Non ci resta che uscire.

Ho una potente sensazione in questo recente periodo (diciamo mesi? Un anno? Un anno e qualcosa?). In realtà ce l’ho da una ventina d’anni circa: in fieri, montante, ma finora era più un sospetto ferino, quasi una sensazione olfattiva. Probabilmente in quest’ultimo anno si è solo palesata, e con clamore, una sorta di verifica ultima di codesta mia antica sensazione. Questo palesarsi, del resto, non è anomalo: quest’anno è stato chiamato di “emergenza” perché ha, appunto, fatto emergere oltre ogni dubbio – ragionevole o irragionevole che fosse – una parte di ciò che era fin qui sommerso, e per ciò visibile solo a chi già aveva attitudini e capacità di respiro da pescatrice o pescatore di perle, o, che è lo stesso, visibile (anche se non codificato nelle stesse forme) solo a chi s’occupava e si occupa di cose come l’astrofisica o la fisica della materia, o ancora a chi è abituato a relativizzare tutto fin nel metodo, come per esempio chi si occupa di antropologia.

Questa mia sensazione, insomma, insiste adesso a dirmi che il linguaggio sociale è sostanzialmente fallito.
Fin qui, nulla di particolarmente nuovo o, di per se, allarmante: è possibile, indagando, individuare altri momenti delle civiltà in cui un linguaggio sociale è fallito, e anzi ci si può pure spingere a dire che forse si tratta di un passaggio fin necessario alla storia e alle storie.
Ciò che mi pare sia nuovo, e che trovo concretissimamente e definitivamente allarmante, è che il fallimento attuale del linguaggio sociale è accaduto in un mondo come il nostro, che è al momento quasi per nulla fondato su materialità basilari, e quasi del tutto fondato – o, direbbe forse un Pangloss, perlomeno governato – su astrazioni linguistiche: i social network, la finanza più recente (ch’è fatta in gran parte di scambi tra oggetti e gesti linguistici, quasi mai connessi direttamente a beni o servizi), la mediasfera, etc. Questo fallimento, inoltre, mi pare che abbia trascinato nella sua rovina la connessa capacità di immaginare, o almeno l’abbia azzoppata gravemente.

Le persone deputate alla invenzione e poi alla cura e adeguamento costante di questo linguaggio (cioè, in breve per chi-vuole-capire-capisca: chi fa filosofia e in parte chi fa arte) queste persone sono rimaste ancorate a un “loro” mondo: tardonovecentesco, proprio di generazioni con elaborazioni ancora in conflitto con cose che intanto, inevitabilmente, sono divenute fantasmi (e poco o nulla conta, oggi e ormai, che siano fantasmi persecutori o giocherelloni, o che siano esito di allucinazioni da intossicamento, o si siano manifestati nella forma di materiali effetti collaterali o consustanziali di questo o quell’altro sistema economico).
È come se lo sguardo di queste persone (le e i filosofi) si fosse rivolto verso il (un…) passato o, nella migliore delle ipotesi, verso il (un..) presente, ma avesse abdicato del tutto alla possibilità di guardare (vale a dire di immaginare) il futuro – o almeno un futuro.
Non sto ovviamente parlando del confezionamento di fantasticherie di futuro, cioè quegli immaginari precotti e cretinetti – o di catastrofe totale o di presuntuoso progresso – che non soltanto sono di ciarlatani (o di stronzi o di rincoglioniti), ma che sono solo funzionali a venderci qualcosa adesso, meri strumenti di marketing (di prodotti, di valori o di consolazioni che sia).
Parlo del futuro letteralmente, cioè di inconoscibile ma immaginabile potenza (potenziale): il luogo del potere non come astrazione della teoria politica ma come nucleo animale della specie Homo Sapiens, o – se preferiamo quest’altra immagine in diversa scala – dell’essere umano neonato. Per esser più chiari, inscurendo come in un “nero” di Caravaggio: il futuro che può anche serenamente coincidere col passato se esso passato è riattivato, re-immaginato e/o – di più e meglio ancora – ri-creato.
(Mi spiace se, leggendo queste parole, non “capisci”: non ambisco a essere compreso in un discorso pubblico inconsistente, quindi m’avvedo di usare parole di un discorso esistente, al momento, solo attraverso e oltre i margini – per così dire – “consentiti”, e che perciò può risultare difficilmente comprensibile a chi ancora abbia ambizioni o illusioni di esistenza di e in un discorso pubblico attuale come discorso in e di una non più esistente comunità attuale. Non te la prendere con me, che sono come te: per le tue giuste rabbie individua i giusti bersagli – e però, mi permetto di consigliarti, non indugiarvi troppo, ché tanto ormai il danno è fatto, e ti garantisco che non lo riparerai tu, né, s’è per questo, io).

