Nel “presente” artistico immaginare, a un passo dalla fine

« Gli elementi che – in mancanza di migliori parole – possiamo dire “arcaizzanti” non costituiscono un ritorno del passato attraverso le tecniche del contrappunto e i modi ecclesiastici; sono invece la spia di un passato che, in certo modo, è ancora e di nuovo presente. La distinzione tra passato, presente e futuro diviene sfumata fino all’inconsistenza.
Nulla di più sbagliato che astrarre un elemento “arcaizzante” negli ultimi quartetti di Beethoven – per esempio l’uso del “modo Lidio” – poi astrarre una caratteristica moderna – per esempio la figuralità astratta di una cellula di quattro note che li attraversa, quasi una avvisaglia del XX secolo – e porre in contrapposizione questi due elementi.
Al contrario, il “presente” artistico risulta indipendente dalle demarcazioni cronologiche tra “passato” e “futuro”.
La modernità di queste opere tarde non consiste nel fatto che essa anticiperebbe, nel passato rispetto a noi, un pezzo di futuro: in Bach, Beethoven come in Liszt è stata scoperta e riconosciuta solo dopo che il futuro che essa “anticipava” era divenuto da tempo presente. »

[da “Ludwig van Beethoven und seine Zeit” (1987), di Carl Dahlhaus. Trad.mia]

Immagine: esposizione della Fuga (visionaria, corpuscolare, e “…molto espressivo”!) che apre il Quartetto n. 14, op.131, di Ludwig van Beethoven, dalla prima edizione, Schott, 1827


La lingua batte dove il soldo duole

È buffo come molte e molti di coloro che piccatissimi reclamano “le parole [il genere, etc] non contano, valgono i dati, il merito, i fatti!”, siano poi le stesse persone che t’aggrediscono appena osservi che, per esempio, la tale o tal’altra composizione – per costoro perturbante – ha a che fare, a pieno titolo, con la (pretesa) tradizione della Musica Classica (o del Jazz, del Metal, del Prog-Rock, o di Scegli-Tu-Cosa), e quindi la loro non è datità e fattualità ma pregiudizio ideologicamente determinato.
Le stesse reazioni scateni, in costoro, appena osservi che fattualmente è Musica la tale organizzazione di suoni che accade nel tempo e nello spazio, ma, che so, installata in una galleria d’arte e non suonata in un auditorium, e quindi magari è contradditorio affermare che l’Arte è una cosa e la Musica un’altra (tranne, a quanto pare, quando conviene per i tuoi meccanismi di mercato). O ancora accade quando fai notare che il tale libro – sgradito a costoro per inconfessate ragioni ideologiche – è stricto sensu Letteratura. Di film, cosiddetti generi e distribuzione di audiovisivi (quindi controllo della ricezione, e oggi anche della produzione) non parliamo neppure. E così via.

Tosto che costoro si sentono anche solo sfiorati nei propri interessi finanziari e (spesso quindi) ideali, ecco che d’improvviso cotanti paladini di un preteso realismo fattuale divengono ultrà neoplatonici e feroci guardiani del più radicale dei nominalismi. E non importa la tanta competenza da e con cui argomenti: appena vai a toccare qualcosa che intacchi interessi economici (di mercato, di classe, di gruppo sociale), ex abrupto il tanto elogiato Merito e la tanto riverita Competenza spariscono dall’orizzonte del discorso di tutte e tutti codesti paladini di Merito e Competenza – o meglio, viene d’improvviso svelato come la valutazione di Meriti e Competenze sia da costoro considerata proprio appannaggio letteralmente esclusivo.

Appena dunque vai anche soltanto a lambire interessi di mercato, e privilegi acquisiti di posizionamento in un ambiente economico – che poi oggi, in epoca di realismo capitalista, è lo stesso che dire ambiente sociale e perfino sentimento individuale – ecco che di botto le parole diventano pesantissime e contano tantissimo.
Sì, in questi casi, d’improvviso, le parole… Contano e fan contare soldi!

