamente preordinati, balbettii di hybris, psicosi senza follia, pretesa d’eternità immota. È quindi necessario che Euridice risusciti, adesso, anche senza Orfeo se lui proprio non ce la fa a togliersi collare e orologio, e frantumarli come dovrebbe: farà lei, da sé se necessario, suonerà lei la lira per se stessa. E per ciò, ci piaccia o meno, per noi. Cantino le nostre carni, ancora, siano pure le residue. Torni potente la Dea. Lo spero.


L’armadillo e la direttrice d’orchestra

Direttore d’orchestra, direttrice d’orchestra: che conta?
Ciccìni miei cari, non sono le etichette a qualificare chi fa un mestiere: conta la preparazione, il modo in cui si fanno le cose. Sono d’accordissimo con voi.
Quindi domattina, per farmi riparare l’impianto elettrico che va in corto circuito, chiamerò l’armadilla – perché le etichette non connotano – non quel femminista integralista che insiste a volersi far chiamare “elettricista”. Quello lì ci danna l’anima col suo fondamentalismo isterico, e insiste a voler essere chiamato “elettricista”, e non, com’è giusto, armadilla. L’ideologia femminista lo riempie d’odio verso noi maschioni, per i quali le etichette non contano: sicuramente, essendo un armadilla e non uno spazzino, scopa poco. Il suo odio contro noi maschioni è tale in lui, che finisce per violentare la bella lingua della nostra grande patria, che poi sarebbe la stessa lingua della loro grande matria.
Il fatto è che lui – lo armadilla femminista che insiste a farsi chiamare “elettricista” pur riparando impianti elettrici e maschio essendo – lui non è un’ingegnera né una nefrologa, e quindi, poco sapendo di calcoli in ogni caso, ‘sto minchierico sostiene che le parole contano! E così vuole essere chiamato “elettricista”. Neppure “elettricisto”, che già sarebbe almeno tollerabile, proprio “elettricista”, con la “A”! Con la “A”, cozza!

Sì, sono d’accordo con voi: le parole non connotano per nulla, sono del tutto indifferenti. Genere grammaticale, genere semantico, usi corretti nei nomina agentis, secoli e secoli di sviluppo e documentazione del lessico non contano neppure.
Anzi, a che ci siamo, dopo avere giustamente osteggiato e azzerato le professioniste il più possibile – vieppiù quelle con l’aggravante di essere da noi considerate di bel sembiante – propongo di cancellare direttamente la “A” dal novero delle vocali, così noi maschioni corriamo molti meno rischi di essere sopraffattx da* fondamentalistə del politicamente corretto.
Il problemo dell’impionto elettrico in corto circuito nello mio coso però resto: ovete do consigliore uno armadilla brovo e che emetto fotturo? Mi serve in fretto però, ciccini miei cori, perché sennò restiomo ol buio più di quonto giò non siomo.

Carmen Bulgarelli (1910-1965), direttrice d’orchestra