Gianluca Cangemi, Nazione Indiana, Il sassofono e la badessa, Nicola Mogavero, Leidarvisir, Almendra Music, Fondazione Merz

Note d’altrove su “Nazione Indiana”

Oggi è uscita su Nazione Indiana una mia “Nota d’altrove”: “Il sassofono e la badessa“. Vi si dice di anima, cura, respiro e rivoluzione.

La trovi qui per te: https://www.nazioneindiana.com/2020/11/26/gianluca-cangemi/
Buona lettura!
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Grazie di cuore per l’invito e la (appunto!) cura all’indiano Giuseppe Schillaci, e a tutta la Nazione Indiana.


Bruno Maderna (Venezia, 1920 - Darmstadt, 1973)

Come ti poni verso la vita?

« … Una cosciente e sincera presa di posizione verso la vita e l’essere nella vita. Mi pare che la musica non possa essere altro che questo. […] Coraggio di spogliarci delle “humanae” condizioni. Che è poi come dire delle contingenze visto che noi crediamo sia bello e necessario esistere in quanto fenomeno di conoscenza e, se ci è possibile, questa conoscenza vivere e amare. […] Ed è proprio questo che abbiamo il dovere di raggiugere sempre più, sempre meglio. Questo dobbiamo comunicare agli altri. Così li aiuteremo a non essere semplici strutture biologiche. Anche se ciò sembra orgoglioso, bisogna almeno tentarlo per poter morire in bellezza »

Bruno Maderna (Venezia, 1920 – Darmstadt, 1973), da una lettera a Luciano Berio del 4 luglio 1956
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Ascolta ▶ https://www.youtube.com/watch?v=5vsKTiABjw0


Note per Claudio Ferrarini sull’album “Nord e Sud”

Ricevo un messaggio del tutto inatteso a fine giugno di un anno, il 2020, in cui infine (finalmente?) sono esplose le troppe contraddizioni nella civiltà capitalistica e in ognuna e ognuno di noi:

Ho appena finito di registrare per il mio ultimo lavoro discografico il nostro ‘Bachman & Robin’. Ti mando il file. Spero ti piaccia, come è sempre piaciuto al mio flauto. Un abbraccio, tuo
Claudio Ferrarini

Nel gennaio 2001 Claudio mi chiese di comporre per lui un brano per flauto solo. Gli consegnai questo piccolo pezzo dal titolo improbabile. Ero ventenne e, compiuta la prima necessaria formazione, avevo cominciato a esplorare potenziale e potenza del mestiere di compositore di musica. Gli esiti del comporre perciò erano stilisticamente quantomai vari. Per un compositore molto giovane gli stili storici e del suo presente, e il gioco dialettico tra essi, costituiscono una grande attrattiva: il primo e più evidente strumento, in apparenza anche il più “facile”, per cercare di giungere a una propria e prima identità personale. Esplori e combini gli stili per individuare un tuo stile possibile – magari anche vendibile prima possibile. Poi, auspicabilmente, vai oltre questo gioco di superficie: passi dal segno al senso, poi al suono, al dentro del suono, e a un certo punto, se sopravvivi alle dinamiche di mercato, riesci a veder le stelle tornando allo stile. Questo “andare oltre”, però, lo conosco e posso dire adesso, dopo ulteriori venti anni di far musica. Allora non lo sapevo. Quello che già allora sapevo, almeno un po’, è che mi innervava un acuto senso della meraviglia. Amavo e amo studiare e adoperare la retorica e i suoi espedienti, sempre però in direzione de “il fin, la meraviglia” – per dirlo con le parole di Giovan Battista Marino – e con la volontà di raccontarci, incontrarci e comunicarci tra esseri umani nello spazio e nel tempo.

Ricordo che scrissi per Claudio queste due paginette “di getto”, quasi in tempo reale, non in preda a chissà che ispirazione (una cosa cui non credo: l’arte è mestiere quotidiano), ma certo abitato da un gran divertimento vagamente euforico: un flautista di rango aveva chiesto una composizione per i suoi concerti a un ragazzino sconosciuto, per nulla “testato” e “approvato” da chi gestiva e gestisce le dinamiche di mercato! Con sardonico piglio giovanile (d’altronde mi par coerente: ero giovane!) dedicai allora il brano “al temerario Claudio Ferrarini”.

Diedi a queste due paginette un titolo improbabile, determinato dalle citazioni testuali e stilistiche di cui il piccolo pezzo è composto, e le consegnai a Claudio. Lui le suonò in contesti che a me parevano e paiono perfino imbarazzanti (un anglofono direbbe humbling): i suoi recital in cui il repertorio per flauto solo veniva attraversato da capo a fondo, e di conseguenza il mio nome, quello di un ragazzino con poca arte e nessuna parte, appariva accanto a quello di giganti e campioni del pensare e fare musicale.

