Davide Shorty – “Straniero” (io odio il Soul in italiano!)

Ho appena ascoltato “Straniero”, l’album di debutto in italiano di Davide Shorty. Lo trovate, da oggi 22 febbraio per 24 ore, in anteprima streaming integrale gratuita su Rockit. Sono sempre (molto) sospettoso nei confronti del Soul e sue diramazioni e sviluppi cantati in lingua italiana, per varie e articolate ragioni, che a me paiono buone ma che – qualora interessino a qualcuno – non si possono certo argomentare in due parole.
Questo lavoro invece mi piace.
Superfluo sottolineare la buona fattura (scrittura, arrangiamento/produzione) di un lavoro realizzato da professionisti seri, come lo è “Straniero”, poiché le orecchie le abbiamo tutti: fai un paio di click e ascolta tu stesso senza che nessuna ‘autorità’ o nessun ‘competente’ ti fornisca pre-giudizi in proposito. Se non hai gli strumenti per farti un’idea della buona fattura di una canzone pop o di un lavoro fonografico: allenati! Confronta con altre musiche, studia e incuriosisciti, e casomai ai competenti chiedi come si fa a non subire i loro giudizi: se si rifiutano, stai parlando con le persone sbagliate, cercane altre ugualmente competenti ma valide. Eppoi a me ‘ste cose – la buona fattura di un lavoro – proprio non bastano, questo è davvero il minimo che si possa chiedere alla musica scritta su supporto fonografico. Il dato che ha davvero vinto le mie resistenze, e quindi ha fatto trovare a “Straniero” la sua via verso le mie emozioni, è la sincera urgenza di Davide di comunicare qualcosa di sentito e vissuto, unita al fatto che tale urgenza è coerente con i linguaggi e le forme realizzate.
Quando c’è questo dato – la immanenza reciproca di pensiero-emozioni e forme/strumenti – allora non conta più che si tratti di neosoul, industrial, pop da classifica o serialismo integrale: ascolta e goditela.
Il  qualcosa in questione è comunicato in un vero e proprio concept album non narrativo, o in cui, per meglio dire, la narrazione è un sottotesto da far compilare e ricompilare a ciascun ascoltatore in base alla propria esperienza di vita. Il concept è costituito dalla risposta alla domanda: “quel senso di estraneità che mi prende oggi ovunque, sia in un luogo fisico come la mia nazione di origine sia in uno immateriale come un rapporto amoroso, è o può essere un valore aggiunto, una virtù?”. La risposta di Davide è affermativa: sì, essere “stranieri”, condizione oggi ineludibile, è una virtù, perché – elaborata con gli strumenti gemelli dell’amorproprio e della valorizzazione delle differenze –  permette di articolare dialettiche come in una storia d’amore. Nelle canzoni il soggetto è sempre una “lei” mai definita nei suoi contorni, mai digitale, complessa, sfumata come nei sogni, da dormienti o a occhi aperti che siano: la propria terra, la propria cultura, la donna amata. Ok, ora basta, il resto lo trovi nei vari rilanci di comunicati stampa della comunicazione ben condotta da Davide e dai suoi collaboratori. Quindi ora non ti resta che ascoltare, e realizzare la tua virtuosa “estraneità”.
Ah! Già che ci sei, dopo aver ascoltato, trova il tuo modo di dire “grazie” ai lavoratori che hanno fatto questa tua musica, così te ne possono fare altra! In questo caso, per esempio, io ho scelto di fare così: ho prenotato l’album su CD. In realtà del CD non me ne faccio niente: ascolto sempre tutto in streaming da internet, e “Straniero” sarà disponibile anche su Spotify, servizio cui sono abbonato. Ma Spotify non farà arrivare nulla a Davide e ai suoi collaboratori – e fare un disco così e promuoverlo costa parecchie migliaia di euro! – quindi acquistando il CD ho formulato il mio “grazie!” a sostegno di un musicista capace di scegliere – dopo il suo passaggio da “X-Factor” in TV – tra fottermi e violentarmi coi meccanismi industriali e televisivi, e invece – come ha fatto Davide realizzando “Straniero” con Macro Beats Records – proseguire dritto nella strada di una indipendenza produttiva  e distributiva sostanziale, che infine va a vantaggio di entrambe le parti: la sua come artista, la mia come ascoltatore. Del resto, nel caso della mia scelta, la copia del CD di “Straniero” posso regalarla a chi non ama o non sa o non vuole ascoltare musica da internet, per esempio i miei genitori, così regalando emozioni ad altri, e contribuendo a diffondere musica valida, ben fatta da artisti e lavoratori che dimostrano nei fatti di voler bene a me volendo bene a se stessi.
Buon ascolto anche a te!
[Gi.]