Buffissimo è poi il caso specifico di quelle e quelli, tra costoro, che amano professarsi fedeli d’una fede che muove da affermazioni mica-da-poco come: “Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio” [Giovanni 1:1]. Ma vabbe’, in casi del genere mi sento un verme a fare osservazioni come questa appena fatta: è sparare sulla crocerossa.




Tre seste in otto battute

Ennio Morricone , manoscritto: Tema di Jill, da “C’era una volta il West”

Ennio Morricone, testo e sua grafia da “Inseguendo quel suono – la mia musica, la mia vita” (Mondadori, 2016), conversazioni con Alessandro De Rosa (che ringrazio di tutto cuore per il prezioso lavoro, vieppiù nel giorno di oggi, oltre che per le sue proprie ottime musiche).

Memorie ed elaborazioni si raccolgono e si fan fiorire tre seste dopo tre seste, giorno per giorno: così si cura e si ha cura dell’umanità di e in ognuna e ognuno di noi.

Nell’amore come nell’arte la costanza è tutto. Non so se esistano il colpo di fulmine, o l’intuizione soprannaturale. So che esistono la tenuta, la coerenza, la serietà, la durata
[Ennio Morricone]

Il canto nell’autografo è quello, famosissimo, che s’avvia a 0’50”, qui:
▶️https://www.youtube.com/watch?v=6qx7P_YX2z4

Ennio Morricone, “Tema di Jill”, da “C’era una volta il West”


Lo swing che fa la differenza

Sergio Fiorentino, pianista, nel suo studio.
Sergio Fiorentino, musicista col pianoforte

Quest’uomo, Sergio Fiorentino, sa cosa sono la autenticità e il rispetto interumano in musica. Regala a te stessa/o ‘sti minuti con un uomo valido che suona il pianoforte:
▶️https://www.youtube.com/watch?v=Q-hPyzJiJ7M

George Gershwin, “Preludes”. Pianista: Sergio Fiorentino.

Ci possiam fare mille seghe mentali (e di marketing…) su Jazz e Non-Jazz, su come si swinga certo Gershwin oppure no, sui tempi, i fraseggi, eccetereccetera. Poi senti uno come Fiorentino (che in Italia pare ancora un segreto troppo ben custodito) e suona i Preludi di Gershwin esattamente come li suona, e tu senti, con luminosa chiarezza interiore, che quest’uomo non fa “le cose che si fanno” perché ha esattissima cognizione delle differenze, e quindi ha un radicato, radicale, risoluto e risolto rispetto degli esseri umani e delle culture che queste differenze incarnano, abitano e realizzano. Non ci sono attacchi delle note paraculi vagamente aggressivi, nessuno sguazzare attorno al tactus con ruffianissimi allargando e stringendo, nessun sospetto lirismo individualista bianco pseudoblues.
Uomini così possono permettersi di non swingare “fuori”, nella scorza udibile, e invece di farlo “da dentro”, perché lo Swing ce l’hanno nell’anima, e sanno che immetterlo artificialmente in un testo che non necessita di tali amplificazioni è un gesto fin razzista.

Black Lives Matter e l’abbecedario

Allora, cari ciccini, questa scassata nella foto è la bottega del rivenditore Steinway a Philadelphia, con tanto di pianoforti devastati, durante il gran casìno generato dalla violenza razzista negli Stati Uniti d’America, troppo lungamente agita e lasciata proliferare, e che ora sortisce i suoi ovvi effetti in questo 2020.
Io sono bianco, maschio, abile, eterosessuale, ceto sociale piccola borghesia decadente, propriamente democratico; di mestiere faccio l’artista, specificamente (in gran parte) con la musica, ancor più nello specifico muovendo (anche) dai e nei sentieri di quella che chiamano “musica classica”.
Ebbene, pare proprio che tanta gente con le mie stesse caratteristiche civili e sociali (e altra più ricca e privilegiata ancora del tanto che lo son già io) pare proprio che ‘sta gente faccia di tutto affinché la unione di queste caratteristiche determini una sorta di “naturale” dover essere rincoglionito, stronzo, superficiale, moscio, opportunista, attendista, insensibile, e del tutto privo di fantasia. Però, possibilmente, tutte ‘ste cose graziose è bene dover esserlo con garbo, senza dire le parolacce, paternamente anche se sei donna, proclamando difesa dei Valori della Cultura.

