Invito a disertare

Questa fretta, questa frenesia, c’è chi la regge e c’è chi no.
Smettetela con questa fretta.

Tutti, tutte, chiunque di noi muore a stento, ma solo alcuni,
più o meno a stento,
sopravvivono.
C’è chi rinasce, chi può farlo. E tra questi, i sopravviventi,
c’è chi sa e può rinascere meglio,
chi peggio.

C’è però chi proprio non rinasce: non riesce, non può.
E questi non sono (solo) quelli che chiami “i deboli” nel tentativo di
fuggire all’orrore di te pensandoti
tra i giusti con qualche compromesso.
Tra chi a rinascere non riesce, non può, posso esserci anche io,
ci sei anche tu.
E sai che sto dicendo il vero.

Sì, c’è chi “ho paura“, “non mi sta bene“, o sia pure il più basilare
no“,
c’è chi non è in grado di dirlo.
Non è in grado perché a un certo punto l’isolamento interiore – che è
pandemico da ben prima della pandemia – questo va a risonare con
un oggettivo isolamento civile e sociale che smembra:
i corpi
i fiori
il pane
le dita di Clara Josephine Wieck in Schumann
le api e
i ghiacciai
le erbe d’Ildegarda di Bingen e
i sogni dei geografi incolpevoli
i dodici regni di Sundjata
le rose in dono a Fleming e
il quarto movimento della nona sinfonia di Beethoven
l’amore luminoso di Caravaggio l’oscuro
Manden Kurufa
Pittore in Africa e
i corpuscoli nel sangue di mia sorella
a Lesbo, e insomma
tutto quel che fu.

O c’è anche chi non può dire
“ho paura”, “no”, perché – qual che sia la propria condizione
civile, economica e sociale –
il rintocco sordo dell’isolamento a volte, oggi molto spesso, è
soverchiante già di per sé, e gli stratagemmi
a un certo punto finiscono,
usati talmente tante volte da essere sempre più spuntati e poi del tutto
inservibili. Nella fretta,
questa fretta qui d’adesso tutt’intorno a noi.

I primi – quelli in cui isolamento interiore e civile vanno in risonanza ed è finita –
questi sono:
i poveri
gli ultimi e i secondi
i migranti
la gran parte dei carcerati
molti vecchi e
adolescenti tanti;
e chi è diverso – a qualsivoglia titolo – in un mondo che brama ed esige soltanto
il somigliante,
l’Uguaglianza;
e ancora i cittadini che si abitano senza nulla poter contare
solo soldi potendo far contare
ad altri come me.
Per esempio: i corpi fantasma che nascono in Italia e, pur corpi,
non hanno la mia cittadinanza.

Sì, “uguaglianza“. Anche nel senso della borghese
Égalité, proprio quella lì.
Un principio che,
magnificato astratto fino a soffocare il resto,
è arma:
di omicidio-suicidio di massa.
Suicidio-omicidio ch’è stillicidio. Un’arma
in mano tua
e mia: click! Silenzio.

La guerra è già qui. Chi ci salverà?
Può ancora salvarci il soldato che la guerra rifiuterà?

Non soltanto non tutti siam Dante, ma
fuor dai sogni drenati in borsa valori, è evidente che:
nessuno di noi, oggi, può più esserlo. Dante.
Pertanto ad un certo momento, a non riuscire a riveder le stelle puoi essere anche
tu.
In quel momento non vorrai che qualcuno ti metta fretta,
in quel momento non sentirai voci di bontà,
non avrai quasi più nessuna gioia,
e in quel momento, anche, non vorrai
che qualcuno voglia dirsi uguale a te.

Sì, in quel momento a non riuscire a riveder le stelle sarai
tu: perché in questa guerra è previsto che sopravviva
solo chi comanda,
ed è vana questa tua ambizione triste. Questa qui:
l’ambizione d’essere tu un giorno chi comanda.
Chi comanda è oggi
solo e soltanto chi comandava già,
chi comandava già prima che la guerra fosse qui.
Non c’è posto per te dunque, tra i comandanti.

