Il vuoto e il pieno: “vai a lavorare!”

Se ti occupi di arti da facitrice/facitore sai che, per generare una forma efficiente – che cioè sia conduttiva di relazioni umane e di futuro – devi bilanciare i “pieni” e i “vuoti”.
Scrivo “vuoto” e “pieno” tra virgolette perché fanno parte del novero di parole da mettere in quarantena: appropriate da una specifica visione di una minoranza violenta, e quindi al momento inappropriate a tutte e tutti noi altri. Infatti il “pieno” e il “vuoto”, in arte, non hanno lo stesso significato che assumono nell’episteme capitalistica: “pieno” non vuol dire “ricco” o “sazio” o “impegnato”, come “vuoto” non vuol dire “povero” o “affamato” o “fannullone”.
Per esempio, chi fa arti sonore sa che la pausa (“vuoto”), è il luogo vibrante della risonanza di ciò che fu, e della inspirazione che attende a ciò che sarà, l’infra in e per cui s’intrecciano le linee di tempo esplicitato in suono; così come sa che il “vuoto” armonico, verticale, ha da essere maggiore nelle frequenze basse e minore in quelle acute, e se sbagli le proporzioni di questo vuoto viene fuori un pastrocchio respingente. Così in architettura, nelle arti installative, in quelle visive e tattili, nelle narrazioni e in poesia: dai volumi o intrecci più o meno densi di materia, colori, geometrie, movimenti, alle descrizioni/creazioni di spazi in cui si muovono le immagini vive dei personaggi – spazi senza i quali l’azione è letteralmente inimmaginabile – fino agli spazi bianchi tra i versi (gli “a capo” stessi nella pagina
bianca
già di per sé
avviano poesia).

Questa visione del “pieno” e del “vuoto” è stata condivisa – fino alla Modernità – dalle religioni e dai sistemi filosofici, che ne hanno fatto anche rito, scansione dei tempi e creazione di spazi, fisici e del pensare: boschi, templi, giardini, vertigini degli interstizi tra Essere e Divenire, la pienezza ch’è potenza nel “vuoto” vaginale della verginità nel Sacro femminile, il Ramadan, la Quaresima, le pratiche del meditare, e così via esemplificando.

Il Pieno e il Vuoto, dunque, sono essenziali all’umano: non c’è linea senza l’alternanza – possibilmente ben composta – del Vuoto e del Pieno, ché la linea, invenzione umana, la deduciamo, induciamo e inferiamo anche dalle differenze sensoriali tra ciò che categorizziamo come spazialmente e temporalmente “pieno” o “vuoto”. E senza linea non c’è cartografia, intreccio né direzione possibile.

Nell’anno in cui è finito il XX secolo, il 2020, ho provato un grande sollievo – terribile sollievo ma sollievo – tra fine Febbraio a fine Aprile, i mesi in cui in Italia s’è assunta contezza dell’avvio della pandemia da SARS-CoV-2, con la conseguenza, a partire da Marzo, di una clausura nazionale (detta dai mass media italiani “lockdown”), misura poi assunta anche dalle altre nazioni. In questo lasso di tempo, poco più di due mesi, s’affermava finalmente, dopo troppo “pieno”, un autentico e vibrantissimo, potenziale Vuoto. (Non sto mancando di rispetto ai morti, né a chi ha dovuto riorganizzarsi una esistenza per la DAD o il telelavoro o altro: sto parlando, con te, in un altro piano della complessità, del discorso, del reale, quindi non ti confondere e, se vuoi, puoi e riesci, stiamo insieme…).
Il manifestarsi (l’emergere: “emergenza”!) di questo Vuoto gravido parve coglierlo perfino il più cinico tra gli alfieri del Capitale: apparvero – fugacemente ma apparvero – editoriali in proposito, nelle più autorevoli e serie riviste di economia liberista, a firma di autorevoli economisti e analisti fin ultraliberisti. Non lo dicevano, ovviamente, in questi stessi termini, ma lo dicevano, e a chiarissime lettere: troppo “pieno”, dobbiamo cambiare direzione, ci vuole il Vuoto.