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Davide Shorty | “Straniero” (Macro Beats Records, 2017)
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10 dischi e i loro perché: un isolano sull’isola deserta

Quali dischi porti sull’isola deserta? Perché?”
Sono le luciferine domande su cui si basa la rubrica ‘Isole’ su Open – la musica e le sue storie. Il prog-head, comunicatore e scrittore Paolo Carnelli (PROG Italia, Suono)  – le ha fatte a tanti (ottimi!) colleghi musici, e a ‘sto giro toccò a me.
Non avete idea di quale inferno possa diventare selezionare solo 10 album, ma alla fine, tra storie della musica e storie personali, ne sono venuto a capo (per adesso..!): per chi volesse ascoltarli o riascoltarli, scoprirli o riscoprirli.
Li trovate qui » “Gianluca Cangemi (Almendra Music) – i 10 dischi dell’isola deserta del compositore e produttore palermitano”
Buon ascolto!
[Gi.]

Link

16 album nel 2016 (“Top” sarai tu!)

Il 2017 è appena avviato. Ancora pochi giorni fa proliferavano, in tutti i media mainstream e di settore, liste di “Top 5-10-30-50” di album pubblicati nel 2016. Oggi il concetto di “Top” (e analoghi) oscilla tra il ridicolo, l’inconsistente e l’invecchiato malissimo. Viviamo infatti in un mondo in cui, più che mai, nessuno è in grado di conoscere tutto, neppure soltanto in una specifica nicchia, genere, stile, tradizione, scena o nazione. Pertanto se qualcuno si proclama giudice di ciò che è “Il Meglio dell’Anno” state certi di avere innanzi un millantatore, in buona o cattiva fede (o, nella migliore delle ipotesi, qualcuno teneramente anziano: rabbioso, nostalgico o spaesato che sia).
Orde di giornalisti e addetti stampa saranno a questo punto sulla difensiva, pronti a dire che sì, è vero, ma s’ha da semplificare eppoi c’è l’abitudine, signora mia. Embe’? L’unico motivo per cui le abitudini sono una bella cosa è che puoi romperle e cambiarle!

Neppure possiamo affidarci più alle classifiche di vendita, come Billboard e analoghe, perché hanno smesso (da decenni!) di essere paesaggi esaustivi della sterminata produzione culturale contemporanea. Infatti la maggior parte dei prodotti culturali transita oggi da canali di diffusione e fruizione che gli indicatori di vendita non riescono a intercettare. Inoltre la fruizione culturale non passa più necessariamente da canali di vendita: a me infatti fanno quasi tenerezza quei media che si ostinano a far finta che non esistano prodotti culturali (peraltro in più casi di gran pregio) disponibili su supporti solo digitali, o che non abbiano Il Distributore (che poi “il distributore” oggi in realtà ce l’hanno pure quelli che non ce l’hanno: semplicemente, coincide col produttore, esattamente come il signor Mozart compositore del suo nuovo pezzo coincideva col signor Mozart pianista che suonava quello stesso nuovo pezzo. A me fa molto ridere il pensiero che un Mozart che autoproduce la sua serie di concerti, per la quale compone le musiche e raccoglie le sottoscrizioni, oggi sarebbe del tutto ignorato, se non bollato come “sfigato”, dagli stessi che sul suo fantasma si reggono in piedi alcuni secoli dopo…).
Viviamo nell’epoca in cui ogni prodotto culturale è potenzialmente a portata di ognuno di noi senza necessità di mediazioni . Chiunque può raggiungere in pochi secondi tutto ciò che il produttore decide di rendere accessibile, nei (tanti!) casi migliori pure direttamente alla fonte: fai click su “play”, ascolta l’anteprima (sempre più spesso integrale, nei casi più virtuosi), e valuta tu stesso, affidandoti alla tua sensibilità, al tuo gusto, alla tua cultura. Se pensi che quel prodotto culturale faccia per te, allora compensa chi l’ha realizzato, secondo le tue possibilità e attitudini: puoi dare soldi direttamente all’artista/produttore, puoi continuare ad ascoltare gratis online e però comprare una copia su supporto fisico da regalare (a chi è più anziano o non ama la fruizione da web/smartphone/tablet/PC), o anche puoi compensare l’artista/produttore condividendo il più possibile sui social network la sua opera che ti piace.

A me questa situazione non dispiace: una delle sue conseguenze è che siamo di nuovo costretti a confrontarci tra amici, a scambiarci opinioni, punti di vista, differenze, consigli. Costretti, anche, a riassaporare il gusto della scoperta e della riscoperta, del nuovo e del rinnovato, dello sconosciuto e del ri-conosciuto.
Abbiamo cioè la possibilità, se la vogliamo e sappiamo cogliere, di rimodulare le nostre fruizioni culturali a misura dei nostri rapporti umani, senza che queste dipendano necessariamente dalle esigenze di bilancio di qualche azienda.
Il mio amico e collega Giovanni Di Giandomenico, in una recente intervista, ha sintetizzato tutto questo con una formula che trovo brillante: “è più sano, più umano, in fin dei conti è un po’ una sorta di musica a kilometro zero“.