Dopo un po’ entrai in una sorta di crisi personale e civile, quindi artistica – il cui disagio riesco ora a rileggere anche come una reazione individuale all’omicidio generazionale perpetrato a Genova nello stesso anno in cui composi queste mie due paginette. Ma continuai a comporre, pur solo nel mio privato quotidiano, senza quasi manifestazioni pubbliche. Non sentii Claudio per oltre quindici anni, fino al giorno del messaggio col bel regalo di memoria e storia personale che vi ha allegato.

I social network ci danno la illusione di avere rapporti e relazioni, ma in realtà fan solo circolare informazioni in vario modo “depurate” dalla fisicità, dall’eros, dalla carne, dal suono vivo che si coglie con la pelle prima che con le orecchie. In questi ultimi quindici anni ho quindi avuto sì informazioni su Claudio e le sue belle realizzazioni, ma non saputo davvero di e con lui. Apro dunque il file, ascolto la registrazione dalle mie antiche due paginette, ed eccolo lì: il suono vivo. E “il fin, la meraviglia”. L’interpretazione di Claudio prende numerose e a volte notevoli licenze dal dettaglio notato in partitura, ma (e perciò!) ne coglie lo spirito e l’estetica, come se Claudio già all’epoca sapesse nel ragazzino compositore estetica e poetica future, e le realizzasse nonostante la volontà cosciente minutamente annotata nello spartito. Claudio per esempio non sapeva e non sa che quel ventenne avrebbe poi spesso prediletto notazioni meno o diversamente dettagliate di quella in queste due pagine, con la esatta volontà di inventare musica “che muove da me”, più che “mia”, includendo cioè l’interprete in scelte compositive, e in alcuni casi e contesti anche l’ascoltatore, e così dichiarando che la musica, anche in un singolo e individualistico foglio d’album, è sempre e comunque una realizzazione collettiva e relazionale.

Non si sapeva dunque il futuro, ma Claudio l’aveva già colto, realizzando nella sua interpretazione intenzioni allora latenti, quando non ancora timidamente embrionali. Queste scelte peraltro Claudio le fa, e se le può permettere, perché è ben più che in grado di realizzare la lettera di ciò che è scritto: ci son giochi d’agilità, esattezza e tecnica avanzata, nella stessa notazione, che Claudio realizza con grande facilità. È quindi davvero la realizzazione dell’intenzione poetica ed estetica oltre e attraverso i razionalizzanti segnetti sul pentagramma. Nella realizzazione di Claudio delle mie due paginette trovo infatti tutti i giochi retorici di una estetica della meraviglia Barocca, illuminati e amplificati dalla interpretazione, e in alcuni passaggi da questa innescati senza che la notazione li suggerisca.

Claudio non si è fermato al giochino in apparenza postmoderno della citazione dissociante e spaesante, blandamente provocatoria – che a primo sguardo, e forse anche al secondo, sembra fondare le due paginette – ma è come se fosse entrato nel mio pensare e sentire, nell’intenzione del mio suono interno più che in quello lasciato sulla superficie delle cinque righe. Dribbla i quasi inganni post-modernisti del pastiche citazionista e polistilistico, e realizza le intenzioni del compositore che sarà: climax, contrasto, abruptio, catabasi, paronomasia, mimesis, politoto…, figure al servizio della volontà di individuare e inventare condivisione d’affetti e codice con chi ascolta, attraverso il suono, sia pure in un semplice divertimento.

Riconoscente rispondo allora al messaggio di Claudio, lo ringrazio di cuore per il dono generoso, e gli chiedo in compagnia di chi e cos’altro saranno nel suo album le due paginette che vent’anni fa mossero da me attraverso lui. Mi risponde con una teoria di nomi e titoli che han subito rinnovellato l’imbarazzo antico nel leggere il mio nome accanto a quello di giganti e campioni del pensare e sentire musicali. Non soltanto nella scaletta dell’album si trovano solide pietre d’angolo del repertorio per flauto solo del secolo XX ma anche alcune traduzioni per flauto, da altri strumenti, di musiche di ulteriori colossi della musica d’arte.

Forse anche per mettere a tacere l’imbarazzo, comincio allora a chiedermi se ci sia e quale sia la ratio nella selezione di queste musiche per un album di flauto solo.