C’è però, sì, ancora spazio tra i disertori.
Chi diserta ricorda ancora
qualche melodietta bambina su cui danzare:
insieme,
qui e ora. Tra i disertori pure c’è
chi è più fortunato,
chi meno, ma la legge della diserzione
– è legge danzata, e scritta con mestruo con sperma,
non filigrana d’algoritmo dal parlamento azionario dei ricchi –
la legge della diserzione, questa legge
dice che:
il disertore più fortunato impari i passi della danza
da quello meno fortunato, e in cambio
parli
per i disertori muti,
danzi
per i disertori sciancati,
gesticoli con chi intenda i gesti,
ascolti chi canta anche soltanto muovendo il sopracciglio;
non voglia che parli chi non può parlare
non neghi la parola a chi parlare può.
C’è spazio, sì, tra i disertori,
perché chi diserta – e non siamo pochi, né poche, né pochə, poch*, pochx o come ci pare –
chi diserta ancora ricorda
insieme, in barba agl’azionisti al codice binario,
chi diserta ricorda
senza fretta
tutto ciò che sarà.


A Seid Sivin, a Moussa Balde, a chi è nei CPR, a chi pur essendo vien detto: “non sei!”. A chi vede il futuro e quindi passa i monti e i mari, a chi vede il futuro e non li passa, alle mie amiche e amici suicidi, uccisi da me e da te: troppe, troppi. Alle mie colleghe e colleghi musici, spesso in formazione ancora, che non reggono l’esplodere frenetico colto cortese del merito, del valore, dei loro simili nel tempo resi fantasmi persecutori. A chi non è uguale. A me stesso.


Le indomabili diversità

Studiare e poi fare le musiche, e, dopo averle fatte, interrogarle. A volte il passaggio tra questi tre momenti è così veloce che la sequenza sembra svanire e i tre momenti confondersi o coincidere tra loro. Faccio così da decenni ormai. Un esercizio ch’è quotidianità.

Più spesso le musiche hanno sostanza sonora in primo piano, cioè hanno le caratteristiche di ciò che più comunemente oggi chiamiamo “musica”. A volte tale sostanza è in secondo o terzo piano, meno o nient’affatto riconoscibile all’occhio del mercante, e allora si tratta di parole, o di linee e campi visivi, di pietra, legno o di pagliuzze d’oro, di odori o sensazioni tattili, o ancora di immagini visive su una pellicola cinematografica, di luci, di movimenti dei corpi, o di ogni altra materia e combinazione (composizione) possibile. Per questo uso il plurale: le musiche.
Del resto, le Muse son tante e vivono in consesso; non risulta che ce ne sia una singola specificamente esperta in quella che oggi identifichiamo come “musica”. La specializzazione delle arti (che non è la stessa cosa delle competenze nel fare le arti) è cioè una moderna perversione, elaborata, promossa e difesa solo da chi – ne sia consapevole o meno – vuole avere o mantenere una qualche forma di controllo e potere sull’umanità: è fondamentale, per meglio imperare, dividere le Sorelle tra loro, separare le Muse, isolarle: una per una, sfruttata o strapagata, in qualche filanda clandestina o dorata, al servizio di qualche padrone, violentemente benevolo o esplicito schiavista che sia.

Interrogo le musiche non certo per tensione intellettuale, astrattamente razionale, non per dottrina, velleità di teoria o capriccio sapienziale. Mi è semplicemente connaturato farlo, non so bene per quale motivo (probabilmente ha molto a che fare, nel modo specifico in cui lo faccio, con la conformazione del mio sistema nervoso).
Studiare le musiche, farle e interrogarle, insomma, come umanamente naturale stare al mondo. Insieme nell’amante solitudine; fallendo ogni volta un po’ meglio, e anche provando ad assumermi le mie responsabilità di essere umano e civile, per e con chiunque, ma in specie per e nei confronti di chi ha meno privilegi di me, e per e nei confronti di chi ci sarà.

Esisto e cerco di vivere così, per i miei parametri personali piuttosto maldestro e compromesso. Studiare le musiche, farle e interrogarle. È semplicemente questo che mi fornisce la gran parte degli strumenti di comprensione, di empatia, di amor proprio e altrui, di visione sistemica e complessa, e di intuizione (cioè un andirivieni fluttuante di processi deduttivi e induttivi molto veloci), cose che alcune persone a volte trovano inquietanti, “anormali”, “incomprensibili”, “da immaturo”, “da viziato”, “fuori misura”, “da arrogante”, “ambigue”, “anomale”, “da idealista”, perfino violente o comunque variamente disturbanti, perturbanti o fastidiose. Cose che invece sono, semplicemente, fisiologiche, in trasformazione continua, e soprattutto, in vario modo e grado, comuni per natura a qualsiasi individuo della nostra specie, al di là e al di qua di ogni possibile cinico abilismo, pornografico pietismo o surrettiziamente violento inclusivismo, e prima d’ogni catastrofe indotta contro natura, individuale o collettiva.

