Nel “presente” artistico immaginare, a un passo dalla fine

« Gli elementi che – in mancanza di migliori parole – possiamo dire “arcaizzanti” non costituiscono un ritorno del passato attraverso le tecniche del contrappunto e i modi ecclesiastici; sono invece la spia di un passato che, in certo modo, è ancora e di nuovo presente. La distinzione tra passato, presente e futuro diviene sfumata fino all’inconsistenza.
Nulla di più sbagliato che astrarre un elemento “arcaizzante” negli ultimi quartetti di Beethoven – per esempio l’uso del “modo Lidio” – poi astrarre una caratteristica moderna – per esempio la figuralità astratta di una cellula di quattro note che li attraversa, quasi una avvisaglia del XX secolo – e porre in contrapposizione questi due elementi.
Al contrario, il “presente” artistico risulta indipendente dalle demarcazioni cronologiche tra “passato” e “futuro”.
La modernità di queste opere tarde non consiste nel fatto che essa anticiperebbe, nel passato rispetto a noi, un pezzo di futuro: in Bach, Beethoven come in Liszt è stata scoperta e riconosciuta solo dopo che il futuro che essa “anticipava” era divenuto da tempo presente. »

[da “Ludwig van Beethoven und seine Zeit” (1987), di Carl Dahlhaus. Trad.mia]

Immagine: esposizione della Fuga (visionaria, corpuscolare, e “…molto espressivo”!) che apre il Quartetto n. 14, op.131, di Ludwig van Beethoven, dalla prima edizione, Schott, 1827


La lingua batte dove il soldo duole

È buffo come molte e molti di coloro che piccatissimi reclamano “le parole [il genere, etc] non contano, valgono i dati, il merito, i fatti!”, siano poi le stesse persone che t’aggrediscono appena osservi che, per esempio, la tale o tal’altra composizione – per costoro perturbante – ha a che fare, a pieno titolo, con la (pretesa) tradizione della Musica Classica (o del Jazz, del Metal, del Prog-Rock, o di Scegli-Tu-Cosa), e quindi la loro non è datità e fattualità ma pregiudizio ideologicamente determinato.
Le stesse reazioni scateni, in costoro, appena osservi che fattualmente è Musica la tale organizzazione di suoni che accade nel tempo e nello spazio, ma, che so, installata in una galleria d’arte e non suonata in un auditorium, e quindi magari è contradditorio affermare che l’Arte è una cosa e la Musica un’altra (tranne, a quanto pare, quando conviene per i tuoi meccanismi di mercato). O ancora accade quando fai notare che il tale libro – sgradito a costoro per inconfessate ragioni ideologiche – è stricto sensu Letteratura. Di film, cosiddetti generi e distribuzione di audiovisivi (quindi controllo della ricezione, e oggi anche della produzione) non parliamo neppure. E così via.

Tosto che costoro si sentono anche solo sfiorati nei propri interessi finanziari e (spesso quindi) ideali, ecco che d’improvviso cotanti paladini di un preteso realismo fattuale divengono ultrà neoplatonici e feroci guardiani del più radicale dei nominalismi. E non importa la tanta competenza da e con cui argomenti: appena vai a toccare qualcosa che intacchi interessi economici (di mercato, di classe, di gruppo sociale), ex abrupto il tanto elogiato Merito e la tanto riverita Competenza spariscono dall’orizzonte del discorso di tutte e tutti codesti paladini di Merito e Competenza – o meglio, viene d’improvviso svelato come la valutazione di Meriti e Competenze sia da costoro considerata proprio appannaggio letteralmente esclusivo.

Appena dunque vai anche soltanto a lambire interessi di mercato, e privilegi acquisiti di posizionamento in un ambiente economico – che poi oggi, in epoca di realismo capitalista, è lo stesso che dire ambiente sociale e perfino sentimento individuale – ecco che di botto le parole diventano pesantissime e contano tantissimo.
Sì, in questi casi, d’improvviso, le parole… Contano e fan contare soldi!

Buffissimo è poi il caso specifico di quelle e quelli, tra costoro, che amano professarsi fedeli d’una fede che muove da affermazioni mica-da-poco come: “Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio” [Giovanni 1:1]. Ma vabbe’, in casi del genere mi sento un verme a fare osservazioni come questa appena fatta: è sparare sulla crocerossa.