È un vizio tutto novecentesco voler individuare percorsi razionalmente fondati, o almeno cornici logicamente coerenti, in grado di contenere diversità tanto evidenti e, nella più parte dei casi, fin scandalose all’occhio e orecchio del buon borghese. Ancora in troppi da questo vizio siamo affetti. La complessità del reale da noi percepito – amplificata dalla esposizione costante al sovraccarico di informazioni che ci soverchia a tempo pieno da ormai decenni – fa scattare la ricerca di cornici e percorsi in qualche modo semplificanti. È un conforto illusorio, autoconsolazione del sapiente che, presuntuoso, vuol convincere se stesso d’esser capace come individuo – anche isolato dalla necessaria intelligenza collettiva – di governare gli ordini ennesimi di complessità di cui ognuna e ognuno di noi è oggi al tempo stesso creatore, attore, vittima e vettore. Non ho vent’anni adesso, e ho formazione anche influenzata dagli ultimi colpi di coda del secolo scorso, e quindi in questo vizio son cascato anch’io con questo album di Claudio. Ora, non sono un musicologo (con la musicologia mi diverto, e in alcuni casi mi è pure utile, ma faccio altri mestieri), e però lo stesso comincio a trovare, nella selezione musicale di quest’album, diverse chiavi di lettura unificante, possibili percorsi tra linee di canto tanto diverse tra loro. Le traduzioni per flauto da musiche in origine per altri strumenti, e la varietà geografica, mi mettono un po’ i bastoni tra le già traballanti ruote musicologiche. Comincio allora a prendere in mano le partiture di tutta questa musica, e individuo così qualche altra chiave possibile, ma una ratio ultima continua a sfuggirmi. Sì, la ricerca di categorie cogenti, oltreché spesso presuntuosa e quasi sempre pretestuosa, è a volte anche disperante.

A questo punto Claudio di nuovo interviene, con un altro regalo: mi invia i file per ascoltare, col mio pezzettino, anche tutte le altre musiche dell’album. Ascolto, e m’avvedo che l’approccio di Claudio alle nostre due paginette è in realtà un vero e proprio metodo, usato con ognuna delle musiche che compongono l’intero album. Abbandono allora il vigliacco tentativo di autoconsolazione da sapiente astratto, e realizzo che al centro di tutto, a unificare tanta diversità di storie e pensieri musicali, c’è semplicemente il suono vivo del soffio umano del musico, attraversante note e da esse attraversato, con una esatta e generosa intenzione di comunicare tra esseri umani – compositore, interprete, ascoltatore – anche al di qua e al di là dell’utile e delle logiche più astrattamente razionali.

Chi voglia cercare e indagare percorsi stilistici, tra storia e storie della musica e dei linguaggi del XX secolo e d’oggi, troverà in questo album di Claudio di che divertirsi a far connessioni o individuare contrasti tra stili, tempi e luoghi geografici o culturali, e tale gioco può pure spingersi, per gli specialisti, a riflessioni su contrasti e connessioni tra diverse scuole flautistiche; ma non è questa la ragion d’essere che innerva e rende vitale l’album.
Il fine di Claudio è infatti la meraviglia: appassionare gli animi e smuovere gli affetti del pubblico, come a voler ricomporre fratture antiche, scongiurare il solipsismo implosivo ed esplosivo della civiltà capitalistica attuale, ricomponendo gli umani tra loro nell’ascolto condiviso anche a distanza di spazio e tempo.

Claudio realizza questo intento anche spingendo agli estremi possibili dentro e oltre i testi musicali, come un musico antico: di fatto ogni sua interpretazione è una traduzione, un processo che investe quindi non soltanto le traduzioni di musica in origine per altri strumenti ma anche il repertorio composto per il suo strumento. Tradurre – per abusare frusta battuta da semiologi – implica con facilità il rischio, quando non la necessità, di tradire. È un rischio che oggi dobbiamo correre, se davvero vogliamo affrontare, vivere, sopravvivere e attraversare la complessità del nostro reale attuale. Certo, occorre farlo con competenza, ragionando e approfondendo il testo, sia della vita che quello musicale, senza tentazioni di superficie, ma occorre farlo, adesso. Infatti senza trovare l’unità di ogni differenza in se stessi, nel proprio essere essere umano, e dunque senza assecondare i propri affetti e trasfonderli nell’arte – ogni arte – senza questo processo virtuoso non è possibile emozionare, appassionare, né quindi è possibile connetterci tra noi umani, uguali e diversi, uniti nella meraviglia.

“Nord e Sud”, mi dice ora Claudio che si chiamerà l’album. In realtà a me pare che ci siano pure, e soprattutto, l’Est e l’Ovest , forse perfino possibilmente ricomposti. “Nord e Sud” è forse allora titolo provocatorio, depistante? Vuol condurci in piste razionali o musicologiche per amplificare la meraviglia all’atto dell’ascolto? È in certo modo una bizzarria o un esercizio di sprezzatura? Non è ipotesi improbabile: Claudio si diverte a provocare, e del resto lo sa fare e se lo può ben permettere.