In pratica e in sintesi, il mio stare al mondo – a partire dal mio corpo – ha la sua lettura e azione nelle musiche: nelle loro prassi, nelle loro fisiologia, percezione e ricezione, nel loro esercizio, nei loro processi e metodi. Ciò accade per fisiologia, e per successivo allenamento e cura della stessa, nei rapporti interumani. Chiunque sia “io”. È tutto così concreto e semplice, naturale: davvero tutto qui.

Per fare un esempio di molto agevole comprensione: l’osservazione oggettiva del fatto che ci sono tanti stili quanti sono gli esseri umani nel tempo e nello spazio, e che anche in e da un singolo individuo nel tempo gli stili vanno cambiando, pur a partire da elementi di base ridicolmente semplici, ciò mi ricorda e mi conferma che il focus principale va posto sul come, non tanto sul cosa, e che il cosa va interrogato quasi solo come manifestazione, epifenomeno ed espressione, nel dove e nel quando, di un come e di un perché. Inoltre: niente di tutto ciò è meccanicamente determinabile o algoritmicamente riducibile in un codice binario, perché ci sarà sempre uno scarto, sia pure minimo, una sfumatura che oggettivamente disvela, – all’ascolto attivo, partecipe e informato – la irriducibile diversità di un esito da ogni altro.
La irriducibile e indomabile diversità di un essere umano da ogni altro.
Le indomabili, irriducibili, interconnesse armoniche diversità di chiunque con chiunque, di tutto con tutto.


Immaginare

Davvero poche cose degli umani nella nostra cultura attuale, oggi, mi commuovono (peraltro un paio di queste a molti invece fanno schiumare di rabbia). Qui una di queste poche:

Lungo un anno di assenza fisica del collettivo potenziale, un essere umano adulto e altri esseri umani più giovani, al loro primo anno di formazione, si figurano l’incontro dei loro corpi, ci lavorano sù, lo affinano, e infine lo realizzano, cioè lo rendono reale e perciò condiviso. È incontro che fa collettivo e che, essendo musica, diviene immediata premessa per altro ulteriore immaginare.

Sì, “immaginare”. Questa cosa qui si chiama “immaginazione”, non è quella minchiatella che chiamate “resilienza”, vittime (perlopiù inconsapevoli) d’un virilissimo superomismo prestazionale capitalista.
Si immagina, insieme (anche quando si è da soli: quella dell’immaginazione è una solitudine molto affollata…), codificando con segni che possono poi essere decodificati e ricodificati anche da altre persone, in diverse forme e a diversi livelli. E – che se ne sia consapevoli o no – lo si fa al fine di creare una cosa futura che diventa poi attuale.

È facoltà specifica – in queste forme – di noi esseri umani. E vale N ordini di grandezza in più di mille e mille e mille sapienze intellettuali astratte (oggi buone, al più, per contribuire alla deforestazione, stampando inutili libri e giornali, e al riscaldamento degli oceani e scioglimento dei ghiacciai, immettendo dati superflui nei giganteschi server dell’Internet commerciale).

E, sì, ora, dall’alte vette del tuo rancido disperato cinismo, ora commiserami e sfottimi pure per quanto sto per dirti: questa immaginazione è una cosa in grado, se compresa e concretamente ben usata, di determinare trasformazioni, ri-creazioni e cambi di rotta collettivi, anche di grande portata. Alla faccia dello stipendio che ti ricatta, del compenso (iniquo in gran parte) per il quale ti mortifichi, della produttività e dei profitti (peraltro altrui in grandissima parte) per i quali ti batti e ti consumi.

Grazie e un abbraccio a Nino Errera e alle e ai giovanissimi colleghi musici dello I.C. “Sturzo-Asta” di Marsala, in Sicilia: esseri umani che immaginano.


Per chi e quindi perché? Di conseguenza: come? Dove e verso dove?

Carla Fracci, in una foto d’archivio del 23 marzo 1977 durante la trasmissione “Milleluci”

« Volevo che questo mio lavoro non fosse d’élite, relegato alle scatole d’oro dei teatri d’opera. […] A me piaceva così, e il pubblico mi ha sempre ripagato »
Carolina “Carla” Fracci (1936-2021)

« Uno dei grandi insegnamenti di mia madre è stato quello di mettere in primo piano i rapporti umani »
Francesco Menegatti, figlio di Carla Fracci.
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E tu, collega artista, adesso, nel trionfo euforico della “ripresa” “post-COVID”, tu per chi e (quindi) perché fai quel che ti (ri)affanni a fare? E, di conseguenza, come lo stai facendo? Dove e soprattutto verso dove?
A che pro? È davvero così? Ne sei proprio sicura? Ne sei proprio sicuro? Ma proprio sicurasicurosicuri..?

