Nel “presente” artistico immaginare, a un passo dalla fine

« Gli elementi che – in mancanza di migliori parole – possiamo dire “arcaizzanti” non costituiscono un ritorno del passato attraverso le tecniche del contrappunto e i modi ecclesiastici; sono invece la spia di un passato che, in certo modo, è ancora e di nuovo presente. La distinzione tra passato, presente e futuro diviene sfumata fino all’inconsistenza.
Nulla di più sbagliato che astrarre un elemento “arcaizzante” negli ultimi quartetti di Beethoven – per esempio l’uso del “modo Lidio” – poi astrarre una caratteristica moderna – per esempio la figuralità astratta di una cellula di quattro note che li attraversa, quasi una avvisaglia del XX secolo – e porre in contrapposizione questi due elementi.
Al contrario, il “presente” artistico risulta indipendente dalle demarcazioni cronologiche tra “passato” e “futuro”.
La modernità di queste opere tarde non consiste nel fatto che essa anticiperebbe, nel passato rispetto a noi, un pezzo di futuro: in Bach, Beethoven come in Liszt è stata scoperta e riconosciuta solo dopo che il futuro che essa “anticipava” era divenuto da tempo presente. »

[da “Ludwig van Beethoven und seine Zeit” (1987), di Carl Dahlhaus. Trad.mia]

Immagine: esposizione della Fuga (visionaria, corpuscolare, e “…molto espressivo”!) che apre il Quartetto n. 14, op.131, di Ludwig van Beethoven, dalla prima edizione, Schott, 1827


L’armadillo e la direttrice d’orchestra

Direttore d’orchestra, direttrice d’orchestra: che conta?
Ciccìni miei cari, non sono le etichette a qualificare chi fa un mestiere: conta la preparazione, il modo in cui si fanno le cose. Sono d’accordissimo con voi.
Quindi domattina, per farmi riparare l’impianto elettrico che va in corto circuito, chiamerò l’armadilla – perché le etichette non connotano – non quel femminista integralista che insiste a volersi far chiamare “elettricista”. Quello lì ci danna l’anima col suo fondamentalismo isterico, e insiste a voler essere chiamato “elettricista”, e non, com’è giusto, armadilla. L’ideologia femminista lo riempie d’odio verso noi maschioni, per i quali le etichette non contano: sicuramente, essendo un armadilla e non uno spazzino, scopa poco. Il suo odio contro noi maschioni è tale in lui, che finisce per violentare la bella lingua della nostra grande patria, che poi sarebbe la stessa lingua della loro grande matria.
Il fatto è che lui – lo armadilla femminista che insiste a farsi chiamare “elettricista” pur riparando impianti elettrici e maschio essendo – lui non è un’ingegnera né una nefrologa, e quindi, poco sapendo di calcoli in ogni caso, ‘sto minchierico sostiene che le parole contano! E così vuole essere chiamato “elettricista”. Neppure “elettricisto”, che già sarebbe almeno tollerabile, proprio “elettricista”, con la “A”! Con la “A”, cozza!

Sì, sono d’accordo con voi: le parole non connotano per nulla, sono del tutto indifferenti. Genere grammaticale, genere semantico, usi corretti nei nomina agentis, secoli e secoli di sviluppo e documentazione del lessico non contano neppure.
Anzi, a che ci siamo, dopo avere giustamente osteggiato e azzerato le professioniste il più possibile – vieppiù quelle con l’aggravante di essere da noi considerate di bel sembiante – propongo di cancellare direttamente la “A” dal novero delle vocali, così noi maschioni corriamo molti meno rischi di essere sopraffattx da* fondamentalistə del politicamente corretto.
Il problemo dell’impionto elettrico in corto circuito nello mio coso però resto: ovete do consigliore uno armadilla brovo e che emetto fotturo? Mi serve in fretto però, ciccini miei cori, perché sennò restiomo ol buio più di quonto giò non siomo.

Carmen Bulgarelli (1910-1965), direttrice d’orchestra

Italia 2021: il bordello e la Sinfonia

Da un lato gente incapace di organizzare una scopata in un bordello (“Ahi serva Italia…“), e dall’altro gli sfruttatori che amministrano lo stesso. Tutt’attorno, una ridda di bambinetti (maschi anche quando donne) – già rincoglioniti o devastati da genitori e nonni inadeguati se non direttamente violenti – che fanno il tifo per gli uni o per gli altri, poiché ambiscono a diventare a loro volta o gli incapaci di organizzare una scopata in un bordello, o gli sfruttatori che amministrano lo stesso. Questo loop, questa tortura angosciante, è ciò che s’ascolta in Italia in questo inizio di febbraio 2021.