Lo spazio acustico attorno casa si svuotò: e apparvero gatti, bambini e bambine, gabbiani e suoni che furono canti. Apparvero conflitti, anche, e furono intellegibili, nel Vuoto finalmente manifesto, emergente.
In compenso scomparvero gli aperitivi di bassa qualità, i clacson superflui e le coverbanddimmerdaavolumispropositati: e non mi parve, invero, gran perdita.
Scomparve pure una industria dello Spettacolo e delle arti, che era ormai ridotta a essere soltanto il rivomito reingurgitato e rivomitato di se stessa, quindi neppure questa mi parve gran perdita, anche perché intanto emerse, a causa di questa stessa scomparsa, il problema e il conflitto delle lavoratrici e lavoratori in questa stessa industria, problema che s’è saldato, in quel momento, con la ripresa della domanda sul senso di quel che si fa e quindi si è in arte. E questo fu un bene.

E ora? Di nuovo quel “pieno”, e il Vuoto gravido preso a calci in pancia affinché abortisca: “vai a lavorare!”.
Sì, vado a lavorare: in subappalto, a nero, finché la fabbrica esplode, il macchinario mi ingurgita, crolla la gru, mia figlia mi detesta, il mio cervello esplode, il mutuo mi erode, il cuore m’implode. E vado a lavorare: fino al prossimo squillo di clacson, il cenone del prossimo Capodanno, la variante genetica e quella di valico, la prossima vernice, il prossimo abbraccio arrogante di terrore, il prossimo authcode, il prossimo aperitivo. Il prossimo virus.


“E anche se ci avete insegnato ad odiare noi non odieremo”

Ok, appena ho aperto quel covo di vecchiardi come me ch’è Facebook, m’è venuto il nervoso a leggere certe reazioni alla realizzazione dei Måneskin al Festival di Sanremo. Eqquindi…momento invettiva:

Sono contento per la vittoria a Sanremo di questa ragazza e questi tre ragazzi, giovani colleghi musici: Victoria De Angelis (bassista), Damiano David (cantante), Thomas Raggi (chitarrista) e Ethan Torchio (batterista). I Måneskin.
Non argomento sullo specifico stilistico o tecnico: non entro in discussioni vigliacche di ‘sto tipo, perché non mi abbasso al livello infimo dei sapienti e rosiconi. Questi, i sapienti e i rosiconi, messi di fronte a fenomeni e in cornici del genere, tendono a coincidere tra loro, e nel rosicare finiscono per non comprendere e non vivere quello che in astratto pretendono di sapere, dicono quello che è per loro il reale (pure spreciso e traballante), convinti che sia anche vero, ma non dicono il vero. Perché mentono a se stessi anzitutto. Quindi con ‘sti vecchi rosiconi una discussione sul piano sapienziale – che loro vigliaccamente propongono – è una perdita di tempo perché sarebbe basata sul nulla. Peraltro sarebbe anche sleale da parte mia, e mi annoia tremendamente, perché mi è facile schiacciare con la sapienza i sapienti presuntuosi, senza che manco mi diverta ormai l’attesa del fin della licenza: è infatti arma che uso solo come extrema ratio, e solo a favore di chi non può difendersi in un dato momento (e non è questo il caso, visto che, com’è ovvio in ogni operazione nella Popular Music, “Måneskin” è anche una impresa ben strutturata).