Gianluca Cangemi
[Palermo, 27 luglio 2020]


LINK ASCOLTI:

Bachman & Robin
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Nord & Sud
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Ensemble Castelbuono Classica, Gianluca Cangemi, Due scene dal Bosco Sacro

Una continua trasformazione di noi

Due giorni fa – il 26 agosto 2020 – ero nel mio studio estivo, a Monreale, in Sicilia, di ritorno dai giorni del Festival Castelbuono Classica : una edizione, quest’anno, molto emozionante, significativa e riuscita, sia dal punto di vista intimo mio che oggettivamente. Mentre già lavoravo ad altro, nella stessa mattina, l’Ensemble Castelbuono Classica – sorto nel Festival fin dalla sua prima edizione – finiva di registrare, a Isnello, le musiche per il suo primo album.
Una settimana prima, il 20 agosto – a ridosso del Festival in e per cui lavoro – Nicola Mogavero mi chiese se avessi qualcosa per l’organico dell’ensemble o suoi sottogruppi: da registrare il 26!
Non l’avevo. Però non volevo deludere l’amico, che stava coinvolgendo me in una importante realizzazione sua – un fatto che di per sé trovo commovente: la musica è rapporto interumano! – e anche mi piaceva molto l’idea di una situazione tra bravi e dedicati musicisti in grado di amare la mia musica facendola davvero loro, per farla così arrivare, con cura e autenticità, a te che ascolti. Musici che stimo e coi quali mi sento umanamente a mio agio: al sicuro, per così dire.
Allora decisi di aprire il mio diario – “Il Bosco Sacro” – e alla pagina scritta il 18 Luglio scorso trovai degli appunti – due immagini, scene, pensieri – che riscrissi al volo per clarinetto in Sib, saxofono contralto, fagotto e marimba.

Il mio è un diario che ho tenuto segreto fino a poco tempo fa: anche ai più intimi. Ora ho deciso di desecretarne alcune pagine, purché tutto rimanga fuori dalle dinamiche di mercato, dagli agoni professionali, dalle invidie, chimere e sicumere, al riparo dalle corse dei poveri ai fondi per i già ricchi, via dallo Spettacolo coi suoi specchi stregati e le sue piramidi, lontano dai sindacalismi privatistici ammantati di finto collettivismo, dai ministerialismi, burocratismi, concettualismi e isterismi vari ed eventuali.

Allora agii così, in questa occasione desecretando alcune mie immagini sonore molto personali, libere e fuori mercato: con questi musici e in questa situazione potevo farlo, la mia e tua musica era al sicuro.
Mandai in corsa partiture e parti a Nicola il giorno dopo, il 21 mattina, e andai a lavorare al Festival.

Non c’ero, dunque, a Isnello, quando han scattato questa foto coi sorrisi soddisfatti, alla fine delle registrazioni che includono queste mie due scene. O forse c’ero?
È strano, interessante, e potente: mentre tu sei in un luogo, ci sono tue immagini-emozioni-memorie-pensiero che si realizzano in un altro luogo. Si realizzano – di necessità nella musica fatta così! – con, attraverso e per altri. E questo accade nel tempo e nello spazio: distanze di chilometri, o metri, di giorni o di secoli.
Perché accada bisogna non solo essere tutti il più possibile competenti e sensibili, ma anche bisogna fidarsi e amarsi, e anche giungere a una forma di amore ulteriore: quella per lo sconosciuto, chiunque, che ascolta.

A me piace molto che sia così, con me e senza me nello stesso tempo. Fare musica così realizza ciò che siamo, come esseri umani, quando siamo liberi: una continua trasformazione di noi, che accade in e per l’equilibrio e fusione di competenze, affetti e pensieri condivisi tra tutte e tutti.
Io quindi c’ero, anche se distante molti chilometri: c’ero perché altri c’erano!
Così funziona la musica, quella fatta così. (Per questo, anche, mi è incomprensibile la possibilità di un musicista razzista: delle due una, o sei musicista, o sei razzista, se sei entrambe le cose non hai capito una beata minchia, di te, di quello che fai, della tua vita).

Questa musica, così fatta, è un po’ come il gioco del telefono senza fili: tu avvii un messaggio, una parola, a un capo del filo, e da quel momento non puoi che contare sulla lealtà, onestà, capacità e volontà di articolazione e buon udito di tutti i partecipanti al gioco. Consegni un sogno fatto da sveglio, lo dai in custodia a chi ti è accanto, per farlo arrivare alla collettività: da quel momento è tuo e non tuo nello stesso tempo.
Tutto questo mi porta a pensare che la musica, così fatta, non è di qualcuno: è, semmai, da qualcuno. Ed è con, verso e attraverso tutte e tutti.