So benissimo che tante e tanti tra noi stanno provando disagio. E so che questo disagio lo stiamo nascondendo e sopprimendo: una volta ancora, e ancora, e ancora. Lo so con certezza sensibile, fisico-corporea: io ti sento, ti immagino e sogno, e quindi ti so (questo è ciò che ti repelle, e allo stesso tempo ti attrae, quando ti ritrovi, senza sapere esattamente perché, a collaborare con me). E poiché è vano il volo senza piedi per terra, il tuo disagio so, anche, perché ricevo tante e tante testimonianze private. Alcune di queste testimonianze le provoco io, e basta davvero poco, basta ch’io accenni all’argomento e s’aprono le paratie. Altre non ho neppure bisogno di provocarle. E, tutte queste testimonianze, sono esplicite, dirette, argomentate, e molte perfino parecchio lucide.

E allora, davvero, sul serio: per chi e quindi perché? Di conseguenza: come? Dove e verso dove?

So che non vuoi sentirti dire queste cose in pubblico. So che fai di tutto affinché ciò resti argomento di conversazione soltanto privata (privata del collettivo..?). So che sempre speri che spunti un “Ezio Bosso”, una “Carla Fracci”, un “Franco Scaldati”, un “Franco Battiato”, un “Bruno Maderna”, una o un “Sceglituchi” a dirle, queste cose, per poterle approvare (o violentemente contrastare, o cancellare dal tuo orizzonte mentale, che è l’approvare allo specchio), per poter poi tornare in serenità a non rispondere.
Le so benissimo tutte queste cose.
So quindi che ti sto risultando molto fastidioso, in questo momento. E so che stai anche provando mentalmente a neutralizzare la tua immagine di me (con aggressività o, più probabilmente, in forma d’intenerimento cinico e diagnosticante, intenerimento ora desolato e con una punta di commiserazione, ora supponente e con una punta di sarcasmo). Provi a neutralizzare la tua immagine di me per neutralizzare il discorso.

Pure, me o non me (che peraltro a me non importa, e questo ti fa perfino stizzire), me o non me le domande, sempre quelle, restano: per chi e quindi perché? Di conseguenza: come? Dove e verso dove?

Ne sei sicuro? O sei sicario?

Io te lo ribadisco, anche se continui a non volerci credere: non sei sola, non sei solo.


Dopotutto, anch’io partecipavo…

« Un leggero tintinnio alle mie spalle mi fece volgere la testa. Sei negri avanzavano in fila, procedendo faticosamente su per il sentiero. Camminavano eretti e lenti, portando in bilico sulla testa piccoli cesti pieni di terra, ed il tintinnio aveva il ritmo dei loro passi. Intorno ai loro fianchi erano avvolti stracci neri le cui corte estremità ondeggiavano dietro come delle code. Si potevano contare loro le costole, le giunture degli arti erano simili a dei nodi in una corda; ciascuno portava un collare di ferro, ed erano tutti collegati da una catena i cui anelli ondeggiavano tra di loro, tintinnando ritmicamente.
Un altro scoppio dalla scogliera mi fece ricordare improvvisamente la nave da guerra che avevo visto sparare contro un continente. Era lo stesso genere di voce sinistra; ma neanche con uno sforzo di immaginazione, quegli uomini potevano essere definiti nemici. Erano chiamati criminali, e la legge violata, come le granate che esplodevano, era piombata loro addosso, come un imperscrutabile mistero dal mare.
I loro scarni toraci ansimavano insieme, le narici violentemente dilatate vibravano, gli occhi fissavano ostinatamente la collina. Mi passarono accanto a pochi centimetri, senza uno sguardo, con quell’assoluta, cadaverica impassibilità che hanno i selvaggi disperati.
Dietro quel materiale ancora grezzo marciava sconsolato uno dei redenti, il prodotto delle nuove forze al lavoro, tenendo il fucile a metà dell’arma. Indossava una giacca di uniforme cui mancava un bottone, e scorgendo un bianco sul sentiero, portò sollecitamente il fucile sulla spalla. Quello era solo un gesto di prudenza, perché i bianchi sembrano da lontano talmente simili che non poteva indovinare chi potessi essere. Si rassicurò subito, e con un largo, bianco, canagliesco sogghigno, e un’occhiata ai sorvegliati, parve mettermi a parte della sua magnificata responsabilità. Dopo tutto, anch’io partecipavo alla grande causa di quelle nobili e giuste imprese. »


Joseph Conrad, da “Cuore di tenebra” (1899)


Sacrificio

Poche cose sono micidiali, nella nostra epoca, come la retorica del “sacrificio”.