Difficoltà e insieme meraviglia della democrazia è che tutto è connesso con tutto, e tutte e tutti sono correlati con tutti e tutte. La democrazia è cioè una Sinfonia-mondo, ben composta da un Compositore Collettivo, adeguatamente formato e continuamente aggiornato, che della composizione è anche interprete e ascoltatore. Una Sinfonia-mondo in cui c’è spazio per ogni stile – passato, presente e futuro – inclusi quelli che prevedono soli, momenti cameristici e improvvisazioni, e financo una qualche dose di Noise punk.

In questa Sinfonia-mondo, quando a “Compositore” viene meno “Collettivo”, viene meno tutto il resto. E allora la Sinfonia-mondo si sfalda e degenera in un frastuono pericolosissimo, tale da sgomentare chi ha dei privilegi ma è sensibile, intelligente e umana/o, e che lascia chi già non goda di alcun privilegio in balia del Nulla Fascista Incipiente.
Da questo frastuono o emerge il Compositore Dittatore – coi corollari dell’Interprete Vassallo o Inerte, e dell’Ascoltatore Astratto o Violentato (e quindi adorante i Violentatori) – oppure emergono dei loop come quello sopra descritto, vere e proprie torture per chi ha orecchie.
Il problema in Italia (ma non solo), adesso (ma non da ora) è che le torturate e i torturati siamo tutte e tutti noi.

P.S. Ad ogni buon conto, se “Compositore Collettivo” si sostituisce con “Compositrice Collettiva“, e magari – per far diventare soggetto, da oggetto, certi titoli-slogan altrimenti ingannevoli – magari pure next generation, ecco, così secondo me ce la passiamo meglio.


Note per Claudio Ferrarini sull’album “Nord e Sud”

Ricevo un messaggio del tutto inatteso a fine giugno di un anno, il 2020, in cui infine (finalmente?) sono esplose le troppe contraddizioni nella civiltà capitalistica e in ognuna e ognuno di noi:

Ho appena finito di registrare per il mio ultimo lavoro discografico il nostro ‘Bachman & Robin’. Ti mando il file. Spero ti piaccia, come è sempre piaciuto al mio flauto. Un abbraccio, tuo
Claudio Ferrarini

Nel gennaio 2001 Claudio mi chiese di comporre per lui un brano per flauto solo. Gli consegnai questo piccolo pezzo dal titolo improbabile. Ero ventenne e, compiuta la prima necessaria formazione, avevo cominciato a esplorare potenziale e potenza del mestiere di compositore di musica. Gli esiti del comporre perciò erano stilisticamente quantomai vari. Per un compositore molto giovane gli stili storici e del suo presente, e il gioco dialettico tra essi, costituiscono una grande attrattiva: il primo e più evidente strumento, in apparenza anche il più “facile”, per cercare di giungere a una propria e prima identità personale. Esplori e combini gli stili per individuare un tuo stile possibile – magari anche vendibile prima possibile. Poi, auspicabilmente, vai oltre questo gioco di superficie: passi dal segno al senso, poi al suono, al dentro del suono, e a un certo punto, se sopravvivi alle dinamiche di mercato, riesci a veder le stelle tornando allo stile. Questo “andare oltre”, però, lo conosco e posso dire adesso, dopo ulteriori venti anni di far musica. Allora non lo sapevo. Quello che già allora sapevo, almeno un po’, è che mi innervava un acuto senso della meraviglia. Amavo e amo studiare e adoperare la retorica e i suoi espedienti, sempre però in direzione de “il fin, la meraviglia” – per dirlo con le parole di Giovan Battista Marino – e con la volontà di raccontarci, incontrarci e comunicarci tra esseri umani nello spazio e nel tempo.

Ricordo che scrissi per Claudio queste due paginette “di getto”, quasi in tempo reale, non in preda a chissà che ispirazione (una cosa cui non credo: l’arte è mestiere quotidiano), ma certo abitato da un gran divertimento vagamente euforico: un flautista di rango aveva chiesto una composizione per i suoi concerti a un ragazzino sconosciuto, per nulla “testato” e “approvato” da chi gestiva e gestisce le dinamiche di mercato! Con sardonico piglio giovanile (d’altronde mi par coerente: ero giovane!) dedicai allora il brano “al temerario Claudio Ferrarini”.