Ringrazio di tutto cuore intanto:
Nicola Mogavero, cui queste due scene sono dedicate con stima, riconoscenza e affetto.
– Enzo Toscano (clarinetto), Filippo Barracato (fagotto) e Rosario Cusimano (marimba), con Nicola (sax) interpreti attenti di queste musiche da me verso te per loro.
– Salvatore Barberi, direttore dell’Ensemble che ha condotto la realizzazione per la registrazione dell’album. Giovane direttore di competenza, cura e talento autentici. L’ho sentito al telefono il giorno prima della registrazione, come d’uso quando il compositore è vivo (be’, sì, confermo: lo sono!) e quindi non c’è bisogno di ricorrere a musicologia e filologia… Non solo ho soltanto confermato tutto ciò che Salvatore aveva già colto in, da e oltre la scrittura, ma ho anche ricevuto spunti interessantissimi su me stesso e i miei riferimenti di linguaggio in queste immagini musicali. Riferimenti precisi, e per me emozionanti: tra tutti Charles Ives e Bruno Maderna. Penso che la mia musica (meglio: la musica da me) non sia per niente facile da cogliere: è in realtà musica difficile quanto più sembra ed è semplice sia in notazione che all’ascolto, e ha molti elementi deraglianti anche spesso rispetto a se stessa, alle sue stesse regole interne. Averla colta, subito e con tale esattezza e profondità, avendo solo la partitura, è davvero notevole.

Grazie.


Tre seste in otto battute

Ennio Morricone , manoscritto: Tema di Jill, da “C’era una volta il West”

Ennio Morricone, testo e sua grafia da “Inseguendo quel suono – la mia musica, la mia vita” (Mondadori, 2016), conversazioni con Alessandro De Rosa (che ringrazio di tutto cuore per il prezioso lavoro, vieppiù nel giorno di oggi, oltre che per le sue proprie ottime musiche).

Memorie ed elaborazioni si raccolgono e si fan fiorire tre seste dopo tre seste, giorno per giorno: così si cura e si ha cura dell’umanità di e in ognuna e ognuno di noi.

Nell’amore come nell’arte la costanza è tutto. Non so se esistano il colpo di fulmine, o l’intuizione soprannaturale. So che esistono la tenuta, la coerenza, la serietà, la durata
[Ennio Morricone]

Il canto nell’autografo è quello, famosissimo, che s’avvia a 0’50”, qui:
▶️https://www.youtube.com/watch?v=6qx7P_YX2z4

Ennio Morricone, “Tema di Jill”, da “C’era una volta il West”


10 dischi e i loro perché: un isolano sull’isola deserta

Quali dischi porti sull’isola deserta? Perché?”
Sono le luciferine domande su cui si basa la rubrica ‘Isole’ su Open – la musica e le sue storie. Il prog-head, comunicatore e scrittore Paolo Carnelli (PROG Italia, Suono)  – le ha fatte a tanti (ottimi!) colleghi musici, e a ‘sto giro toccò a me.
Non avete idea di quale inferno possa diventare selezionare solo 10 album, ma alla fine, tra storie della musica e storie personali, ne sono venuto a capo (per adesso..!): per chi volesse ascoltarli o riascoltarli, scoprirli o riscoprirli.
Li trovate qui » “Gianluca Cangemi (Almendra Music) – i 10 dischi dell’isola deserta del compositore e produttore palermitano”
Buon ascolto!
[Gi.]

Link

16 album nel 2016 (“Top” sarai tu!)

Il 2017 è appena avviato. Ancora pochi giorni fa proliferavano, in tutti i media mainstream e di settore, liste di “Top 5-10-30-50” di album pubblicati nel 2016. Oggi il concetto di “Top” (e analoghi) oscilla tra il ridicolo, l’inconsistente e l’invecchiato malissimo. Viviamo infatti in un mondo in cui, più che mai, nessuno è in grado di conoscere tutto, neppure soltanto in una specifica nicchia, genere, stile, tradizione, scena o nazione. Pertanto se qualcuno si proclama giudice di ciò che è “Il Meglio dell’Anno” state certi di avere innanzi un millantatore, in buona o cattiva fede (o, nella migliore delle ipotesi, qualcuno teneramente anziano: rabbioso, nostalgico o spaesato che sia).
Orde di giornalisti e addetti stampa saranno a questo punto sulla difensiva, pronti a dire che sì, è vero, ma s’ha da semplificare eppoi c’è l’abitudine, signora mia. Embe’? L’unico motivo per cui le abitudini sono una bella cosa è che puoi romperle e cambiarle!