Nelle codifiche religiose precristiane – poi in parte assunte e risignificate in epoca cristiana – la parola “sacrificio” stava per “fare il sacro” (latino: sacrum facĕre, da cui săcrĭfĭcĭum ). In antico il Sacro (lat.: sacer, sacră, sacrum) indicava tutto ciò che era radicalmente Altro rispetto al Pubblicum, la collettività formalizzata, e quindi – nell’intendimento degli antichi – era a questa opposto e, proprio per tale oppositività, ineluttabilmente complementare. Infatti si facevano i riti, e dunque i sacrifici, proprio per ri-armonizzare all’occorrenza Sacro e Pubblico, alterità e normalità, oppure per prevenirne e scongiurarne la dissociazione, che era percepita come sbagliata: “contro natura”, diremmo noi.

A noi moderni questa logica (“antitetico quindi coeso”) sembra ossimorica, assurda, onirica – per i più zombieficati fin provocatoria – ma per gli umani antichi di molte culture (incluse quelle italiche) era perfettamente coerente e naturale, tant’è che in varie lingue antiche si trovano molte parole con duplice significato antitetico, che solo successivamente, nel corso dell’evoluzione linguistica, si sono scomposte in due distinti termini; per esempio – osserva il glottologo tedesco Karl Abel già nel 1884 – nei geroglifici egizi la più antica parola ken (che significa sia “forte” che “debole”), si sdoppia in seguito nelle distinte parole ken (“forte”) e kan (“debole”). Gli strati più antichi delle lingue sono pieni di casi come questo. Oggi quasi la sola musica, se fatta prima e oltre un qualsivoglia mercato, custodisce il codice di questo stadio aurorale dell’intendimento umano, il sacro.

Man mano che poi ci si è avvicinati allo stato attuale della civiltà, le parole si sono andate viavia specializzando, cioè a ciascun concetto si è progressivamente associata una singola parola, dal significato il più possibile univoco.
Ciò è andato a favore di una chiarezza razionale tra i parlanti moderni, ma in questo modo abbiamo anche perduto (e oggi pericolosamente!) l’esercizio della comprensione dell’interdipendenza tra le cose del mondo, e con essa la capacità di pensare da svegli con la stessa forma di pensiero umano caratteristica del sogno, della musica e dell’utopia positiva, cioè l’analogia, l’ossimoro pacificato, l’armonia, la sintesi degli opposti, la coesistenza delle differenze – e qualcuno, più stronzo e sacrilego di altri, su questa perdita ci ha fatto e ci fa parecchi soldi sopra, spargendo sangue e sofferenze assortite… Ma questo è un altro discorso (oppure no?).
Come che sia, quando ancora, giustamente, ritenevamo naturale la convivenza delle differenze, “fare il Sacro”, cioè appunto il sacrificio, era celebrare l’Altro in collettività nel rito, evocare ciò che valica la norma, che supera la normalità, per armonizzare ordinario e straordinario, maggioranze e minoranze, umano e divino.

Dicevamo, ad avvio del nostro discorso, della pericolosità dell’attuale retorica del “sacrificio”.
Dico ora ‘retorica’ nel suo significato deteriore, perché “sacrificio” è oggi parola non solo svuotata del suo senso, sganciata dalla sua cosa, ma anche fatta divenire di senso del tutto ribaltato: da “fare il sacro” a “distruggere il sacro usando la sua immagine astratta”.
Ciò che intendiamo oggi per “sacrificio” è infatti slegato dai riti, cioè dalla collettività: è un atto individuale. Anche quando, nel discorso pubblico, ci si rivolge non a un individuo ma a un gruppo di persone chiedendo di “sacrificarsi”, di “fare dei sacrifici”, ci si riferisce alla immagine di una massa, non già a quella di collettività come rete dialettica di individui; cioè in fondo ci si rivolge a un individuo indistinto, l’individuo-massa. Di solito è infatti così che la parola “sacrificio” è usata e pronunciata – vera e propria arma – dai leader politici fascisti (“sacrificarsi per la patria”), liberisti (“sacrifici per il pareggio di bilancio dello Stato”), eccetera, nonché dai capitalisti e dai loro sgherri, nelle imprese sia private che oggi anche pseudopubbliche, quando parlano ai sottoposti al ricatto dello stipendio (“sacrificarsi per l’azienda / la scuola / l’ospedale / i clienti, etc”).