Del resto io, a differenza vostra, di voi vecchi sapienti rosiconi, non sono importuno e violento: rispetto il vostro diritto a farvi le vostre seghe ossessive, quindi fatevele in santa pace tra voi e voi. Le rispetto, a patto che non siate violenti e importuni voi.
Di questa vittoria sono infatti contento anche perché è uno spettacolino godibile vedere voi vecchi – quindi anche i miei coetanei 40enni – rosicare tantissimo nella vostra impotenza, nella vostra incapacità – di ascolto e di tanto altro – mascherata da sapienza del rock-che-ai-miei-tempi-signora-mia. Che poi i “vostri tempi”, a ben vedere, sono quelli più dei vostri genitori, visto che tutti voi vecchi di oggi non vi siete mai separati da essi internamente: figli mammoni divenuti papponi, di una ribellione riuscita mentre falliva la rivoluzione.
Rosicate nella vostra violenza gerontocratica, maschia, e fascista anche quando formalmente e astrattamente “a sinistra”; violenza contro chiunque non sia esattamente voi stessi o di voi stessi o afferente a voi stessi, contro chiunque e qualsiasi cosa non vi riproponga allo specchio (unico Sé che conoscete) ‘sta vostra violenza in codice binario, algoritmica, in bianco e nero senza manco grigi (figurarsi se reggete i colori!); violenza che vi è necessaria per provare a far rizzare minchie che senza questa qualità di violenza non sanno rizzarsi.

Proverei pietà per voi – un tempo e brevemente vittime – se non foste diventati convintamente i wannabe-carnefici di chi prova ancora a essere quel che non siete riusciti e non siete più capaci di essere. Entrerei in dialettica, proverei ad aiutarvi, a farmi vostro alleato, a tendervi la mano, ma è del tutto inutile, perché siete ormai spacciati, e a volte pericolosi.
Ora però non vi inorgoglite: siete sì a volte pericolosi, ma non come e per chi credete voi, e in ogni caso lo siete vostro malgrado, come in ogni vostra manifestazione. Purtroppo ormai vi si può solo combattere come autodifesa quando aggredite, fingere di assecondarvi calandovi la testa mentre vi si prende per il culo, quando purtroppo a volte – ma sempre vostro malgrado – risultate utili per il raggiungimento di scopi nobili, e per il resto ignorarvi olimpicamente perché intanto il mondo è un posto meraviglioso, pieno di bellezza e vitalità e delle più varie identità di esseri umani stupendi nel loro essere, riconoscersi e sentirsi uguali e diversi tutti e tutte tra loro. Un mondo, cioè il mondo, in cui voi non avete mai contato, non contate e non conterete mai niente.

Che poi il vostro problema è tutto qui, in fondo. Infatti quel che propongono ‘sta ragazza e ‘sti ragazzi – una delle tante variegate espressioni dei e delle neoventenni di oggi non sottomessi a voi, di massa o di nicchia che siano, a volte ben riuscite altre meno com’è ovvio – quel che propongono è inclusivo nei confronti di chi include, e congegnato in modo tale da escludere o neutralizzare o ignorare chi esclude. Quindi in buona sostanza non vi cagano perché voi, escludenti stizzosi gnegnegnefufufu (cit.), in virtù del vostro odio, non vi fate cagare: è vostra responsabilità, la colpa della vostra esclusione è vostra. Vi fate l’autobondage, coi nodi sbagliati e senza saperne manco godere. E questo vi brucia, assai. Del resto, sul serio ci vogliamo aspettare che chi oggi ha più o meno vent’anni vada appresso a chi – in seconda istanza per codardia – mentre l’estinzione della specie avanzava, ha consegnato loro (non solo ma soprattutto) debito, violenza, esclusione, pandemie, indifferenza, egoismo, e vaghe fantasticherie di seconda e terza mano?

Voi ‘ste cose – cioè in sintesi la vostra irrilevanza – le sapete, o almeno le intuite, o le sentite con quel qualche vago residuo sentimentale che v’è rimasto. Così sbroccate col solito sfottò inane, col solito sarcasmo cretinetto, con la violenza squadrista, con l’aria di sufficienza e la supponenza di chi è convinto di poter contrastare l’estinzione da estinto. Da estinto e senza riconoscere che l’estinzione è una concretissima probabilità attuale. E a chi ingenuo qualcosa, per il vostro bene, vi obietta, sapete al meglio opporre, alle strette, il vostro fascistissimo “fattelaunarisata!”. Non foste irrilevanti, sareste tragicomici.