Be’, sapete che c’è? C’è che a me, con tutte ‘ste caratteristiche sociali e civili mie, se vengono devastati pianoforti da rivoltosi in reazione alla violenza razzista, vien solo e istintivamente da pensare: “devo comporre una musica per pianoforte scassato, a gloria delle vittime di razzismo e in onore di chi lo combatte, quindi ora vado a rileggere la partitura del Requiem tedesco di Brahms per trarre dei materiali da lì per questo pezzo nuovo…”.
Sapete, ciccini cari, anche voi potete avere un pochino di sensibilità e perfino, che strano!, di fantasia.
Per “sensibilità” intendo quella interumana, quella robba stramba, quella che il debito finanziario e le ganasce strette da pochi stronzi (e tanti loro complici) sulle nostre palle riescono a inibire con sempre maggiore facilità, quasi fosse naturale essere innaturali.
Sì, quella robetta per cui riesci, spontaneamente e in prima battuta, a leggere e pensare che ogni singola vita umana vale più di un pianoforte.

Della fantasia, poi, in effetti meglio non dirvi neppure: non si può mica pretendere da sì colti analfabeti degli affetti che scrivano la Divina Commedia senza che abbiano (re)imparato almeno l’abbecedario.

P.S. Lo so, non te ne sei accorto granché che ho scritto “gran casìno generato dalla violenza razzista“, o più probabilmente te ne sei accorto ma l’hai subito cancellato. Ti da fastidio la verità di questa frase, vero?


Stretti a coorte

C’è una differenza sensibile, udibile, tra la musica di chi fa il compositore perché ha studiato composizione, e quella invece di chi studia composizione perché a un certo punto fa il compositore.
È una differenza che molto difficilmente accettano gli addetti ai lavori, siano autoeletti tali o eletti da giudici e guardiani vari ed eventuali.
Il cosiddetto “pubblico”, invece, è come se la fiutasse d’istinto, quando gli si dia la possibilità di riconoscerla, e la abbraccia. E questo vale al netto delle differenze di stile o cosiddetto genere musicale, e a certi livelli di questo discorso vale perfino, sia pure pericolosamente, al di là di differenze qualitative e di competenza tecnica.

In realtà anche gli addetti ai lavori di cui sopra la riconoscono, perlopiù, questa differenza, e però credo che in qualche modo è come se ne avessero paura, come se interrogare e poi scavare a fondo nella zolla di terra indicata da questa differenza sensibile mettesse in pericolo di crollo una quantità tale di identità pubbliche, civili, politiche e (soprattutto) di mercato – con le relative trame – da porre tantissimi immediatamente sulla difensiva.

In vari casi, quelli dei più insicuri che più certi di chiunque altro si credono, si tratta forse perfino di autodifesa, un istinto di sopravvivenza della propria struttura personale costruita con tanta fatica, successivi tagli, castrazioni, e compromessi spacciati per dirittura estetica e rigore morale (subito tradotti, ben dietro le quinte, in valore economico e finanziario). E allora – anche perché ognuno ha bisogno di un gruppo sociale qualsivoglia – ecco che scattano meccanismi che vanno dalla bonarietà fintoaccondiscendente del fare buonviso al percepito cattivogioco, a tentativi tattici (e ipocriti) di inglobamento della percepita anomalia, fino alla ferocia omicida.

Omicidio che però, se appena scrostiamo un po’ di terra in questa zolla, subito ci avvediamo essere un suicidio: e allora, forse, ecco che perfino aumenta quella paura in tanti, i quali, superata una certa soglia di timore-senza-tremore, tendono a stringersi a coorte, pronti alla morte (altrui). E l’Italia chiamò.