Quella su “sacrificio” (“sacrificarsi”, “sacrificare”, etc) è dunque una retorica insidiosissima, perché – usando il Sacro svuotato – si insedia viscidamente nell’animo di ognuna e ognuno di noi mascherata da virtù individuale, così facendoci (egoisticamente) sentir meglio con noi stesse/i, inclusi nella cosiddetta normalità. Il pennino assassino di questa retorica ci eroifica dentro un’epica mistificatissima e fasulla, a uso e consumo di chi detiene un qualsiasi tipo di controllo sociale e/o economico, da quello di un individuo su un altro in una coppia, a quello di una maggioranza (o di una minoranza violenta) su una o più minoranze, fino a quello su intere popolazioni. Non a caso è tra l’altro una delle leve più potenti e surrettiziamente violente che si sono usate e s’usano contro le donne, o contro il femminile in genere (anche quello negli uomini e in chiunque). Questa retorica è uno dei sintomi (e delle cause) più evidenti, a volerli leggere, della pericolosità, per noi esseri umani di oggi, della polarizzazione oppositiva, disarmonizzante, binaria, digitale.
Il “sacrificio”, inteso com’è oggi, è uno dei più efferati, sottili e pericolosi attacchi al sacro in tutte e tutti noi. E – come osserviamo nelle cronache ogni santo giorno – é letteralmente micidiale: cioè che uccide esseri umani.

Tu, adesso, per chi o cosa ti stai sacrificando? Perché?






La lingua batte dove il soldo duole

È buffo come molte e molti di coloro che piccatissimi reclamano “le parole [il genere, etc] non contano, valgono i dati, il merito, i fatti!”, siano poi le stesse persone che t’aggrediscono appena osservi che, per esempio, la tale o tal’altra composizione – per costoro perturbante – ha a che fare, a pieno titolo, con la (pretesa) tradizione della Musica Classica (o del Jazz, del Metal, del Prog-Rock, o di Scegli-Tu-Cosa), e quindi la loro non è datità e fattualità ma pregiudizio ideologicamente determinato.
Le stesse reazioni scateni, in costoro, appena osservi che fattualmente è Musica la tale organizzazione di suoni che accade nel tempo e nello spazio, ma, che so, installata in una galleria d’arte e non suonata in un auditorium, e quindi magari è contradditorio affermare che l’Arte è una cosa e la Musica un’altra (tranne, a quanto pare, quando conviene per i tuoi meccanismi di mercato). O ancora accade quando fai notare che il tale libro – sgradito a costoro per inconfessate ragioni ideologiche – è stricto sensu Letteratura. Di film, cosiddetti generi e distribuzione di audiovisivi (quindi controllo della ricezione, e oggi anche della produzione) non parliamo neppure. E così via.

Tosto che costoro si sentono anche solo sfiorati nei propri interessi finanziari e (spesso quindi) ideali, ecco che d’improvviso cotanti paladini di un preteso realismo fattuale divengono ultrà neoplatonici e feroci guardiani del più radicale dei nominalismi. E non importa la tanta competenza da e con cui argomenti: appena vai a toccare qualcosa che intacchi interessi economici (di mercato, di classe, di gruppo sociale), ex abrupto il tanto elogiato Merito e la tanto riverita Competenza spariscono dall’orizzonte del discorso di tutte e tutti codesti paladini di Merito e Competenza – o meglio, viene d’improvviso svelato come la valutazione di Meriti e Competenze sia da costoro considerata proprio appannaggio letteralmente esclusivo.

Appena dunque vai anche soltanto a lambire interessi di mercato, e privilegi acquisiti di posizionamento in un ambiente economico – che poi oggi, in epoca di realismo capitalista, è lo stesso che dire ambiente sociale e perfino sentimento individuale – ecco che di botto le parole diventano pesantissime e contano tantissimo.
Sì, in questi casi, d’improvviso, le parole… Contano e fan contare soldi!

