“Perché non sai stare zitto / ti riconosci” (un poemetto mestruale in quattro movimenti)

I.

Perché non sai stare zitto
ti riconosci
simile con simile
tu nel cicaleccio
che fanno gli amori conformisti,
predeterminati.

Quella volta c’era invece
tutto quello che mi rende felice:
un luogo collinare
qualcosa da salire o da scalare
(di terra o d’acqua poco importa)
e un bosco non so più
se sognato nell’arsura
che tempera a suo modo
le ali mutaforma degli angeli gioiosa,
o se davvero era la luce lamella che ride
netta tra i rami e i denti di
quella ragazza lì.

Ora per queste cose io ti sento e
mi dispiace che tu non sappia,
ancòra né più,
che sono le ragazze a fare vero il bosco.
(Se non mi dispiacesse, in fondo,
non ti scriverei).

II.

Io l’anima dal corpo non so
distinguere,
né questi insieme distinguo
dal volo di un piccione in cattedrale
dal ritratto musivo del santo
sulle pareti di questa dal sorriso
di un Cristo di Bisanzio né,
s’è per tanto, dai Segreti di famiglia
in ciò che fu impero nell’Africa subsahariana;
o ancòra dai canti di Sheba non distinguo
dal fitto contrappunto liminare di Kalunga
– frattanto che da Laumé paziente
reimparo
la geometria degli spazi selvatici.

Tu invece sì, distingui,
e aizzi il Leviatano
versando alle acque dal tuo cuore
ogni veleno babilonese che ti capiti a tiro,
e dalla tua cella similoro
Sedna paterno violenti
una volta di più
– e pigi infatti il clacson con euforia feroce.

III

Io vado così alle sorgenti del bosco,

tu inzuppi il cicaleccio nella melma della foce
dove l’algoritmo disperde
le danze raggelate e i fianchi
non sono altro che fianchi.
Sì, se non mi dispiacesse, è vero, non ti scriverei,

ma è che io m’abbevero nel rosso tra le cosce
da dove sgorgano
ancora ambivalenti le parole
quando già non guerreggiano tra loro.

IV.

Ecco, se vuoi, dunque, il fiume mestruo
che scioglie a estro della luna
ogni sostanza solida,
lo zero e l’uno,
a fare il grano nuovo la mela senza il male,
(e rende le parole manifeste al mondo esterno):

da circa venticinque millilitri a cinquanta d’endometrio
a far da metro, per esempio,
e fuor dalla lista della spesa,
all’istante sempiterno in cui
la perdita
è
conquista.