Ad aggravare la abdicazione alla possibilità di guardare (immaginare) questo futuro, mi pare, ha contribuito pure altro, come in una reazione a catena verso l’implosione del pensiero (di pari passo con l’esplosione, pilotata e strumentale, delle collettività e comunità nei gangli pretesi centrali delle democrazie liberali).
Per esempio, se ripieghi il tuo sguardo verso il passato (sia pure recente o recentissimo) e hai una certa carenza di rigore storiografico, e per giunta questo tuo sguardo carente al passato lo agisci in un momento in cui l’episteme stessa della storia, e con essa il metodo storiografico, stanno come minimo, diciamo, “revisionandosi”, be’, la reazione a catena è bella che avviata.
Altro esempio: se inventi un pensiero – che poi dovrebbe fondare o aggiornare un linguaggio sociale funzionalmente condivisibile (e col potere – inteso ora in senso politico – ci facciamo i conti all’atto pratico potendone però intanto discutere intendendoci tra noi diffusamente) – se inventi questo pensiero facendo un discorso critico su techne e scienza e politica (sia pure pieno di spunti interessanti e varie intuizioni brillanti) e nello stesso tempo sei carente nei linguaggi delle scienze – a partire a volte proprio dall’ABC, fino a non sapere distinguere un numero da un processo, il fisico dal matematico – e, nello stesso tempo, magari è funzionale al tuo discorso la stigmatizzazione in blocco di alcune discipline scientifiche (la biologia, la chimica o altro), ecco, così facendo è poi inevitabile che questo tuo pensiero finisca per fare cilecca in una cosa essenziale e davvero civilmente d’aiuto nel mondo di oggi (e vieppiù di domani), cioè gettare ponti tra il linguaggio sociale e il linguaggio tecnico-scientifico. Occhéi, può non essere questa la tua intenzione, nella tua opera filosofica (o artistica), e puoi anche teorizzare con coerenza che non lo sia, nel dispositivo della tua opera, ma poi il dato di fatto è che ‘sta responsabilità, non foss’altro che come effetto collaterale della tua opera una volta pubblica, ce l’hai eccome.
E a una certa non basteranno più – per arginare un omicidio-suicidio dei pontieri di tale portata – le (peraltro spesso come minimo ambigue) supplenze fornite da chi fa arte: si mettano perciò il cuore in pace – e si dedichino quindi più fruttuosamente a ricrearsi dalla radice – le mie colleghe e colleghi artisti che ancora s’illudono di poter almeno supplire e continuano perciò a operare in un sistema della cultura ormai esausto fino all’inesistenza ma continuamente reintroiettato e riproiettato: abbiamo, come civiltà, già superato la soglia oltre la quale ogni movimento in tale direzione e con tale intenzione è vano, per quanto brillante, generoso e “giusto-in-sé” possa essere.

Il combinato disposto di tutte queste reazioni a catena (e qui uso “combinato disposto” proprio nel suo originario senso giuridico, dato che pare che ogni pensiero individuale, espresso oggi in pubblico, perlomeno ambisce ad assurgere a norma), tale combinato disposto ha finito per portare al dominio della statistica sulla possibilità nel discorso pubblico, fino allo strapotere della probabilità che – disseccata la parola dal suo significato originario nel metodo scientifico – politicamente si traduce in un pericolosissimo processo al termine del quale le maggioranze, o minoranze violente – per esempio alcune caste in India, i W.A.S.P. negli Stati Uniti d’America, i maschi un po’ dappertutto, i liberal benestanti nelle democrazie liberali, alcuni gruppi etnici o sottogruppi religiosi in vari luoghi del mondo – cominciano a pensarsi e infine appercepirsi come totalità, finendo per risucchiare in sé ogni differenza, per annullare ogni (plurale) vero possibile nell’unico reale da esse stesse costituito, finendo per fare coincidere ogni reale possibile, e la sua percezione sociale, con la propria specifica ideologia, così non più visibile in quanto tale perché percepita diffusamente come La Realtà tout court (e pazienza se c’è chi soffre malissimo, muore peggio ancora, o se si scatenano ondate di violenza – materiale e immateriale – oltre ogni misura).

