A Paolo Coteni. Con riconoscenza.

Apprendo della morte di Paolo Coteni. A Paolo devo tanto, proprio tanto. Devo anzitutto il fatto che, oltre vent’anni fa, a Roma, un ragazzino siciliano senza nessuna parte e con poca arte fu incontrato e accolto da lui con una generosità impressionante: mi trattò come si tratta chi è la speranza del dopo quando un diluvio è ancora in corso o perfino appena cominciato, come tratti chi è te stesso dopo te, ed è tale perch’è diverso da te. Ed ero, io, quel ragazzino, per lui uno sconosciuto.
Non mi conosceva prima del nostro primo incontro, se non per qualche veloce pur denso scambio telefonico. Pure, all’appuntamento con me si presentò coi doni di materiali storici – che consultai o carezzai fino a ora nei decenni che seguirono quel primo incontro: un catalogo di “4 Pianoforti”, la serie che ri-creava lo storico festival che avviò i postminimalismi nella galleria di Fabio Sargentini a Roma, molti altri materiali di e da installazioni, eventi, riviste e pro-vocazioni che aveva catalizzato.

Parlammo – ricordo bene – di Giuseppe Chiari, di arte del e col suono, di Fluxus, di musica perché oltremusica, delle contraddizioni e delle conseguenze che comporta il pensareagire l’arte come pensiero unito alla prassi, allargandosi dentro il precetto, dentro la norma. E nel parlarci diede dei nomi a intuizioni e sensazioni che io ragazzino avevo e non sapevo fino allora ben nominare, indicandomi vie d’indagine, senza stigmatizzare nulla di nessuna mia giovanile presa di posizione: solo inquadrandola, per me stesso, con ferma gentilezza militante.

Non sapevo allora che mi stava insegnando – con la sua clamorosa assenza di paternalismo – come si tratta chi è più giovane di te, non sapevo che mi stava regalando, tra tanto altro, un metro. So che mi parve un solitario, tale perché amava la socialità, gli umani. Per forte contrasto con ambienti e sistemi delle arti che – allora unici – mi circondavano, mi parve, sì, qualcosa di simile a un poeta antico: un poeta del Dolce Stil Suono.