Neppure possiamo affidarci più alle classifiche di vendita, come Billboard e analoghe, perché hanno smesso (da decenni!) di essere paesaggi esaustivi della sterminata produzione culturale contemporanea. Infatti la maggior parte dei prodotti culturali transita oggi da canali di diffusione e fruizione che gli indicatori di vendita non riescono a intercettare. Inoltre la fruizione culturale non passa più necessariamente da canali di vendita: a me infatti fanno quasi tenerezza quei media che si ostinano a far finta che non esistano prodotti culturali (peraltro in più casi di gran pregio) disponibili su supporti solo digitali, o che non abbiano Il Distributore (che poi “il distributore” oggi in realtà ce l’hanno pure quelli che non ce l’hanno: semplicemente, coincide col produttore, esattamente come il signor Mozart compositore del suo nuovo pezzo coincideva col signor Mozart pianista che suonava quello stesso nuovo pezzo. A me fa molto ridere il pensiero che un Mozart che autoproduce la sua serie di concerti, per la quale compone le musiche e raccoglie le sottoscrizioni, oggi sarebbe del tutto ignorato, se non bollato come “sfigato”, dagli stessi che sul suo fantasma si reggono in piedi alcuni secoli dopo…).
Viviamo nell’epoca in cui ogni prodotto culturale è potenzialmente a portata di ognuno di noi senza necessità di mediazioni . Chiunque può raggiungere in pochi secondi tutto ciò che il produttore decide di rendere accessibile, nei (tanti!) casi migliori pure direttamente alla fonte: fai click su “play”, ascolta l’anteprima (sempre più spesso integrale, nei casi più virtuosi), e valuta tu stesso, affidandoti alla tua sensibilità, al tuo gusto, alla tua cultura. Se pensi che quel prodotto culturale faccia per te, allora compensa chi l’ha realizzato, secondo le tue possibilità e attitudini: puoi dare soldi direttamente all’artista/produttore, puoi continuare ad ascoltare gratis online e però comprare una copia su supporto fisico da regalare (a chi è più anziano o non ama la fruizione da web/smartphone/tablet/PC), o anche puoi compensare l’artista/produttore condividendo il più possibile sui social network la sua opera che ti piace.

A me questa situazione non dispiace: una delle sue conseguenze è che siamo di nuovo costretti a confrontarci tra amici, a scambiarci opinioni, punti di vista, differenze, consigli. Costretti, anche, a riassaporare il gusto della scoperta e della riscoperta, del nuovo e del rinnovato, dello sconosciuto e del ri-conosciuto.
Abbiamo cioè la possibilità, se la vogliamo e sappiamo cogliere, di rimodulare le nostre fruizioni culturali a misura dei nostri rapporti umani, senza che queste dipendano necessariamente dalle esigenze di bilancio di qualche azienda.
Il mio amico e collega Giovanni Di Giandomenico, in una recente intervista, ha sintetizzato tutto questo con una formula che trovo brillante: “è più sano, più umano, in fin dei conti è un po’ una sorta di musica a kilometro zero“.

È in questa attuale realtà che inauguro il mio nuovo blog: Haimaz, parola che i filologi ci dicono essere l’origine germanica di pronipoti come l’inglese “home” (casa) e “hamlet” (borgo), il francese “hameau” (villaggio) e “hangar” (ripostiglio), il tedesco “heim” (casa, rifugio, luogo sicuro), e che ha pure a che fare con l’arabo “hayma” (la tenda-casa dei nomadi nel deserto).

In questo primo post, pertanto, segnalo alcuni album, pubblicati nel 2016, che apprezzo e ascolto, e che quindi mi piace consigliare a chi passi da questa mia, nostra haimaz.
Su alcuni dirò anche qualche mia impressione. L’ordine seguito è acazzodecane: nessuna intenzione di far classifica.
Ho escluso dalle segnalazioni tutte le produzioni cui ho collaborato quest’anno, come produttore, in Almendra Music, sia perché altrimenti avrei esaurito il post solo con queste (ché le pubblicate nel 2016 sono state ben 10!), sia perché non mi piace che ogni condivisione debba essere centrata su te stesso per forza: più spazio agli altri = più spazio  a te!

Non ti resta, dunque, che fare click su “play” e ascoltare: se decidi che qualcosa fa per te, troverai il tuo modo di raggiungere gli artisti/produttori (almeno nei casi in cui siano ancora in vita) e compensarli, secondo le tue attitudini e le tue possibilità.
Buon ascolto!
[Gi.]

David Bowie – Blackstar
label: ISO/RCA/Columbia


Hans Abrahamsen – Let Me Tell You
Barbara Hannigan, soprano
Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks | Andris Nelsons, direttore
label: Winter & Winter

Notti del XX secolo trascolorano nei giorni attuali, sul canto di una Ofelia reincarnata al cubo, intenta a sciogliere i cristalli del Grande Nord in memorie di sensualità italiana. (E la Hannigan è una meraviglia!).