Le vostre reazioni, per chi vive nel mondo reale, quello fuori dalla vostra maschia epica finanza (che il 99% di voi delega ad altri, lamentandosene, e il restante 1% è questi altri), le vostre reazioni sono del tutto fuori misura.
Vi basterebbe dire a voi stessi: “una giovane band di rock’n’roll ha vinto una rassegna della cultura di massa italofona, né più, né meno”. Ma non lo fate, perché il vostro problema in realtà non sono questa ragazza e questi ragazzi in sé, né la loro musica, né il rock, né la music industry (di cui blaterate fantasticando), né qualsiasi vostra causa o motivazione apparente, dietro cui schermate la vostra codardia. Nulla di vero vi sta a cuore, assunto con guizzo generoso che un cuore lo abbiate ancora – ché il fegato è certo che ve lo siete giocato in borsa – e nulla di vero è il vostro problema: perché il vostro problema siete voi stessi. E al fondo lo sapete, altrimenti non friggereste così a ogni pur minima increspatura ai confini del vostro cosmo infertile. Siete un problema incorniciato a matrioska nel vostro grande loop: il mondo per voi coincide con voi, è a forma di voi, è voi. E tutto quel che v’avvedete sfuggirvi, cercate di ricondurlo almeno mentalmente a voi: “sono un esito dei discografici!” non significa null’altro che “sono un esito di vecchi”, cioè, di nuovo, un esito vostro (vi piacerebbe, eh!). Patetici.

Così vi scagliate rabbiosi, talmente tanto che anche certe vostre esibitissime indifferenze sdegnosette tattiche suonano rabbiose. Vi stringete a coorte tra camerati e compagnoni zombie impolitici come voi, e – una volta violentati e neutralizzati i poeti e le poetesse tra i vostri coetanei, e accademizzati quelle e quelli più anziani di voi – vi scagliate contro una ragazza e tre ragazzi di vent’anni – buttandola in caciara o in silenzio – gonfiando un rumore sterile talmente sproporzionato agli eventi da risultare patetico.
Questo vostro rumore è la perfetta espressione dell’irrilevanza evanescente che siete e sapete di essere fuori dalla crosta rancida (quello che chiamate: “il mondo”) in cui da soli vi escludete dal mondo, annusandovi i culi tra voi nel gran valzerone meccanico del vostro racket di vicendevoli complimenti a pagamento.
Ma dove minchia vi scagliate, che c’avete le catene al collo?

Per quanto mi riguarda, colgo l’occasione per ringraziare la giovane collega e i giovani colleghi per aver composto, e suonato con competenza e bravura, una canzone che può servire a esprimere e rappresentare, all’occorrenza, anche un vecchio 41enne come me: ché qui mi manca l’aria. Perché io sarò pure fuori di testa, ma – maschio, bianco, europeo, abile, non povero, etero, decentemente istruito – sono da quellillà, da loro, non solo diverso ma anche diversa.


Maneskin (foto: Oliviero Toscani). Victoria De Angelis, Damian David, Thomas Raggi, Ethan Torchio
Måneskin (foto: Oliviero Toscani). Victoria De Angelis, Damiano David, Thomas Raggi, Ethan Torchio

L’armadillo e la direttrice d’orchestra

Direttore d’orchestra, direttrice d’orchestra: che conta?
Ciccìni miei cari, non sono le etichette a qualificare chi fa un mestiere: conta la preparazione, il modo in cui si fanno le cose. Sono d’accordissimo con voi.
Quindi domattina, per farmi riparare l’impianto elettrico che va in corto circuito, chiamerò l’armadilla – perché le etichette non connotano – non quel femminista integralista che insiste a volersi far chiamare “elettricista”. Quello lì ci danna l’anima col suo fondamentalismo isterico, e insiste a voler essere chiamato “elettricista”, e non, com’è giusto, armadilla. L’ideologia femminista lo riempie d’odio verso noi maschioni, per i quali le etichette non contano: sicuramente, essendo un armadilla e non uno spazzino, scopa poco. Il suo odio contro noi maschioni è tale in lui, che finisce per violentare la bella lingua della nostra grande patria, che poi sarebbe la stessa lingua della loro grande matria.
Il fatto è che lui – lo armadilla femminista che insiste a farsi chiamare “elettricista” pur riparando impianti elettrici e maschio essendo – lui non è un’ingegnera né una nefrologa, e quindi, poco sapendo di calcoli in ogni caso, ‘sto minchierico sostiene che le parole contano! E così vuole essere chiamato “elettricista”. Neppure “elettricisto”, che già sarebbe almeno tollerabile, proprio “elettricista”, con la “A”! Con la “A”, cozza!