Goffredo Mameli – Michele Novaro – Il canto degli italiani – Inno nazionale – manoscritto

10 dischi e i loro perché: un isolano sull’isola deserta

Quali dischi porti sull’isola deserta? Perché?”
Sono le luciferine domande su cui si basa la rubrica ‘Isole’ su Open – la musica e le sue storie. Il prog-head, comunicatore e scrittore Paolo Carnelli (PROG Italia, Suono)  – le ha fatte a tanti (ottimi!) colleghi musici, e a ‘sto giro toccò a me.
Non avete idea di quale inferno possa diventare selezionare solo 10 album, ma alla fine, tra storie della musica e storie personali, ne sono venuto a capo (per adesso..!): per chi volesse ascoltarli o riascoltarli, scoprirli o riscoprirli.
Li trovate qui » “Gianluca Cangemi (Almendra Music) – i 10 dischi dell’isola deserta del compositore e produttore palermitano”
Buon ascolto!
[Gi.]

Link

16 album nel 2016 (“Top” sarai tu!)

Il 2017 è appena avviato. Ancora pochi giorni fa proliferavano, in tutti i media mainstream e di settore, liste di “Top 5-10-30-50” di album pubblicati nel 2016. Oggi il concetto di “Top” (e analoghi) oscilla tra il ridicolo, l’inconsistente e l’invecchiato malissimo. Viviamo infatti in un mondo in cui, più che mai, nessuno è in grado di conoscere tutto, neppure soltanto in una specifica nicchia, genere, stile, tradizione, scena o nazione. Pertanto se qualcuno si proclama giudice di ciò che è “Il Meglio dell’Anno” state certi di avere innanzi un millantatore, in buona o cattiva fede (o, nella migliore delle ipotesi, qualcuno teneramente anziano: rabbioso, nostalgico o spaesato che sia).
Orde di giornalisti e addetti stampa saranno a questo punto sulla difensiva, pronti a dire che sì, è vero, ma s’ha da semplificare eppoi c’è l’abitudine, signora mia. Embe’? L’unico motivo per cui le abitudini sono una bella cosa è che puoi romperle e cambiarle!

Neppure possiamo affidarci più alle classifiche di vendita, come Billboard e analoghe, perché hanno smesso (da decenni!) di essere paesaggi esaustivi della sterminata produzione culturale contemporanea. Infatti la maggior parte dei prodotti culturali transita oggi da canali di diffusione e fruizione che gli indicatori di vendita non riescono a intercettare. Inoltre la fruizione culturale non passa più necessariamente da canali di vendita: a me infatti fanno quasi tenerezza quei media che si ostinano a far finta che non esistano prodotti culturali (peraltro in più casi di gran pregio) disponibili su supporti solo digitali, o che non abbiano Il Distributore (che poi “il distributore” oggi in realtà ce l’hanno pure quelli che non ce l’hanno: semplicemente, coincide col produttore, esattamente come il signor Mozart compositore del suo nuovo pezzo coincideva col signor Mozart pianista che suonava quello stesso nuovo pezzo. A me fa molto ridere il pensiero che un Mozart che autoproduce la sua serie di concerti, per la quale compone le musiche e raccoglie le sottoscrizioni, oggi sarebbe del tutto ignorato, se non bollato come “sfigato”, dagli stessi che sul suo fantasma si reggono in piedi alcuni secoli dopo…).
Viviamo nell’epoca in cui ogni prodotto culturale è potenzialmente a portata di ognuno di noi senza necessità di mediazioni . Chiunque può raggiungere in pochi secondi tutto ciò che il produttore decide di rendere accessibile, nei (tanti!) casi migliori pure direttamente alla fonte: fai click su “play”, ascolta l’anteprima (sempre più spesso integrale, nei casi più virtuosi), e valuta tu stesso, affidandoti alla tua sensibilità, al tuo gusto, alla tua cultura. Se pensi che quel prodotto culturale faccia per te, allora compensa chi l’ha realizzato, secondo le tue possibilità e attitudini: puoi dare soldi direttamente all’artista/produttore, puoi continuare ad ascoltare gratis online e però comprare una copia su supporto fisico da regalare (a chi è più anziano o non ama la fruizione da web/smartphone/tablet/PC), o anche puoi compensare l’artista/produttore condividendo il più possibile sui social network la sua opera che ti piace.