Diedi a queste due paginette un titolo improbabile, determinato dalle citazioni testuali e stilistiche di cui il piccolo pezzo è composto, e le consegnai a Claudio. Lui le suonò in contesti che a me parevano e paiono perfino imbarazzanti (un anglofono direbbe humbling): i suoi recital in cui il repertorio per flauto solo veniva attraversato da capo a fondo, e di conseguenza il mio nome, quello di un ragazzino con poca arte e nessuna parte, appariva accanto a quello di giganti e campioni del pensare e fare musicale.

Dopo un po’ entrai in una sorta di crisi personale e civile, quindi artistica – il cui disagio riesco ora a rileggere anche come una reazione individuale all’omicidio generazionale perpetrato a Genova nello stesso anno in cui composi queste mie due paginette. Ma continuai a comporre, pur solo nel mio privato quotidiano, senza quasi manifestazioni pubbliche. Non sentii Claudio per oltre quindici anni, fino al giorno del messaggio col bel regalo di memoria e storia personale che vi ha allegato.

I social network ci danno la illusione di avere rapporti e relazioni, ma in realtà fan solo circolare informazioni in vario modo “depurate” dalla fisicità, dall’eros, dalla carne, dal suono vivo che si coglie con la pelle prima che con le orecchie. In questi ultimi quindici anni ho quindi avuto sì informazioni su Claudio e le sue belle realizzazioni, ma non saputo davvero di e con lui. Apro dunque il file, ascolto la registrazione dalle mie antiche due paginette, ed eccolo lì: il suono vivo. E “il fin, la meraviglia”. L’interpretazione di Claudio prende numerose e a volte notevoli licenze dal dettaglio notato in partitura, ma (e perciò!) ne coglie lo spirito e l’estetica, come se Claudio già all’epoca sapesse nel ragazzino compositore estetica e poetica future, e le realizzasse nonostante la volontà cosciente minutamente annotata nello spartito. Claudio per esempio non sapeva e non sa che quel ventenne avrebbe poi spesso prediletto notazioni meno o diversamente dettagliate di quella in queste due pagine, con la esatta volontà di inventare musica “che muove da me”, più che “mia”, includendo cioè l’interprete in scelte compositive, e in alcuni casi e contesti anche l’ascoltatore, e così dichiarando che la musica, anche in un singolo e individualistico foglio d’album, è sempre e comunque una realizzazione collettiva e relazionale.

Non si sapeva dunque il futuro, ma Claudio l’aveva già colto, realizzando nella sua interpretazione intenzioni allora latenti, quando non ancora timidamente embrionali. Queste scelte peraltro Claudio le fa, e se le può permettere, perché è ben più che in grado di realizzare la lettera di ciò che è scritto: ci son giochi d’agilità, esattezza e tecnica avanzata, nella stessa notazione, che Claudio realizza con grande facilità. È quindi davvero la realizzazione dell’intenzione poetica ed estetica oltre e attraverso i razionalizzanti segnetti sul pentagramma. Nella realizzazione di Claudio delle mie due paginette trovo infatti tutti i giochi retorici di una estetica della meraviglia Barocca, illuminati e amplificati dalla interpretazione, e in alcuni passaggi da questa innescati senza che la notazione li suggerisca.

Claudio non si è fermato al giochino in apparenza postmoderno della citazione dissociante e spaesante, blandamente provocatoria – che a primo sguardo, e forse anche al secondo, sembra fondare le due paginette – ma è come se fosse entrato nel mio pensare e sentire, nell’intenzione del mio suono interno più che in quello lasciato sulla superficie delle cinque righe. Dribbla i quasi inganni post-modernisti del pastiche citazionista e polistilistico, e realizza le intenzioni del compositore che sarà: climax, contrasto, abruptio, catabasi, paronomasia, mimesis, politoto…, figure al servizio della volontà di individuare e inventare condivisione d’affetti e codice con chi ascolta, attraverso il suono, sia pure in un semplice divertimento.

Riconoscente rispondo allora al messaggio di Claudio, lo ringrazio di cuore per il dono generoso, e gli chiedo in compagnia di chi e cos’altro saranno nel suo album le due paginette che vent’anni fa mossero da me attraverso lui. Mi risponde con una teoria di nomi e titoli che han subito rinnovellato l’imbarazzo antico nel leggere il mio nome accanto a quello di giganti e campioni del pensare e sentire musicali. Non soltanto nella scaletta dell’album si trovano solide pietre d’angolo del repertorio per flauto solo del secolo XX ma anche alcune traduzioni per flauto, da altri strumenti, di musiche di ulteriori colossi della musica d’arte.