Sì, sono d’accordo con voi: le parole non connotano per nulla, sono del tutto indifferenti. Genere grammaticale, genere semantico, usi corretti nei nomina agentis, secoli e secoli di sviluppo e documentazione del lessico non contano neppure.
Anzi, a che ci siamo, dopo avere giustamente osteggiato e azzerato le professioniste il più possibile – vieppiù quelle con l’aggravante di essere da noi considerate di bel sembiante – propongo di cancellare direttamente la “A” dal novero delle vocali, così noi maschioni corriamo molti meno rischi di essere sopraffattx da* fondamentalistə del politicamente corretto.
Il problemo dell’impionto elettrico in corto circuito nello mio coso però resto: ovete do consigliore uno armadilla brovo e che emetto fotturo? Mi serve in fretto però, ciccini miei cori, perché sennò restiomo ol buio più di quonto giò non siomo.

Carmen Bulgarelli (1910-1965), direttrice d’orchestra

Italia 2021: il bordello e la Sinfonia

Da un lato gente incapace di organizzare una scopata in un bordello (“Ahi serva Italia…“), e dall’altro gli sfruttatori che amministrano lo stesso. Tutt’attorno, una ridda di bambinetti (maschi anche quando donne) – già rincoglioniti o devastati da genitori e nonni inadeguati se non direttamente violenti – che fanno il tifo per gli uni o per gli altri, poiché ambiscono a diventare a loro volta o gli incapaci di organizzare una scopata in un bordello, o gli sfruttatori che amministrano lo stesso. Questo loop, questa tortura angosciante, è ciò che s’ascolta in Italia in questo inizio di febbraio 2021.

Difficoltà e insieme meraviglia della democrazia è che tutto è connesso con tutto, e tutte e tutti sono correlati con tutti e tutte. La democrazia è cioè una Sinfonia-mondo, ben composta da un Compositore Collettivo, adeguatamente formato e continuamente aggiornato, che della composizione è anche interprete e ascoltatore. Una Sinfonia-mondo in cui c’è spazio per ogni stile – passato, presente e futuro – inclusi quelli che prevedono soli, momenti cameristici e improvvisazioni, e financo una qualche dose di Noise punk.

In questa Sinfonia-mondo, quando a “Compositore” viene meno “Collettivo”, viene meno tutto il resto. E allora la Sinfonia-mondo si sfalda e degenera in un frastuono pericolosissimo, tale da sgomentare chi ha dei privilegi ma è sensibile, intelligente e umana/o, e che lascia chi già non goda di alcun privilegio in balia del Nulla Fascista Incipiente.
Da questo frastuono o emerge il Compositore Dittatore – coi corollari dell’Interprete Vassallo o Inerte, e dell’Ascoltatore Astratto o Violentato (e quindi adorante i Violentatori) – oppure emergono dei loop come quello sopra descritto, vere e proprie torture per chi ha orecchie.
Il problema in Italia (ma non solo), adesso (ma non da ora) è che le torturate e i torturati siamo tutte e tutti noi.

P.S. Ad ogni buon conto, se “Compositore Collettivo” si sostituisce con “Compositrice Collettiva“, e magari – per far diventare soggetto, da oggetto, certi titoli-slogan altrimenti ingannevoli – magari pure next generation, ecco, così secondo me ce la passiamo meglio.


Prima di non andar via

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
È stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.