Buffissimo è poi il caso specifico di quelle e quelli, tra costoro, che amano professarsi fedeli d’una fede che muove da affermazioni mica-da-poco come: “Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio” [Giovanni 1:1]. Ma vabbe’, in casi del genere mi sento un verme a fare osservazioni come questa appena fatta: è sparare sulla crocerossa.




Elogio del Mistero, o sia dell’incomprensione

Spesso chi sta guerrescamente trincerato dietro la famosa “sindrome dell’incompreso” (uguale e contraria a quella che affligge chi ha capito tutto), costei/costui è poco più, o poco meno, di una vittima (del) sociale che non riesce o non può andare oltre una propria rabbia incistita. Così la comprime, questa rabbia, la assume come proprio tratto identitario, e la sfoga e nutre lasciandosi agire da essa – in tanti diversi modi e con tante diverse sfumature – nella propria immagine pubblica e nei suoi comportamenti relazionali.
Lo fa in forme depressive, ora autolesionistiche ora euforiche e variamente esplosive; oppure lo fa in forme aggressive, razionali, e diventa un cinico arrivista, e narcisista, sotto le mentite spoglie (mentite anzitutto a se stesso/a) di vittima: un mascheramento piuttosto efficace perché ha basi solide nella verità originaria delle cause della propria condizione. Il maschio eroismo della fu vittima.

Questi tipi umani non mi spaventano, e sono perfino, entro certe soglie, recuperabili all’umano, di cui conservano qualche scintilla nella maggioranza dei casi. A volte bisogna stare guardinghi, tenersi pronte e pronti a scartare di lato all’improvviso, o imparare ad agire una sorta di indifferenza per proteggere se stessi, se e quando occorra, ma al netto di questi accorgimenti, tutto sommato, costoro non costituiscono un gravissimo problema di patologia della civiltà (al più costituiscono una palla al piede, una noia o un pericolo individuale per chi si convinca di doverli “salvare” a ogni costo, o per chi, ingenuamente o in temporanea mancanza di meglio, li individui come possibili alleati).

L’unico danno serio che costoro possono procurare – sorta di effetto collaterale della loro condizione – è che si rischia che facilmente diventino complici, spesso inconsapevoli, delle attuali evolute evolventi declinazioni dei fascisti, e quindi anche degli adepti del capitalismo d’oggi – specialmente nel gran guazzabuglio sociologistico in cui siamo immersi fino al collo tutte e tutti proprio in questo momento.
No, queste e questi non sono carnefici, o, se e quando lo dovessero diventare, lo sono, grossomodo, nella forma in cui storicamente lo furono “i volenterosi carnefici di Hitler” (cioè in estrema sintesi molti “tedeschi qualsiasi”), ben inquadrati nel bel libro di Goldhagen che reca questo titolo. Qualcosa cioè sì di pericoloso, ma oggi riconoscibile e noto, e perciò, almeno in potenza, contrastabile.

Gli incompresi dunque non fanno mai davvero paura. Anzi, saranno probabilmente tra le e i pochi a tessere o ritessere la civiltà – nei più neri periodi che ci attendono – quelle e quelli tra gli incompresi che trovino la forza e la sapienza di riandare all’origine del proprio disagio, lo sbugiardino, e quindi, a seguire, riescano ad assumere l’essere incompresi come virtù, cioè divengano letteralmente incompresi perché non compresi nel e dal blob sociale malato, individualista-di-massa e anticollettivo; e ancor meglio se, con sapienza e forza perfino maggiori, riescano a ritrovare calma visionaria e appassionata lucidità a un punto tale da risultare impermeabili alla comprensione, cioè letteralmente e finalmente incomprensibili.

Fanno quindi (molta) più paura, ben a ragione – e fanno molto più danno, oggi, e direttamente – tutte e tutti quelli che, se n’avvedano o meno, vengono compresi, e che alla comprensione totalizzante e alla comprensibilità ambiscono sopra ogni cosa.