Forse anche per mettere a tacere l’imbarazzo, comincio allora a chiedermi se ci sia e quale sia la ratio nella selezione di queste musiche per un album di flauto solo.

È un vizio tutto novecentesco voler individuare percorsi razionalmente fondati, o almeno cornici logicamente coerenti, in grado di contenere diversità tanto evidenti e, nella più parte dei casi, fin scandalose all’occhio e orecchio del buon borghese. Ancora in troppi da questo vizio siamo affetti. La complessità del reale da noi percepito – amplificata dalla esposizione costante al sovraccarico di informazioni che ci soverchia a tempo pieno da ormai decenni – fa scattare la ricerca di cornici e percorsi in qualche modo semplificanti. È un conforto illusorio, autoconsolazione del sapiente che, presuntuoso, vuol convincere se stesso d’esser capace come individuo – anche isolato dalla necessaria intelligenza collettiva – di governare gli ordini ennesimi di complessità di cui ognuna e ognuno di noi è oggi al tempo stesso creatore, attore, vittima e vettore. Non ho vent’anni adesso, e ho formazione anche influenzata dagli ultimi colpi di coda del secolo scorso, e quindi in questo vizio son cascato anch’io con questo album di Claudio. Ora, non sono un musicologo (con la musicologia mi diverto, e in alcuni casi mi è pure utile, ma faccio altri mestieri), e però lo stesso comincio a trovare, nella selezione musicale di quest’album, diverse chiavi di lettura unificante, possibili percorsi tra linee di canto tanto diverse tra loro. Le traduzioni per flauto da musiche in origine per altri strumenti, e la varietà geografica, mi mettono un po’ i bastoni tra le già traballanti ruote musicologiche. Comincio allora a prendere in mano le partiture di tutta questa musica, e individuo così qualche altra chiave possibile, ma una ratio ultima continua a sfuggirmi. Sì, la ricerca di categorie cogenti, oltreché spesso presuntuosa e quasi sempre pretestuosa, è a volte anche disperante.

A questo punto Claudio di nuovo interviene, con un altro regalo: mi invia i file per ascoltare, col mio pezzettino, anche tutte le altre musiche dell’album. Ascolto, e m’avvedo che l’approccio di Claudio alle nostre due paginette è in realtà un vero e proprio metodo, usato con ognuna delle musiche che compongono l’intero album. Abbandono allora il vigliacco tentativo di autoconsolazione da sapiente astratto, e realizzo che al centro di tutto, a unificare tanta diversità di storie e pensieri musicali, c’è semplicemente il suono vivo del soffio umano del musico, attraversante note e da esse attraversato, con una esatta e generosa intenzione di comunicare tra esseri umani – compositore, interprete, ascoltatore – anche al di qua e al di là dell’utile e delle logiche più astrattamente razionali.

Chi voglia cercare e indagare percorsi stilistici, tra storia e storie della musica e dei linguaggi del XX secolo e d’oggi, troverà in questo album di Claudio di che divertirsi a far connessioni o individuare contrasti tra stili, tempi e luoghi geografici o culturali, e tale gioco può pure spingersi, per gli specialisti, a riflessioni su contrasti e connessioni tra diverse scuole flautistiche; ma non è questa la ragion d’essere che innerva e rende vitale l’album.
Il fine di Claudio è infatti la meraviglia: appassionare gli animi e smuovere gli affetti del pubblico, come a voler ricomporre fratture antiche, scongiurare il solipsismo implosivo ed esplosivo della civiltà capitalistica attuale, ricomponendo gli umani tra loro nell’ascolto condiviso anche a distanza di spazio e tempo.

Claudio realizza questo intento anche spingendo agli estremi possibili dentro e oltre i testi musicali, come un musico antico: di fatto ogni sua interpretazione è una traduzione, un processo che investe quindi non soltanto le traduzioni di musica in origine per altri strumenti ma anche il repertorio composto per il suo strumento. Tradurre – per abusare frusta battuta da semiologi – implica con facilità il rischio, quando non la necessità, di tradire. È un rischio che oggi dobbiamo correre, se davvero vogliamo affrontare, vivere, sopravvivere e attraversare la complessità del nostro reale attuale. Certo, occorre farlo con competenza, ragionando e approfondendo il testo, sia della vita che quello musicale, senza tentazioni di superficie, ma occorre farlo, adesso. Infatti senza trovare l’unità di ogni differenza in se stessi, nel proprio essere essere umano, e dunque senza assecondare i propri affetti e trasfonderli nell’arte – ogni arte – senza questo processo virtuoso non è possibile emozionare, appassionare, né quindi è possibile connetterci tra noi umani, uguali e diversi, uniti nella meraviglia.