I risultati di queste carenze di pensiero – e siamo alla cronaca d’oggi – e quindi del fallimento del linguaggio sociale, sono l’inveramento col senno del poi di alcune delle più diffuse e influenti ipotesi o teorie di questi stessi pensatori e pensatrici avvoltolati nel “loro mondo”: lo straripare, fino allo strapotere, di un linguaggio tecno-scientifico (più specificamente nella cronaca attuale: bio-scientifico) come unico linguaggio sociale, lasciato proliferare incompreso, astratto e incomprensibile, tra tutte e tutti noi, nell’ormai fu discorso pubblico. Un inveramento a posteriori che finisce per validare formalmente e in superficie questi stessi pensieri carenti (o, spesso, più semplicemente presuntuosi) che contribuiscono a generarlo o alimentarlo con la loro defezione: una defezione – triste e perfino luttuoso constatarlo – anche e anzitutto da se stessi.

Da questi esiti, come per gemmazione, sorgono paradossi che sono – date le premesse fin qui osservate – tutti apparenti. Paradossi apparenti come l’intervento pubblico di questi stessi pensatori che finisce per nutrire ciò che essi stessi intenderebbero contestare o contrastare; la sussunzione del discorso liberal e fu-di-Sinistra (a partire da quello libertario) nella valanga della Reazione – usato come strumento e fin braccio armato o armante di questa; o ancora paradossi apparenti come la indifferenziazione sostanziale tra i ligi (e terrorizzati) borghesetti-di-sani-valori, e i da questi tanto vituperati (e del pari terrorizzati) “complottisti”, “negazionisti” e “ignoranti”, una indifferenziazione non solo di sostanza ma perfino di metodo, perché entrambi i gruppi partecipano, e clamorosamente, alle stesse orge di correlazioni spurie, agli stessi deliranti rave party in onore dei numi dell’Ex Falso Quodlibet, due gruppi uguali e contrari, infoiatissimi in un gioco irrisolvibile di reciproche e mutue proiezioni e quindi accuse, in cui l’unico a vincere è il banco, cioè i cinici e utilitaristici devoti alla Reazione ormai (molto ottimisticamente: quasi) irrefrenabili. Devoti alla Reazione i quali, giunti al punto in cui siamo, in questo momento, sono sostanzialmente coincidenti coi devoti all’estinzione violenta della nostra specie.

Innanzi a questo panorama – dal quale non è ovviamente possibile in atto escludermi (e del resto non lo farei, per mia indole, neppure se fossi ricco e potessi quindi agire con limitati rischi una tale finzione con me stesso) – innanzi a questo panorama l’unica via d’uscita è… Uscire.
Intanto, semplicemente e radicalmente questo: uscire.
Uscire da tutto questo. Uscire, che non solo non è escludersi, ma ne è l’esatto contrario (come dicono i moderni… Spoiler: uscire da un blocco qualsivoglia di costrutti sociali è la precondizione per inventare nuovi costrutti sociali, e ciò accade di necessità, per il semplice motivo che siamo della specie Homo Sapiens, cioè – a oggi – l’unica per la quale la realtà stessa, e tutto ciò che in essa vi si legge e agisce, è costrutto sociale).
Il come o il quando di questo uscire non posso dirli: è una faccenda, per ogni individuo tra noi, di storie personali, di possibilità (anche economiche), di condizione mentale attuale, di scelte o non-scelte fatte, agite o subite. Contraddirei pertanto tutto ciò che ho articolato finora, se volessi o potessi indicarli. Quello che si può dire, però, con certezza è che, sì, non ci resta che uscire.