“Biglietto lasciato prima di non andar via”, di Giorgio Caproni, in “Il franco cacciatore” (Garzanti, 1982)
da: Giorgio Caproni: “Tutte le poesie” (Garzanti, 2016)
____
[Il link porta al sito “Bookdealer.it”, dove puoi acquistare il libro con l’omnia poetica di Caproni. O tanti altri libri di ogni tipo. Ho scelto questo sito e non, per esempio, Amazon o altri (nazionali o internazionali), perché è un sito che ti fa avere il libro attraverso una libreria indipendente della tua zona: sia direttamente a casa tua (come con Amazon e similari), sia recandoti tu in libreria a ritirarlo (che è pure meglio, se puoi, perché incontri esseri umani appassionati del proprio lavoro, e questo fa bene al cuore, e inoltre respiri un po’ l’aria di un posto bellissimo come una libreria, e anche questo fa bene al cuore).
I vantaggi sono molti, rispetto all’acquisto – con lo stesso numero di click – in un negozio online tipo Amazon. Per esempio ogni € 100 che spendi (per qualsiasi cosa) in una bottega della tua zona, se non appartiene a una catena nazionale o internazionale, € 68 vengono reinvestiti nella tua stessa zona, quindi anche a beneficio tuo e delle persone a te vicine cui vuoi bene, mentre se spendi gli stessi € 100 in un portale o catena di negozi nazionale o internazionale, da pochissimo a nulla va a beneficio della tua zona e quindi di te e dei tuoi cari a te vicini].


Paladini contro lo streaming - pupi siciliani, opera dei pupi

Paladini Contro Lo Streaming: la cagnara della Reazione

Sarebbe divertente se fossi cinico, ma poiché non lo sono, non è divertente: osservo che i più accesi Paladini Contro Lo Streaming in quest’anno, sono in questo momento lì a promuovere (nella gran parte dei casi pure piuttosto maldestramente) loro realizzazioni in streaming, con post pieni di punti esclamativi. Che Spettacolo!

Nota per i Pipì [PP: “Polarizzatori Paralizzanti”, non “Pier Paolo”]:
Non sto partecipando, con questa piccola osservazione, al masturbatorio pseudodibattito “streaming sì o no”. Metto semplicemente l’accento sul fatto che una gran(dissima) parte di reazioni in e a quest’ultimo anno, di colleghi e colleghe, sono state e sono semplicisticamente e letteralmente reazionarie: difesa dello status quo, in reazione a una percepita (fatta percepire) aggressione esterna. Ciò anche se ‘sto status era, ed è, avvilente, svilente, suicida o criminale. Per il semplice fatto che è noto, risulta rassicurante, anche accollandosi il disagio più o meno estremo che comporta abitarlo ed esserne parte.

Questa reazione è accaduta e accade sotto mentite spoglie idealisteggianti, che nel metodo e nella sostanza profonda sono la conferma di ciò che si pretenderebbe di voler diverso da come è, o, se non la conferma, almeno sono perfettamente funzionali allo status quo.
Il tutto, in gran parte, agito in buona fede: che è forse pure peggio perché è più difficile da smontare.

Queste osservazioni non implicano un pessimismo cosmico e, in ultima analisi, (s)fascista a sua volta. Infatti ci sono stati e ci sono pensieri e azioni diversi da questi – esito di responsabilità e visione per le se stesse e i se stessi futuri e per chi oggi è giovane. E sono esattamente questi pensieri e azioni che tra vari anni, compiuti i ricambi generazionali, avranno gettato semi per il futuro, pur ora invisibili e in apparenza impotenti nella melmosa cagnara della Reazione.