A me questa situazione non dispiace: una delle sue conseguenze è che siamo di nuovo costretti a confrontarci tra amici, a scambiarci opinioni, punti di vista, differenze, consigli. Costretti, anche, a riassaporare il gusto della scoperta e della riscoperta, del nuovo e del rinnovato, dello sconosciuto e del ri-conosciuto.
Abbiamo cioè la possibilità, se la vogliamo e sappiamo cogliere, di rimodulare le nostre fruizioni culturali a misura dei nostri rapporti umani, senza che queste dipendano necessariamente dalle esigenze di bilancio di qualche azienda.
Il mio amico e collega Giovanni Di Giandomenico, in una recente intervista, ha sintetizzato tutto questo con una formula che trovo brillante: “è più sano, più umano, in fin dei conti è un po’ una sorta di musica a kilometro zero“.

È in questa attuale realtà che inauguro il mio nuovo blog: Haimaz, parola che i filologi ci dicono essere l’origine germanica di pronipoti come l’inglese “home” (casa) e “hamlet” (borgo), il francese “hameau” (villaggio) e “hangar” (ripostiglio), il tedesco “heim” (casa, rifugio, luogo sicuro), e che ha pure a che fare con l’arabo “hayma” (la tenda-casa dei nomadi nel deserto).

In questo primo post, pertanto, segnalo alcuni album, pubblicati nel 2016, che apprezzo e ascolto, e che quindi mi piace consigliare a chi passi da questa mia, nostra haimaz.
Su alcuni dirò anche qualche mia impressione. L’ordine seguito è acazzodecane: nessuna intenzione di far classifica.
Ho escluso dalle segnalazioni tutte le produzioni cui ho collaborato quest’anno, come produttore, in Almendra Music, sia perché altrimenti avrei esaurito il post solo con queste (ché le pubblicate nel 2016 sono state ben 10!), sia perché non mi piace che ogni condivisione debba essere centrata su te stesso per forza: più spazio agli altri = più spazio  a te!

Non ti resta, dunque, che fare click su “play” e ascoltare: se decidi che qualcosa fa per te, troverai il tuo modo di raggiungere gli artisti/produttori (almeno nei casi in cui siano ancora in vita) e compensarli, secondo le tue attitudini e le tue possibilità.
Buon ascolto!
[Gi.]

David Bowie – Blackstar
label: ISO/RCA/Columbia


Hans Abrahamsen – Let Me Tell You
Barbara Hannigan, soprano
Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks | Andris Nelsons, direttore
label: Winter & Winter

Notti del XX secolo trascolorano nei giorni attuali, sul canto di una Ofelia reincarnata al cubo, intenta a sciogliere i cristalli del Grande Nord in memorie di sensualità italiana. (E la Hannigan è una meraviglia!).

Carl Stone – Electronic Music from the Seventies and Eighties
label: Unseen Worlds

Questo album raccoglie varie composizioni di un maestro della computer music, il californiano (adesso in Giappone) Carl Stone, pioniere di una musica che all’epoca dei brani nell’album era nuova. Musica già consapevole di star quasi diventando Pop, ma che per natura non era né poteva essere commerciale (si ripeteva troppo poco, per esempio, e non aveva ancora realizzato forme canoniche cui abituare un pubblico meno avvezzo a grandi sorprese). Tracce di un periodo in cui fare e pubblicare cosiddetta musica elettronica non era spippolare sulle macchinette per vedere l’effetto che fa. In ogni pezzo vi sono, quasi isolate a mo’ di studio Romantico, tecniche base di trattamento e composizione del suono. Inoltre è tutto fatto con ironia e autoironia, senza quell’autocompiacimento che detesto in molta musica considerata (o più spesso autoproclamata) “sperimentale”.

Niccolò Fabi – Una somma di piccole cose
label: Universal Music Italia

Semplicemente un album emozionante di canzoni molto ben fatte, che riescono (anche) a raccontare l’attuale politico italiano, e la sua infinita transizione, semplificandone con grande efficacia complessità apparentemente inconciliabili. Il tutto attraverso un setaccio lirico di rara finezza, con delicatezza e tenerezza, del tutto alieno da autocompiacimenti, precari piagnistei inutilmente ironici, ancor più inutili destrutturazioni e consimili amenità. Inoltre mi diverte che l’album di canzoni più indie in Italia sia stato pubblicato da una major: canzonettari indiegralisti, please, imparate (cioè: studiate e siate).