Carl Stone – Electronic Music from the Seventies and Eighties
label: Unseen Worlds

Questo album raccoglie varie composizioni di un maestro della computer music, il californiano (adesso in Giappone) Carl Stone, pioniere di una musica che all’epoca dei brani nell’album era nuova. Musica già consapevole di star quasi diventando Pop, ma che per natura non era né poteva essere commerciale (si ripeteva troppo poco, per esempio, e non aveva ancora realizzato forme canoniche cui abituare un pubblico meno avvezzo a grandi sorprese). Tracce di un periodo in cui fare e pubblicare cosiddetta musica elettronica non era spippolare sulle macchinette per vedere l’effetto che fa. In ogni pezzo vi sono, quasi isolate a mo’ di studio Romantico, tecniche base di trattamento e composizione del suono. Inoltre è tutto fatto con ironia e autoironia, senza quell’autocompiacimento che detesto in molta musica considerata (o più spesso autoproclamata) “sperimentale”.

Niccolò Fabi – Una somma di piccole cose
label: Universal Music Italia

Semplicemente un album emozionante di canzoni molto ben fatte, che riescono (anche) a raccontare l’attuale politico italiano, e la sua infinita transizione, semplificandone con grande efficacia complessità apparentemente inconciliabili. Il tutto attraverso un setaccio lirico di rara finezza, con delicatezza e tenerezza, del tutto alieno da autocompiacimenti, precari piagnistei inutilmente ironici, ancor più inutili destrutturazioni e consimili amenità. Inoltre mi diverte che l’album di canzoni più indie in Italia sia stato pubblicato da una major: canzonettari indiegralisti, please, imparate (cioè: studiate e siate).

Human as Possible – We Need
label: Humans Collecting Memories

Manifesto programmatico di una nuova generazione di esseri umani quindi di artisti, di artisti quindi di esseri umani. Opera a un tempo inclusiva ed esclusiva, sotto le mentitissime spoglie di una pubblicazione ubbidiente ai canoni dell’hipsteria attuale della musica contemporanea. Porta a compimento, interiorizzandole, le migliori sollecitazioni del secolo scorso in un XXI secolo (ormai non più tanto) neonato, alla ricerca di quanto d’umano è rimasto o si possa oggi e domani trovare, inventare.
Giovani maestri di sprezzatura, i tre artisti che si fanno chiamare Human as Possible conciliano ciò che i più anziani di loro (e purtroppo vari loro coetanei in forte ritardo) considerano inconciliabile. Le convenzioni di genere (in questo caso: “ambient”, “drone”, “experimental”, il supporto analogico, il pianoforte malinconico, l’edizione limitata, e così via) sono usate – tutte, organicamente – per sollecitare il non convenzionale, sia compositivo che di fruizione. Opera aperta non ideologica, in cui il rigore formale della migliori tensioni strutturaliste del secolo scorso diventa adulto, si separa da nonni, genitori e fratelli maggiori, e si fa ricerca di libertà sia per chi compone che per chi ascolta. Ecologia del suono priva di sbrodolature fricchettone fuori tempo massimo, che perciò diventa appassionata antropologia. Gli approcci nati nel XX secolo del San Francisco Tape Music Center finalmente liberati dal feticismo di se stessi. Nonché, se e quando lo si voglia, la invenzione della installazione sonora (letteralmente) da camera. Incuriositevi, e scoprite come…

Guy Klucevcek – Teetering on the Verge of Normalcy
label: Starkland

Fare e ascoltare musica nata tra e per amici, circondati dai propri amici: è quello che propone Guy Klucevcek in questo godibilissimo album. Abbiamo bisogno di artisti che, emozionandoci, ci ricordano come sono fatti i confini virtuosamente ambigui della normalità, e che ci insegnano a frequentarli, a sfidarli, ad agirli, con piedi-per-terra, fantasia senza fronzoli, e tenerezza.

Kyoka – SH
label: raster-noton

Elettronica aperta, esplorativa, che si lascia sorprendere dai suoni che incontra/provoca. Bel punto di incontro tra il sensuale sound design giapponese attuale e le ormai consolidate astrazioni dell’elettronica nordeuropea. Kyoka accoglie e celebra gli errori inattesi ma non fa dell’errore una ideologia ossessiva. Musica di lettura/ascolto semplice perché complessa e, pur cerebrale, non astratta.

John Renbourn & Wizz Jones – Joint Control
label: Riverboat Records / World Music Network

Quaranta anni di amicizie, quella di Renbourn & Wizz e quelle in comune (omaggiate nell’album), nonché di far musica insieme, che coincisero con percorsi in grado di mettere assieme, in risonanza, il contrappunto di molti secoli fa con le ballate popolari e i Rolling Stones. Inoltre, magistrale (e involontario) ultimo saluto di quel gran gentiluomo ch’è stato – e nella sua fonografia è ancora – John Renbourn.