Recovery Plan, Ampio e condiviso, Italia, Pandemia, Cultura, Compositore, Musica Sinfonica

“Ampio e condiviso”…

Ho dato un’occhiata alle bozze di quello che il giornalismo italiano chiama “Recovery Plan”.
A cosiddetta “Cultura” e al Turismo – messi insieme nella stessa voce sotto il capitolo “Digitalizzazione” (no comment…) – va l’1,6% del totale: è il settore meno finanziato in assoluto. Ma il dato che mi pare più cinico, da solo per me più che sufficiente a far saltare per aria TUTTO, è che il secondo settore meno finanziato è proprio quello relativo a chi tutto questo si ritroverà a pagare come debito tra una decina d’anni e a seguire: alla voce “Giovani e politiche del lavoro” va appena una briciolina in più che a “Cultura” e Turismo.
In tutto ciò alla sanità di prossimità territoriale, telemedicina e digitalizzazione del settore va appena un pocolino in più delle voci summenzionate. Lo stesso dicasi, cioè briciole, per il comparto che di fatto, spesso quasi donchisciottescamente, e certo in modo commovente, ha finora garantito che non naufragassimo già da vari anni in uno scenario apocalittico tra gang criminali violente e zombie rincoglioniti da centro commerciale, cioè il Terzo settore e gli interventi sociali.

E allora la dizione giornalistica “Recovery Plan” è ovvio che devono usarla, per coprire ‘sta merda liquida, cinica, cattiva, stupida e miope. Il nome completo del documento, in più comprensibile lingua italiana, è infatti: “Piano di Ripresa [della merda precedente] e di Resilienza [del vecchiume fetido precedente e attuale]”.

La cattiveria può anche essere intelligente, ma è lampante che non è il caso al momento da queste italiche parti: non solo siamo già affogati nella cattiveria, ma pure nella cretinaggine. Tutto ciò è cattiveria cretina, nonché suicida.
Se anche solo tieni in considerazione l’ipotesi di una validità di tutto ciò, o anche soltanto accetti di entrarvi in dialettica, sappi che non soltanto sei stronzo, non soltanto sei servo, non soltanto sei in preda a pulsioni suicide, ma sei pure cretino. Se, anche, hai figli piccoli o giovani, aggiungi pure, agli aggettivi del periodo precedente, l’attributo ulteriore: “colossale”.

… E, please, ‘un mi vinìti a cuntàri che è un piano integrato, che va visto e considerato con le parti composte tra loro, e che ha una visione: faccio il compositore, sono formato per mettere cose insieme in piani integrati con le parti composte tra loro in modo complesso (così si fa la musica), e avere visione e visioni è il mio pane quotidiano.
Anche: non provate a dirmi cose come “ampio e condiviso”, perché so perfettamente cosa sono una orchestra sinfonica, la musica da camera, la produzione fonografica, cinematografica e dal vivo, e tutte queste cose al cui fondamento c’è esattamente “ampio e condiviso”.
Quindi non provate a prendermi per il culo con minchiatone orbe. Grazie.


Un virus, e gli impazienti di Mortal Kombat

2 Maggio 2020. È il penultimo giorno della Fase 1 di Mortal Kombat. Il 4 Maggio inizia la Fase 2.
Le strade del quartiere della città dove abito (che nel gioco viene chiamata “Palermo”, e io mi adeguo: Palermo) sembrano quelle di una normale città civile nelle sue zone più vivibili. Per strada c’è il giusto numero di esseri umani e di animali. Gli umani tendono a compiere azioni normali e sane: approvvigionamento di cibo i più, percorso verso i propri uffici i meno.
I ritmi di queste azioni sono sani, e molti si fermano a scambiare due chiacchiere, per strada e nelle botteghe, alla giusta distanza fisica, cioè quella normale se non si è amanti clandestini che non s’incontrano da sei mesi.
Alcuni umani in tuta e scarpe sportive procedono a passo veloce o corrono; paiono non temere d’essere investiti dalle automobili, le quali sono in un numero giusto, che consente la sanità dell’aria e dell’udito. Per la stessa ragione, i bambini per strada hanno una libertà di gioia e di movimento mai osservata fino a oggi in questo distretto del videogioco. Non soltanto i bambini appaiono ed esistono, come i cani, i gatti, i poveri, i vecchi e i gabbiani, ma appaiono perfino felici, come se potessero vivere incuranti degli adulterati. Probabilmente lo sono, felici: mi ricordo ancora quando ero bambino, quindi mi sa che posso azzardare questa affermazione. È molto bello e confortante vedere che i bambini sembrano bambini.