“Nord e Sud”, mi dice ora Claudio che si chiamerà l’album. In realtà a me pare che ci siano pure, e soprattutto, l’Est e l’Ovest , forse perfino possibilmente ricomposti. “Nord e Sud” è forse allora titolo provocatorio, depistante? Vuol condurci in piste razionali o musicologiche per amplificare la meraviglia all’atto dell’ascolto? È in certo modo una bizzarria o un esercizio di sprezzatura? Non è ipotesi improbabile: Claudio si diverte a provocare, e del resto lo sa fare e se lo può ben permettere.

Gianluca Cangemi
[Palermo, 27 luglio 2020]


LINK ASCOLTI:

Bachman & Robin
YouTube | Spotify | Apple Music | Deezer | Amazon | Xiami

Nord & Sud
Youtube | Spotify | Apple Music | Deezer | Amazon | Xiami

Ensemble Castelbuono Classica, Gianluca Cangemi, Due scene dal Bosco Sacro

Una continua trasformazione di noi

Due giorni fa – il 26 agosto 2020 – ero nel mio studio estivo, a Monreale, in Sicilia, di ritorno dai giorni del Festival Castelbuono Classica : una edizione, quest’anno, molto emozionante, significativa e riuscita, sia dal punto di vista intimo mio che oggettivamente. Mentre già lavoravo ad altro, nella stessa mattina, l’Ensemble Castelbuono Classica – sorto nel Festival fin dalla sua prima edizione – finiva di registrare, a Isnello, le musiche per il suo primo album.
Una settimana prima, il 20 agosto – a ridosso del Festival in e per cui lavoro – Nicola Mogavero mi chiese se avessi qualcosa per l’organico dell’ensemble o suoi sottogruppi: da registrare il 26!
Non l’avevo. Però non volevo deludere l’amico, che stava coinvolgendo me in una importante realizzazione sua – un fatto che di per sé trovo commovente: la musica è rapporto interumano! – e anche mi piaceva molto l’idea di una situazione tra bravi e dedicati musicisti in grado di amare la mia musica facendola davvero loro, per farla così arrivare, con cura e autenticità, a te che ascolti. Musici che stimo e coi quali mi sento umanamente a mio agio: al sicuro, per così dire.
Allora decisi di aprire il mio diario – “Il Bosco Sacro” – e alla pagina scritta il 18 Luglio scorso trovai degli appunti – due immagini, scene, pensieri – che riscrissi al volo per clarinetto in Sib, saxofono contralto, fagotto e marimba.

Il mio è un diario che ho tenuto segreto fino a poco tempo fa: anche ai più intimi. Ora ho deciso di desecretarne alcune pagine, purché tutto rimanga fuori dalle dinamiche di mercato, dagli agoni professionali, dalle invidie, chimere e sicumere, al riparo dalle corse dei poveri ai fondi per i già ricchi, via dallo Spettacolo coi suoi specchi stregati e le sue piramidi, lontano dai sindacalismi privatistici ammantati di finto collettivismo, dai ministerialismi, burocratismi, concettualismi e isterismi vari ed eventuali.

Allora agii così, in questa occasione desecretando alcune mie immagini sonore molto personali, libere e fuori mercato: con questi musici e in questa situazione potevo farlo, la mia e tua musica era al sicuro.
Mandai in corsa partiture e parti a Nicola il giorno dopo, il 21 mattina, e andai a lavorare al Festival.

Non c’ero, dunque, a Isnello, quando han scattato questa foto coi sorrisi soddisfatti, alla fine delle registrazioni che includono queste mie due scene. O forse c’ero?
È strano, interessante, e potente: mentre tu sei in un luogo, ci sono tue immagini-emozioni-memorie-pensiero che si realizzano in un altro luogo. Si realizzano – di necessità nella musica fatta così! – con, attraverso e per altri. E questo accade nel tempo e nello spazio: distanze di chilometri, o metri, di giorni o di secoli.
Perché accada bisogna non solo essere tutti il più possibile competenti e sensibili, ma anche bisogna fidarsi e amarsi, e anche giungere a una forma di amore ulteriore: quella per lo sconosciuto, chiunque, che ascolta.