Lo so, ti sembra una tautologia, e hai ragione: dire che la via d’uscita è uscire, formalmente lo è. Sta a te, come a me, scioglierla e risolverla: analogicamente, ricominciando ad allenare la nostra immaginazione a partire dai suoi costituenti minimi – anche solo principiando a cercare linee fisiche, materiali, d’orizzonte visivo e uditivo – non muovendo da filosofie, contesti o immaginari già noti, inclusi, discutibili, comprensibili, definitivamente compromessi. E con la consapevolezza ormai ineludibile che il grande o grandissimo rischio che immaginare-agire comporta, tale rischio è in ogni caso minore della certezza della fine violenta.


Sacrificio

Poche cose sono micidiali, nella nostra epoca, come la retorica del “sacrificio”.

Nelle codifiche religiose precristiane – poi in parte assunte e risignificate in epoca cristiana – la parola “sacrificio” stava per “fare il sacro” (latino: sacrum facĕre, da cui săcrĭfĭcĭum ). In antico il Sacro (lat.: sacer, sacră, sacrum) indicava tutto ciò che era radicalmente Altro rispetto al Pubblicum, la collettività formalizzata, e quindi – nell’intendimento degli antichi – era a questa opposto e, proprio per tale oppositività, ineluttabilmente complementare. Infatti si facevano i riti, e dunque i sacrifici, proprio per ri-armonizzare all’occorrenza Sacro e Pubblico, alterità e normalità, oppure per prevenirne e scongiurarne la dissociazione, che era percepita come sbagliata: “contro natura”, diremmo noi.

A noi moderni questa logica (“antitetico quindi coeso”) sembra ossimorica, assurda, onirica – per i più zombieficati fin provocatoria – ma per gli umani antichi di molte culture (incluse quelle italiche) era perfettamente coerente e naturale, tant’è che in varie lingue antiche si trovano molte parole con duplice significato antitetico, che solo successivamente, nel corso dell’evoluzione linguistica, si sono scomposte in due distinti termini; per esempio – osserva il glottologo tedesco Karl Abel già nel 1884 – nei geroglifici egizi la più antica parola ken (che significa sia “forte” che “debole”), si sdoppia in seguito nelle distinte parole ken (“forte”) e kan (“debole”). Gli strati più antichi delle lingue sono pieni di casi come questo. Oggi quasi la sola musica, se fatta prima e oltre un qualsivoglia mercato, custodisce il codice di questo stadio aurorale dell’intendimento umano, il sacro.

Man mano che poi ci si è avvicinati allo stato attuale della civiltà, le parole si sono andate viavia specializzando, cioè a ciascun concetto si è progressivamente associata una singola parola, dal significato il più possibile univoco.
Ciò è andato a favore di una chiarezza razionale tra i parlanti moderni, ma in questo modo abbiamo anche perduto (e oggi pericolosamente!) l’esercizio della comprensione dell’interdipendenza tra le cose del mondo, e con essa la capacità di pensare da svegli con la stessa forma di pensiero umano caratteristica del sogno, della musica e dell’utopia positiva, cioè l’analogia, l’ossimoro pacificato, l’armonia, la sintesi degli opposti, la coesistenza delle differenze – e qualcuno, più stronzo e sacrilego di altri, su questa perdita ci ha fatto e ci fa parecchi soldi sopra, spargendo sangue e sofferenze assortite… Ma questo è un altro discorso (oppure no?).
Come che sia, quando ancora, giustamente, ritenevamo naturale la convivenza delle differenze, “fare il Sacro”, cioè appunto il sacrificio, era celebrare l’Altro in collettività nel rito, evocare ciò che valica la norma, che supera la normalità, per armonizzare ordinario e straordinario, maggioranze e minoranze, umano e divino.

