Il vuoto e il pieno: “vai a lavorare!”

Se ti occupi di arti da facitrice/facitore sai che, per generare una forma efficiente – che cioè sia conduttiva di relazioni umane e di futuro – devi bilanciare i “pieni” e i “vuoti”.
Scrivo “vuoto” e “pieno” tra virgolette perché fanno parte del novero di parole da mettere in quarantena: appropriate da una specifica visione di una minoranza violenta, e quindi al momento inappropriate a tutte e tutti noi altri. Infatti il “pieno” e il “vuoto”, in arte, non hanno lo stesso significato che assumono nell’episteme capitalistica: “pieno” non vuol dire “ricco” o “sazio” o “impegnato”, come “vuoto” non vuol dire “povero” o “affamato” o “fannullone”.
Per esempio, chi fa arti sonore sa che la pausa (“vuoto”), è il luogo vibrante della risonanza di ciò che fu, e della inspirazione che attende a ciò che sarà, l’infra in e per cui s’intrecciano le linee di tempo esplicitato in suono; così come sa che il “vuoto” armonico, verticale, ha da essere maggiore nelle frequenze basse e minore in quelle acute, e se sbagli le proporzioni di questo vuoto viene fuori un pastrocchio respingente. Così in architettura, nelle arti installative, in quelle visive e tattili, nelle narrazioni e in poesia: dai volumi o intrecci più o meno densi di materia, colori, geometrie, movimenti, alle descrizioni/creazioni di spazi in cui si muovono le immagini vive dei personaggi – spazi senza i quali l’azione è letteralmente inimmaginabile – fino agli spazi bianchi tra i versi (gli “a capo” stessi nella pagina
bianca
già di per sé
avviano poesia).

Questa visione del “pieno” e del “vuoto” è stata condivisa – fino alla Modernità – dalle religioni e dai sistemi filosofici, che ne hanno fatto anche rito, scansione dei tempi e creazione di spazi, fisici e del pensare: boschi, templi, giardini, vertigini degli interstizi tra Essere e Divenire, la pienezza ch’è potenza nel “vuoto” vaginale della verginità nel Sacro femminile, il Ramadan, la Quaresima, le pratiche del meditare, e così via esemplificando.

Il Pieno e il Vuoto, dunque, sono essenziali all’umano: non c’è linea senza l’alternanza – possibilmente ben composta – del Vuoto e del Pieno, ché la linea, invenzione umana, la deduciamo, induciamo e inferiamo anche dalle differenze sensoriali tra ciò che categorizziamo come spazialmente e temporalmente “pieno” o “vuoto”. E senza linea non c’è cartografia, intreccio né direzione possibile.

Nell’anno in cui è finito il XX secolo, il 2020, ho provato un grande sollievo – terribile sollievo ma sollievo – tra fine Febbraio a fine Aprile, i mesi in cui in Italia s’è assunta contezza dell’avvio della pandemia da SARS-CoV-2, con la conseguenza, a partire da Marzo, di una clausura nazionale (detta dai mass media italiani “lockdown”), misura poi assunta anche dalle altre nazioni. In questo lasso di tempo, poco più di due mesi, s’affermava finalmente, dopo troppo “pieno”, un autentico e vibrantissimo, potenziale Vuoto. (Non sto mancando di rispetto ai morti, né a chi ha dovuto riorganizzarsi una esistenza per la DAD o il telelavoro o altro: sto parlando, con te, in un altro piano della complessità, del discorso, del reale, quindi non ti confondere e, se vuoi, puoi e riesci, stiamo insieme…).
Il manifestarsi (l’emergere: “emergenza”!) di questo Vuoto gravido parve coglierlo perfino il più cinico tra gli alfieri del Capitale: apparvero – fugacemente ma apparvero – editoriali in proposito, nelle più autorevoli e serie riviste di economia liberista, a firma di autorevoli economisti e analisti fin ultraliberisti. Non lo dicevano, ovviamente, in questi stessi termini, ma lo dicevano, e a chiarissime lettere: troppo “pieno”, dobbiamo cambiare direzione, ci vuole il Vuoto.

Lo spazio acustico attorno casa si svuotò: e apparvero gatti, bambini e bambine, gabbiani e suoni che furono canti. Apparvero conflitti, anche, e furono intellegibili, nel Vuoto finalmente manifesto, emergente.
In compenso scomparvero gli aperitivi di bassa qualità, i clacson superflui e le coverbanddimmerdaavolumispropositati: e non mi parve, invero, gran perdita.
Scomparve pure una industria dello Spettacolo e delle arti, che era ormai ridotta a essere soltanto il rivomito reingurgitato e rivomitato di se stessa, quindi neppure questa mi parve gran perdita, anche perché intanto emerse, a causa di questa stessa scomparsa, il problema e il conflitto delle lavoratrici e lavoratori in questa stessa industria, problema che s’è saldato, in quel momento, con la ripresa della domanda sul senso di quel che si fa e quindi si è in arte. E questo fu un bene.

E ora? Di nuovo quel “pieno”, e il Vuoto gravido preso a calci in pancia affinché abortisca: “vai a lavorare!”.
Sì, vado a lavorare: in subappalto, a nero, finché la fabbrica esplode, il macchinario mi ingurgita, crolla la gru, mia figlia mi detesta, il mio cervello esplode, il mutuo mi erode, il cuore m’implode. E vado a lavorare: fino al prossimo squillo di clacson, il cenone del prossimo Capodanno, la variante genetica e quella di valico, la prossima vernice, il prossimo abbraccio arrogante di terrore, il prossimo authcode, il prossimo aperitivo. Il prossimo virus.