I clacson sono utilizzati solo per lo scopo per cui sono installati nei mezzi: usi senza abusi. Ogni tanto, sporadicamente, si sente nel quartiere qualche urlo da una lite coniugale, ma il suono generale nelle strade consente di udire e comprendere di che trattasi, quindi è più facile individuare abusi (i quali già all’udito è sempre evidente essere da parte del maschio della coppia), e in caso di necessità chiamare le forze dell’ordine: servono a questo, no?

Alcuni umani, non so dire se pochi o tanti, sembrano vagamente tristi, come se fossero un po’ depressi, ma purtroppo non troppo. Qualcuno tra questi pare aver trasformato velocemente questa sua strana tristezza in incazzatura più o meno scomposta. Insomma, è come se finalmente si fossero accorti di se stessi, di aver sempre e solo infilato nella propria vita una enorme sequela di cazzate, quindi ora s’avvedono – ma non riescono a dirsi – che non valgono nulla. Infatti, prima della Fase 1 di Mortal Kombat, sono infine diventati il loro lavoro, o non-lavoro, e non qualcuno con una normale identità umana che fa o non fa un lavoro. Non si osservano differenze tra ceti sociali, culturali ed economici: se infili una sequela di cazzate nella vita, che poi sei costretto a difendere con unghie e denti, è del tutto indifferente che tu sia un plurilaureato con abbonamento all’Opera dai tempi di Adamo ed Eva, o che tu sia un cannavazzo, che tu i denti li abbia fradici o con le capsule a quattromila carati, che le tue unghie siano curate da Bernini redivivo o tutte mangiucchiate e coi funghi.

Il pub sotto casa è silente, chiuso: non provo il minimo dispiacere. Tant’è, ospitava e ospiterà sempre cover-band-dimmerda, al di fuori di qualsiasi regola e norma di buon senso acustico fino a notte inoltrata (tenere i volumi dell’impianto di Vasco Rossi a San Siro in una 40ina di metri quadrati, con porte lasciate aperte sul quartiere, no, far così non ti fa diventare Vasco Rossi, né trasforma il tuo pub in San Siro). Inoltre ebbe, ha e avrà clientela composta da benestanti indebitati, sovente cocainomani, ch’è di una bruttezza, ipocrisia e malagrazia rumorosissima: una robba che manco Otto Dix, Emil Nolde, George Grosz e James Ensor, con la consulenza di Franz Kafka, no, una robba che manco questi tutti assieme sarebbero in grado di rappresentare con efficacia.
Probabilmente questa clientela, questi pochi ma rumorosi – perché i debiti, fatti per perseguire nulla e fracasso, li perseguitano e loro pare che li allontanino sbraitando – questi qui probabilmente sono i più impazienti di passare alla Fase 2 e poi 3 di Mortal Kombat: odiano i bambini, i cani (lo vedo, io, come li trattano, i “loro”). Odiano i gatti, i gabbiani, i medici, gli infermieri, gli impiegati di botteghe e supermercati. Odiano i vecchi e odiano i poveri: fa strano guardarsi allo specchio, è più facile odiarlo e romperlo. Odiano gli artisti, i quali reagiscono odiando se stessi. Odiano le cameriere del pub, quelle stesse che vorrebbero solo scoparsi, le quali in reazione finiscono per odiarsi tra loro e poi odiare se stesse, perché non si sa mai che qualcuno di questi mi sposi e così divento una benestante indebitata anche io finalmente. Odiano, manco a dirlo, le donne, anche se a loro volta son donne.

Il 4 Maggio, tra due giorni, inizia dunque la Fase 2 di Mortal Kombat. Forse meglio consegnarsi subito a Shang Tsung, che coi suoi sortilegi inganna la morte, rigenerando il suo corpo con le anime degli avversari?
O almeno, ci riesce, a ingannare la morte coi suoi sortilegi, finché qualche suo sgherro coglione non va a stanare un cosìno con uno statuto biologico strambo. Che so? Un virus, per esempio.