La spada, la pace e un bicchiere d’acqua fresca

« Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada ». [Matteo, 10:34]

Premessa importante: in questo momento Matteo sta riferendo un discorso fatto da Gesù mentre era coi suoi apostoli per cazzi loro, allertandoli sul fatto che saranno assicutàti, perseguitati, dai potenti di turno. Non è quindi un discorso pubblico come poco prima il famoso “Discorso della montagna” (per capirci: quello che inizia con “le beatitudini”), che invece è (abilmente, caspita!) fatto a una massa. ‘Sto qui era uno che (anche) di comunicazione ne capiva proprio assai: di fatto uno dei più grandi comunicatori della storia delle civiltà umane. Credo che il motivo sia nel fatto che era uno sensibile, empatico, intelligente, e con una visione, non uno a cazzo di cane, in balia di tendenze varie e privilegi, che miagolava nel buio a ogni bagliore casuale. Infatti selezionava e pesava ogni singola parola che diceva, in base a:
– il contesto in cui parlava
– le persone cui parlava
– la intenzione con cui parlava.
Le tre cose insieme, non una per volta o quella che gli conveniva sul momento: tutte e tre insieme. E infatti non risulta che abbia mai blaterato vittimisticamente di “ironia”, “comicità”, “satira” o “libertà di espressione”, anche perché lui su chi e come si sia o non si sia vittima, ecco, su questo pare sia stato uno dei più grandi specialisti della storia.

Dunque, ‘sta cosetta di no pace sì spada, che dice agli apostoli, è centrale, cardinale. ‘Sta faccenda cioè che in pratica chi come lui agisce attivamente per un cambiamento non di facciata è gran scassacazzi combattente, e non c’è altra possibilità che scassare malissimo lo status quo. Subito dopo [Mt, 10:35-36] infatti specifica: “Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua“. E poco prima [Mt, 10:26] aveva premesso: “Il fratello darà il fratello a morte, e il padre il figlio; i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire“. Così proprio dice, a scanso di equivoci, ché sulle faccende di metodo, intenzione e conseguenze della trasformazione dello status quo è meglio esser chiari.

Ora, però, ‘sta cosa centrale di no pace si spada non vuol dire: “avanti! Prendi la prima lama che ti capita di avere attorno, senza aver prima capito una beata minchia, e mettiti a tagliare a-cazzo-di-cane come ti pare e ti conviene!“. Anzitutto non dice questo perché sennò… Avrebbe detto questo! Infatti, come già abbiamo notato prima, era uno che quando parlava tendeva a essere molto pillicùsu, esattissimo.
Infatti all’inizio del discorso dice [Mt, 10:16], a premessa di metodo: “vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe“. E subito dopo aver detto questo, illustra l’analisi della situazione, con precisione, dicendo agli apostoli quali sono le carte in tavola, chi tiene il banco, e come si comporterà con loro chi tiene il banco per non essere spodestato. E specifica pure [Mt, 10:28] di non farsi infettare la propria identità e il pensiero, che, nell’azione in questo mondo, è corpo e anima insieme: “non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna“.
(Il riferimento alla Geenna è una cosa precisa -. il culto di Moloch, le uccisioni rituali di bambini piccoli, etc – e tutto ciò ha dei sottotesti e una o più cornici, ma ovviamente non sto facendo un discorso teologico).

Ora, una cosa che io trovo esattissima e superbella è come conclude ‘sto discorso agli apostoli, proprio la frase conclusiva del discorso [Mt, 10:41-42], che è un’apertura alla possibilità-coraggio-responsabilità-opportunità, per chiunque lo voglia, di almeno non rompere il cazzo a chi cerca di assumersi – con cognizione di causa, competenza, coerenza e metodo – la trasformazione dello status quo:

« Chi riceve un profeta come profeta, riceverà premio di profeta; e chi riceve un giusto come giusto, riceverà premio di giusto. E chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è un mio discepolo, io vi dico in verità che non perderà affatto il suo premio ».

Che fa’, ciccine e ciccini miei cari, magari lo versiamo ‘sto bicchiere d’acqua? Lo so che si vuole privatizzare pure l’acqua e quindi tendete a essere tirchi ed egoisti pure sull’offrire un miserello e facilissimo bicchiere d’acqua a uno di questi piccoli, ma, insomma, almeno questo, oh..! Diabole et Domine (cioè: diamine!).









Tutt’altra sostanza

Non concepisco più compiuta realizzazione personale, individuale, di quella fatta insieme. Il concetto di “vittoria individuale”, e tutta la maschia epica fasulla del rampantismo, dei “vincitori”, del “successo”, queste sono cose la cui pericolosità è conclamata.
Voglio dire: non so se ci siamo accorti che anche a causa di queste attitudini siamo nel bel mezzo di una pandemia, nel quadro di una catastrofe climatica clamorosa e in uno stato della democrazia sostanzialmente pre-fascista…

La musica, invece, fatta insieme, da esseri umani prima e oltre il mercato anche se in un mercato ci stanno con serietà, ecco, questa musica ha tutt’altra sostanza. E si sente.