Human as Possible – We Need
label: Humans Collecting Memories

Manifesto programmatico di una nuova generazione di esseri umani quindi di artisti, di artisti quindi di esseri umani. Opera a un tempo inclusiva ed esclusiva, sotto le mentitissime spoglie di una pubblicazione ubbidiente ai canoni dell’hipsteria attuale della musica contemporanea. Porta a compimento, interiorizzandole, le migliori sollecitazioni del secolo scorso in un XXI secolo (ormai non più tanto) neonato, alla ricerca di quanto d’umano è rimasto o si possa oggi e domani trovare, inventare.
Giovani maestri di sprezzatura, i tre artisti che si fanno chiamare Human as Possible conciliano ciò che i più anziani di loro (e purtroppo vari loro coetanei in forte ritardo) considerano inconciliabile. Le convenzioni di genere (in questo caso: “ambient”, “drone”, “experimental”, il supporto analogico, il pianoforte malinconico, l’edizione limitata, e così via) sono usate – tutte, organicamente – per sollecitare il non convenzionale, sia compositivo che di fruizione. Opera aperta non ideologica, in cui il rigore formale della migliori tensioni strutturaliste del secolo scorso diventa adulto, si separa da nonni, genitori e fratelli maggiori, e si fa ricerca di libertà sia per chi compone che per chi ascolta. Ecologia del suono priva di sbrodolature fricchettone fuori tempo massimo, che perciò diventa appassionata antropologia. Gli approcci nati nel XX secolo del San Francisco Tape Music Center finalmente liberati dal feticismo di se stessi. Nonché, se e quando lo si voglia, la invenzione della installazione sonora (letteralmente) da camera. Incuriositevi, e scoprite come…

Guy Klucevcek – Teetering on the Verge of Normalcy
label: Starkland

Fare e ascoltare musica nata tra e per amici, circondati dai propri amici: è quello che propone Guy Klucevcek in questo godibilissimo album. Abbiamo bisogno di artisti che, emozionandoci, ci ricordano come sono fatti i confini virtuosamente ambigui della normalità, e che ci insegnano a frequentarli, a sfidarli, ad agirli, con piedi-per-terra, fantasia senza fronzoli, e tenerezza.

Kyoka – SH
label: raster-noton

Elettronica aperta, esplorativa, che si lascia sorprendere dai suoni che incontra/provoca. Bel punto di incontro tra il sensuale sound design giapponese attuale e le ormai consolidate astrazioni dell’elettronica nordeuropea. Kyoka accoglie e celebra gli errori inattesi ma non fa dell’errore una ideologia ossessiva. Musica di lettura/ascolto semplice perché complessa e, pur cerebrale, non astratta.

John Renbourn & Wizz Jones – Joint Control
label: Riverboat Records / World Music Network

Quaranta anni di amicizie, quella di Renbourn & Wizz e quelle in comune (omaggiate nell’album), nonché di far musica insieme, che coincisero con percorsi in grado di mettere assieme, in risonanza, il contrappunto di molti secoli fa con le ballate popolari e i Rolling Stones. Inoltre, magistrale (e involontario) ultimo saluto di quel gran gentiluomo ch’è stato – e nella sua fonografia è ancora – John Renbourn.