A me piace molto che sia così, con me e senza me nello stesso tempo. Fare musica così realizza ciò che siamo, come esseri umani, quando siamo liberi: una continua trasformazione di noi, che accade in e per l’equilibrio e fusione di competenze, affetti e pensieri condivisi tra tutte e tutti.
Io quindi c’ero, anche se distante molti chilometri: c’ero perché altri c’erano!
Così funziona la musica, quella fatta così. (Per questo, anche, mi è incomprensibile la possibilità di un musicista razzista: delle due una, o sei musicista, o sei razzista, se sei entrambe le cose non hai capito una beata minchia, di te, di quello che fai, della tua vita).

Questa musica, così fatta, è un po’ come il gioco del telefono senza fili: tu avvii un messaggio, una parola, a un capo del filo, e da quel momento non puoi che contare sulla lealtà, onestà, capacità e volontà di articolazione e buon udito di tutti i partecipanti al gioco. Consegni un sogno fatto da sveglio, lo dai in custodia a chi ti è accanto, per farlo arrivare alla collettività: da quel momento è tuo e non tuo nello stesso tempo.
Tutto questo mi porta a pensare che la musica, così fatta, non è di qualcuno: è, semmai, da qualcuno. Ed è con, verso e attraverso tutte e tutti.

Ringrazio di tutto cuore intanto:
Nicola Mogavero, cui queste due scene sono dedicate con stima, riconoscenza e affetto.
– Enzo Toscano (clarinetto), Filippo Barracato (fagotto) e Rosario Cusimano (marimba), con Nicola (sax) interpreti attenti di queste musiche da me verso te per loro.
– Salvatore Barberi, direttore dell’Ensemble che ha condotto la realizzazione per la registrazione dell’album. Giovane direttore di competenza, cura e talento autentici. L’ho sentito al telefono il giorno prima della registrazione, come d’uso quando il compositore è vivo (be’, sì, confermo: lo sono!) e quindi non c’è bisogno di ricorrere a musicologia e filologia… Non solo ho soltanto confermato tutto ciò che Salvatore aveva già colto in, da e oltre la scrittura, ma ho anche ricevuto spunti interessantissimi su me stesso e i miei riferimenti di linguaggio in queste immagini musicali. Riferimenti precisi, e per me emozionanti: tra tutti Charles Ives e Bruno Maderna. Penso che la mia musica (meglio: la musica da me) non sia per niente facile da cogliere: è in realtà musica difficile quanto più sembra ed è semplice sia in notazione che all’ascolto, e ha molti elementi deraglianti anche spesso rispetto a se stessa, alle sue stesse regole interne. Averla colta, subito e con tale esattezza e profondità, avendo solo la partitura, è davvero notevole.

Grazie.


Lo swing che fa la differenza

Sergio Fiorentino, pianista, nel suo studio.
Sergio Fiorentino, musicista col pianoforte

Quest’uomo, Sergio Fiorentino, sa cosa sono la autenticità e il rispetto interumano in musica. Regala a te stessa/o ‘sti minuti con un uomo valido che suona il pianoforte:
▶️https://www.youtube.com/watch?v=Q-hPyzJiJ7M

George Gershwin, “Preludes”. Pianista: Sergio Fiorentino.

Ci possiam fare mille seghe mentali (e di marketing…) su Jazz e Non-Jazz, su come si swinga certo Gershwin oppure no, sui tempi, i fraseggi, eccetereccetera. Poi senti uno come Fiorentino (che in Italia pare ancora un segreto troppo ben custodito) e suona i Preludi di Gershwin esattamente come li suona, e tu senti, con luminosa chiarezza interiore, che quest’uomo non fa “le cose che si fanno” perché ha esattissima cognizione delle differenze, e quindi ha un radicato, radicale, risoluto e risolto rispetto degli esseri umani e delle culture che queste differenze incarnano, abitano e realizzano. Non ci sono attacchi delle note paraculi vagamente aggressivi, nessuno sguazzare attorno al tactus con ruffianissimi allargando e stringendo, nessun sospetto lirismo individualista bianco pseudoblues.
Uomini così possono permettersi di non swingare “fuori”, nella scorza udibile, e invece di farlo “da dentro”, perché lo Swing ce l’hanno nell’anima, e sanno che immetterlo artificialmente in un testo che non necessita di tali amplificazioni è un gesto fin razzista.