Dicevamo, ad avvio del nostro discorso, della pericolosità dell’attuale retorica del “sacrificio”.
Dico ora ‘retorica’ nel suo significato deteriore, perché “sacrificio” è oggi parola non solo svuotata del suo senso, sganciata dalla sua cosa, ma anche fatta divenire di senso del tutto ribaltato: da “fare il sacro” a “distruggere il sacro usando la sua immagine astratta”.
Ciò che intendiamo oggi per “sacrificio” è infatti slegato dai riti, cioè dalla collettività: è un atto individuale. Anche quando, nel discorso pubblico, ci si rivolge non a un individuo ma a un gruppo di persone chiedendo di “sacrificarsi”, di “fare dei sacrifici”, ci si riferisce alla immagine di una massa, non già a quella di collettività come rete dialettica di individui; cioè in fondo ci si rivolge a un individuo indistinto, l’individuo-massa. Di solito è infatti così che la parola “sacrificio” è usata e pronunciata – vera e propria arma – dai leader politici fascisti (“sacrificarsi per la patria”), liberisti (“sacrifici per il pareggio di bilancio dello Stato”), eccetera, nonché dai capitalisti e dai loro sgherri, nelle imprese sia private che oggi anche pseudopubbliche, quando parlano ai sottoposti al ricatto dello stipendio (“sacrificarsi per l’azienda / la scuola / l’arte (?!?) / l’ospedale / i clienti / l’eccellenza / il territorio / la qualità / la cultura (?!?) / il numero di like e reactions, etc”).

Quella su “sacrificio” (“sacrificarsi”, “sacrificare”, etc) è dunque una retorica insidiosissima, perché – usando il Sacro svuotato – si insedia viscidamente nell’animo di ognuna e ognuno di noi mascherata da virtù individuale, così facendoci (egoisticamente) sentir meglio con noi stesse/i, inclusi nella cosiddetta normalità. Il pennino assassino di questa retorica ci eroifica dentro un’epica mistificatissima e fasulla, a uso e consumo di chi detiene un qualsiasi tipo di controllo sociale e/o economico, da quello di un individuo su un altro in una coppia, a quello di una maggioranza (o di una minoranza violenta) su una o più minoranze, a quello di un ceto (per esempio l’imprenditoriale) su un altro (per esempio quello che [soprav]vive di salari e compensi), fino a quello su intere popolazioni. Non a caso è tra l’altro una delle leve più potenti e surrettiziamente violente che si sono usate e s’usano contro le donne, o contro il femminile in genere (anche quello negli uomini e in chiunque). Questa retorica è uno dei sintomi (e delle cause) più evidenti, a volerli leggere, della pericolosità, per noi esseri umani di oggi, della polarizzazione oppositiva, disarmonizzante, binaria, digitale.
Il “sacrificio”, inteso com’è oggi, è uno dei più efferati, sottili e pericolosi attacchi al sacro in tutte e tutti noi. E – come osserviamo nelle cronache ogni santo giorno – é letteralmente micidiale: cioè che uccide esseri umani.

Tu, adesso, per chi o cosa ti stai sacrificando? Perché?






La lingua batte dove il soldo duole

È buffo come molte e molti di coloro che piccatissimi reclamano “le parole [il genere, etc] non contano, valgono i dati, il merito, i fatti!”, siano poi le stesse persone che t’aggrediscono appena osservi che, per esempio, la tale o tal’altra composizione – per costoro perturbante – ha a che fare, a pieno titolo, con la (pretesa) tradizione della Musica Classica (o del Jazz, del Metal, del Prog-Rock, o di Scegli-Tu-Cosa), e quindi la loro non è datità e fattualità ma pregiudizio ideologicamente determinato.
Le stesse reazioni scateni, in costoro, appena osservi che fattualmente è Musica la tale organizzazione di suoni che accade nel tempo e nello spazio, ma, che so, installata in una galleria d’arte e non suonata in un auditorium, e quindi magari è contradditorio affermare che l’Arte è una cosa e la Musica un’altra (tranne, a quanto pare, quando conviene per i tuoi meccanismi di mercato). O ancora accade quando fai notare che il tale libro – sgradito a costoro per inconfessate ragioni ideologiche – è stricto sensu Letteratura. Di film, cosiddetti generi e distribuzione di audiovisivi (quindi controllo della ricezione, e oggi anche della produzione) non parliamo neppure. E così via.