AA.VV. – Absence
label: Flaming Pines

Bella compilation di musica dall’Iran, realizzata perlopiù con vari strumenti elettronici.
Il titolo, Assenza, è un programma fin provocatorio. I musici presenti in questa compilation hanno infatti osservato (cioè sentito addosso e dentro) che tanto la quotidianità del far musica di ognuno di loro quanto i suoi esiti erano, appunto, assenti da ogni narrazione sulla musica iraniana (come lo sono da quelle della musica araba, sia africana che mediorientale). Tutto ciò che i governi di quelle parti e i media occidentali promuovono, dal Nord Africa e dal Medio Oriente, è funzionale a narrazioni sovraccariche (pseudo)politicamente, tutte incentrate su temi via via più astratti: più maneggevoli della reale complessità della produzione culturale contemporanea, e quindi più utili. Così, denunciano gli artisti in questa compilation, si usa il tema, per esempio, dei “diritti umani” per negare la concretezza quotidiana degli stessi umani portatori di quei diritti. Per questo hanno deciso di rendersi “assenti” dalle proprie città, però continuando a risiedervi e facendovi musica come sempre. Sono convinto che gli esiti, sia musicali che emotivi, di queste musiche, sorprenderanno più di qualcuno…

Moriarty & Friends – Wati Watia Zorey Band | Zanz in Lanfér
label: Air Rytmo

Se postmodern ha da essere, che sia fresco e divertente, letterario e danzabile, e che sappia in dosi eguali di Tropici e di Francia, di sirene, rhum, poeti, pirati e rock’n’roll!

Resina – (album eponimo)
label: 130701 / FatCat Records

Bell’album di debutto da solista di una collega polacca, violoncellista e compositrice, Karolina Rec a.k.a. Resina (“résina”: proprio quella degli alberi). Senza fronzoli né soverchie esibizioni virtuosistiche, Resina dipinge in quest’album rappresentazioni di sensazioni del reale, à la 4-stagioni-di-vivaldi, in forma di dilatati notturni (o diurni, se preferite). Composizioni in cui certe lezioni di sapienti cellisti più anziani – Ernst Reijseger, per esempio –  si incrociano, in modo originale, con quelle di una ambient acustica ben stagionata.

Leonard Cohen – You Want It Darker
label: Columbia / Sony Music


Roger Goula – Overview Effect
label: Cognitive Shift Recordings

Album di esordio sia del compositore che della etichetta che lo pubblica (la quale però non parte senza background, poiché intrapresa discografica di editore specializzato in musica per film e media vari). Roger Goula, forte di solida formazione, realizza e fa realizzare che certe sollecitazioni degli anni ’70 del secolo scorso (specie tedesche: Florian Fricke, giusto per fare un bel nome) hanno trovato una strada verso orecchie non necessariamente autoreferenziali, grazie anche a un uso consapevole dei mezzi fonografici attuali, e complici alcuni esiti del minimalismo U.S.A. e dei suoi post in Gran Bretagna. Piaccia o non piaccia, in giro la chiamano “Modern Classical”, questo album di debutto ne è un buon esempio, e il Muro di Berlino è caduto da un bel po’.

Bruxa Maria – Human Condition
label: Extreme Ultimate

Noise-Rock, Post-Hardcore, Industrial, Sludge… Chissenefrega di come si chiama ‘sta robba! Qui c’è una ragazza a Londra, che conosce le sue tradizioni musicali di formazione e che è consapevole, sensibilmente, di vivere in un mondo che versa in condizioni a dir poco imbarazzanti, e allora imbraccia matita e chitarra, diventa Bruxa Maria, fa più rumore del rumore tutt’attorno, e lo fa bene. Preoccupante? Disturbante? Fastidioso? Opprimente? Sì, molte cose del mondo attuale lo sono, mentre questo album, e questa ragazza, sono semplicemente, nuovamente, finalmente Punk!

Jóhann Jóhannsson – Arrival
label: Deutsche Grammophon (Universal Music)

Il film dalla cui colonna sonora questo album è tratto non l’ho visto, ma le musiche di Jóhann Jóhannsson, collega islandese di lunga gavetta, sono perfettamente in grado di reggersi anche come opera autonoma: quando robbe del genere, senza perdere (troppo) smalto giovanile, arrivano a una diffusione ampia e alla produzione con molti soldi, è bene tendere le orecchie, e godersi l’ascolto.

The Claypool Lennon Delirium – The Monolith of Phobos
label: ATO Records

Quando hai quella urgenza che ogni tanto se non ti prende è un problema, quella necessità di fresca classicità rock, rivolgiti a questo album di ‘sti due lucidissimi e ironici matti: andrai sul sicuro. Serio come solo sa esserlo un bambino che gioca.