Lo swing che fa la differenza

Sergio Fiorentino, pianista, nel suo studio.
Sergio Fiorentino, musicista col pianoforte

Quest’uomo, Sergio Fiorentino, sa cosa sono la autenticità e il rispetto interumano in musica. Regala a te stessa/o ‘sti minuti con un uomo valido che suona il pianoforte:
▶️https://www.youtube.com/watch?v=Q-hPyzJiJ7M

George Gershwin, “Preludes”. Pianista: Sergio Fiorentino.

Ci possiam fare mille seghe mentali (e di marketing…) su Jazz e Non-Jazz, su come si swinga certo Gershwin oppure no, sui tempi, i fraseggi, eccetereccetera. Poi senti uno come Fiorentino (che in Italia pare ancora un segreto troppo ben custodito) e suona i Preludi di Gershwin esattamente come li suona, e tu senti, con luminosa chiarezza interiore, che quest’uomo non fa “le cose che si fanno” perché ha esattissima cognizione delle differenze, e quindi ha un radicato, radicale, risoluto e risolto rispetto degli esseri umani e delle culture che queste differenze incarnano, abitano e realizzano. Non ci sono attacchi delle note paraculi vagamente aggressivi, nessuno sguazzare attorno al tactus con ruffianissimi allargando e stringendo, nessun sospetto lirismo individualista bianco pseudoblues.
Uomini così possono permettersi di non swingare “fuori”, nella scorza udibile, e invece di farlo “da dentro”, perché lo Swing ce l’hanno nell’anima, e sanno che immetterlo artificialmente in un testo che non necessita di tali amplificazioni è un gesto fin razzista.

Black Lives Matter e l’abbecedario

Allora, cari ciccini, questa scassata nella foto è la bottega del rivenditore Steinway a Philadelphia, con tanto di pianoforti devastati, durante il gran casìno generato dalla violenza razzista negli Stati Uniti d’America, troppo lungamente agita e lasciata proliferare, e che ora sortisce i suoi ovvi effetti in questo 2020.
Io sono bianco, maschio, abile, eterosessuale, ceto sociale piccola borghesia decadente, propriamente democratico; di mestiere faccio l’artista, specificamente (in gran parte) con la musica, ancor più nello specifico muovendo (anche) dai e nei sentieri di quella che chiamano “musica classica”.
Ebbene, pare proprio che tanta gente con le mie stesse caratteristiche civili e sociali (e altra più ricca e privilegiata ancora del tanto che lo son già io) pare proprio che ‘sta gente faccia di tutto affinché la unione di queste caratteristiche determini una sorta di “naturale” dover essere rincoglionito, stronzo, superficiale, moscio, opportunista, attendista, insensibile, e del tutto privo di fantasia. Però, possibilmente, tutte ‘ste cose graziose è bene dover esserlo con garbo, senza dire le parolacce, paternamente anche se sei donna, proclamando difesa dei Valori della Cultura.

Be’, sapete che c’è? C’è che a me, con tutte ‘ste caratteristiche sociali e civili mie, se vengono devastati pianoforti da rivoltosi in reazione alla violenza razzista, vien solo e istintivamente da pensare: “devo comporre una musica per pianoforte scassato, a gloria delle vittime di razzismo e in onore di chi lo combatte, quindi ora vado a rileggere la partitura del Requiem tedesco di Brahms per trarre dei materiali da lì per questo pezzo nuovo…”.
Sapete, ciccini cari, anche voi potete avere un pochino di sensibilità e perfino, che strano!, di fantasia.
Per “sensibilità” intendo quella interumana, quella robba stramba, quella che il debito finanziario e le ganasce strette da pochi stronzi (e tanti loro complici) sulle nostre palle riescono a inibire con sempre maggiore facilità, quasi fosse naturale essere innaturali.
Sì, quella robetta per cui riesci, spontaneamente e in prima battuta, a leggere e pensare che ogni singola vita umana vale più di un pianoforte.

Della fantasia, poi, in effetti meglio non dirvi neppure: non si può mica pretendere da sì colti analfabeti degli affetti che scrivano la Divina Commedia senza che abbiano (re)imparato almeno l’abbecedario.

P.S. Lo so, non te ne sei accorto granché che ho scritto “gran casìno generato dalla violenza razzista“, o più probabilmente te ne sei accorto ma l’hai subito cancellato. Ti da fastidio la verità di questa frase, vero?