Tosto che costoro si sentono anche solo sfiorati nei propri interessi finanziari e (spesso quindi) ideali, ecco che d’improvviso cotanti paladini di un preteso realismo fattuale divengono ultrà neoplatonici e feroci guardiani del più radicale dei nominalismi. E non importa la tanta competenza da e con cui argomenti: appena vai a toccare qualcosa che intacchi interessi economici (di mercato, di classe, di gruppo sociale), ex abrupto il tanto elogiato Merito e la tanto riverita Competenza spariscono dall’orizzonte del discorso di tutte e tutti codesti paladini di Merito e Competenza – o meglio, viene d’improvviso svelato come la valutazione di Meriti e Competenze sia da costoro considerata proprio appannaggio letteralmente esclusivo.

Appena dunque vai anche soltanto a lambire interessi di mercato, e privilegi acquisiti di posizionamento in un ambiente economico – che poi oggi, in epoca di realismo capitalista, è lo stesso che dire ambiente sociale e perfino sentimento individuale – ecco che di botto le parole diventano pesantissime e contano tantissimo.
Sì, in questi casi, d’improvviso, le parole… Contano e fan contare soldi!

Buffissimo è poi il caso specifico di quelle e quelli, tra costoro, che amano professarsi fedeli d’una fede che muove da affermazioni mica-da-poco come: “Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio” [Giovanni 1:1]. Ma vabbe’, in casi del genere mi sento un verme a fare osservazioni come questa appena fatta: è sparare sulla crocerossa.




Promemoria dal comporre

Cose sulla vita che mi insegna e/o ricorda il fare musica (o in generale il comporre, anche non necessariamente musica): the bigger your ambitions, the smaller you need to be. Scale down to be able to scale up.


(Scusate: ‘sta robba dal mio cervello è apparsa in inglese, e in italiano non mi viene in questo momento con la stessa efficacia sintetica).


L’armadillo e la direttrice d’orchestra

Direttore d’orchestra, direttrice d’orchestra: che conta?
Ciccìni miei cari, non sono le etichette a qualificare chi fa un mestiere: conta la preparazione, il modo in cui si fanno le cose. Sono d’accordissimo con voi.
Quindi domattina, per farmi riparare l’impianto elettrico che va in corto circuito, chiamerò l’armadilla – perché le etichette non connotano – non quel femminista integralista che insiste a volersi far chiamare “elettricista”. Quello lì ci danna l’anima col suo fondamentalismo isterico, e insiste a voler essere chiamato “elettricista”, e non, com’è giusto, armadilla. L’ideologia femminista lo riempie d’odio verso noi maschioni, per i quali le etichette non contano: sicuramente, essendo un armadilla e non uno spazzino, scopa poco. Il suo odio contro noi maschioni è tale in lui, che finisce per violentare la bella lingua della nostra grande patria, che poi sarebbe la stessa lingua della loro grande matria.
Il fatto è che lui – lo armadilla femminista che insiste a farsi chiamare “elettricista” pur riparando impianti elettrici e maschio essendo – lui non è un’ingegnera né una nefrologa, e quindi, poco sapendo di calcoli in ogni caso, ‘sto minchierico sostiene che le parole contano! E così vuole essere chiamato “elettricista”. Neppure “elettricisto”, che già sarebbe almeno tollerabile, proprio “elettricista”, con la “A”! Con la “A”, cozza!

Sì, sono d’accordo con voi: le parole non connotano per nulla, sono del tutto indifferenti. Genere grammaticale, genere semantico, usi corretti nei nomina agentis, secoli e secoli di sviluppo e documentazione del lessico non contano neppure.
Anzi, a che ci siamo, dopo avere giustamente osteggiato e azzerato le professioniste il più possibile – vieppiù quelle con l’aggravante di essere da noi considerate di bel sembiante – propongo di cancellare direttamente la “A” dal novero delle vocali, così noi maschioni corriamo molti meno rischi di essere sopraffattx da* fondamentalistə del politicamente corretto.
Il problemo dell’impionto elettrico in corto circuito nello mio coso però resto: ovete do consigliore uno armadilla brovo e che emetto fotturo? Mi serve in fretto però, ciccini miei cori, perché sennò restiomo ol buio più di quonto giò non siomo.

Carmen Bulgarelli (1910-1965), direttrice d’orchestra