AA.VV. – Absence
label: Flaming Pines

Bella compilation di musica dall’Iran, realizzata perlopiù con vari strumenti elettronici.
Il titolo, Assenza, è un programma fin provocatorio. I musici presenti in questa compilation hanno infatti osservato (cioè sentito addosso e dentro) che tanto la quotidianità del far musica di ognuno di loro quanto i suoi esiti erano, appunto, assenti da ogni narrazione sulla musica iraniana (come lo sono da quelle della musica araba, sia africana che mediorientale). Tutto ciò che i governi di quelle parti e i media occidentali promuovono, dal Nord Africa e dal Medio Oriente, è funzionale a narrazioni sovraccariche (pseudo)politicamente, tutte incentrate su temi via via più astratti: più maneggevoli della reale complessità della produzione culturale contemporanea, e quindi più utili. Così, denunciano gli artisti in questa compilation, si usa il tema, per esempio, dei “diritti umani” per negare la concretezza quotidiana degli stessi umani portatori di quei diritti. Per questo hanno deciso di rendersi “assenti” dalle proprie città, però continuando a risiedervi e facendovi musica come sempre. Sono convinto che gli esiti, sia musicali che emotivi, di queste musiche, sorprenderanno più di qualcuno…

Moriarty & Friends – Wati Watia Zorey Band | Zanz in Lanfér
label: Air Rytmo

Se postmodern ha da essere, che sia fresco e divertente, letterario e danzabile, e che sappia in dosi eguali di Tropici e di Francia, di sirene, rhum, poeti, pirati e rock’n’roll!

Resina – (album eponimo)
label: 130701 / FatCat Records

Bell’album di debutto da solista di una collega polacca, violoncellista e compositrice, Karolina Rec a.k.a. Resina (“résina”: proprio quella degli alberi). Senza fronzoli né soverchie esibizioni virtuosistiche, Resina dipinge in quest’album rappresentazioni di sensazioni del reale, à la 4-stagioni-di-vivaldi, in forma di dilatati notturni (o diurni, se preferite). Composizioni in cui certe lezioni di sapienti cellisti più anziani – Ernst Reijseger, per esempio –  si incrociano, in modo originale, con quelle di una ambient acustica ben stagionata.

Leonard Cohen – You Want It Darker
label: Columbia / Sony Music


Roger Goula – Overview Effect
label: Cognitive Shift Recordings

Album di esordio sia del compositore che della etichetta che lo pubblica (la quale però non parte senza background, poiché intrapresa discografica di editore specializzato in musica per film e media vari). Roger Goula, forte di solida formazione, realizza e fa realizzare che certe sollecitazioni degli anni ’70 del secolo scorso (specie tedesche: Florian Fricke, giusto per fare un bel nome) hanno trovato una strada verso orecchie non necessariamente autoreferenziali, grazie anche a un uso consapevole dei mezzi fonografici attuali, e complici alcuni esiti del minimalismo U.S.A. e dei suoi post in Gran Bretagna. Piaccia o non piaccia, in giro la chiamano “Modern Classical”, questo album di debutto ne è un buon esempio, e il Muro di Berlino è caduto da un bel po’.

Bruxa Maria – Human Condition
label: Extreme Ultimate

Noise-Rock, Post-Hardcore, Industrial, Sludge… Chissenefrega di come si chiama ‘sta robba! Qui c’è una ragazza a Londra, che conosce le sue tradizioni musicali di formazione e che è consapevole, sensibilmente, di vivere in un mondo che versa in condizioni a dir poco imbarazzanti, e allora imbraccia matita e chitarra, diventa Bruxa Maria, fa più rumore del rumore tutt’attorno, e lo fa bene. Preoccupante? Disturbante? Fastidioso? Opprimente? Sì, molte cose del mondo attuale lo sono, mentre questo album, e questa ragazza, sono semplicemente, nuovamente, finalmente Punk!

Jóhann Jóhannsson – Arrival
label: Deutsche Grammophon (Universal Music)

Il film dalla cui colonna sonora questo album è tratto non l’ho visto, ma le musiche di Jóhann Jóhannsson, collega islandese di lunga gavetta, sono perfettamente in grado di reggersi anche come opera autonoma: quando robbe del genere, senza perdere (troppo) smalto giovanile, arrivano a una diffusione ampia e alla produzione con molti soldi, è bene tendere le orecchie, e godersi l’ascolto.

The Claypool Lennon Delirium – The Monolith of Phobos
label: ATO Records

Quando hai quella urgenza che ogni tanto se non ti prende è un problema, quella necessità di fresca classicità rock, rivolgiti a questo album di ‘sti due lucidissimi e ironici matti: andrai sul sicuro. Serio come solo sa esserlo un bambino che gioca.