È in questa attuale realtà che inauguro il mio nuovo blog: Haimaz, parola che i filologi ci dicono essere l’origine germanica di pronipoti come l’inglese “home” (casa) e “hamlet” (borgo), il francese “hameau” (villaggio) e “hangar” (ripostiglio), il tedesco “heim” (casa, rifugio, luogo sicuro), e che ha pure a che fare con l’arabo “hayma” (la tenda-casa dei nomadi nel deserto).

In questo primo post, pertanto, segnalo alcuni album, pubblicati nel 2016, che apprezzo e ascolto, e che quindi mi piace consigliare a chi passi da questa mia, nostra haimaz.
Su alcuni dirò anche qualche mia impressione. L’ordine seguito è acazzodecane: nessuna intenzione di far classifica.
Ho escluso dalle segnalazioni tutte le produzioni cui ho collaborato quest’anno, come produttore, in Almendra Music, sia perché altrimenti avrei esaurito il post solo con queste (ché le pubblicate nel 2016 sono state ben 10!), sia perché non mi piace che ogni condivisione debba essere centrata su te stesso per forza: più spazio agli altri = più spazio  a te!

Non ti resta, dunque, che fare click su “play” e ascoltare: se decidi che qualcosa fa per te, troverai il tuo modo di raggiungere gli artisti/produttori (almeno nei casi in cui siano ancora in vita) e compensarli, secondo le tue attitudini e le tue possibilità.
Buon ascolto!
[Gi.]

David Bowie – Blackstar
label: ISO/RCA/Columbia


Hans Abrahamsen – Let Me Tell You
Barbara Hannigan, soprano
Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks | Andris Nelsons, direttore
label: Winter & Winter

Notti del XX secolo trascolorano nei giorni attuali, sul canto di una Ofelia reincarnata al cubo, intenta a sciogliere i cristalli del Grande Nord in memorie di sensualità italiana. (E la Hannigan è una meraviglia!).

Carl Stone – Electronic Music from the Seventies and Eighties
label: Unseen Worlds

Questo album raccoglie varie composizioni di un maestro della computer music, il californiano (adesso in Giappone) Carl Stone, pioniere di una musica che all’epoca dei brani nell’album era nuova. Musica già consapevole di star quasi diventando Pop, ma che per natura non era né poteva essere commerciale (si ripeteva troppo poco, per esempio, e non aveva ancora realizzato forme canoniche cui abituare un pubblico meno avvezzo a grandi sorprese). Tracce di un periodo in cui fare e pubblicare cosiddetta musica elettronica non era spippolare sulle macchinette per vedere l’effetto che fa. In ogni pezzo vi sono, quasi isolate a mo’ di studio Romantico, tecniche base di trattamento e composizione del suono. Inoltre è tutto fatto con ironia e autoironia, senza quell’autocompiacimento che detesto in molta musica considerata (o più spesso autoproclamata) “sperimentale”.

Niccolò Fabi – Una somma di piccole cose
label: Universal Music Italia

Semplicemente un album emozionante di canzoni molto ben fatte, che riescono (anche) a raccontare l’attuale politico italiano, e la sua infinita transizione, semplificandone con grande efficacia complessità apparentemente inconciliabili. Il tutto attraverso un setaccio lirico di rara finezza, con delicatezza e tenerezza, del tutto alieno da autocompiacimenti, precari piagnistei inutilmente ironici, ancor più inutili destrutturazioni e consimili amenità. Inoltre mi diverte che l’album di canzoni più indie in Italia sia stato pubblicato da una major: canzonettari indiegralisti, please, imparate (cioè: studiate e siate).

Human as Possible – We Need
label: Humans Collecting Memories

Manifesto programmatico di una nuova generazione di esseri umani quindi di artisti, di artisti quindi di esseri umani. Opera a un tempo inclusiva ed esclusiva, sotto le mentitissime spoglie di una pubblicazione ubbidiente ai canoni dell’hipsteria attuale della musica contemporanea. Porta a compimento, interiorizzandole, le migliori sollecitazioni del secolo scorso in un XXI secolo (ormai non più tanto) neonato, alla ricerca di quanto d’umano è rimasto o si possa oggi e domani trovare, inventare.
Giovani maestri di sprezzatura, i tre artisti che si fanno chiamare Human as Possible conciliano ciò che i più anziani di loro (e purtroppo vari loro coetanei in forte ritardo) considerano inconciliabile. Le convenzioni di genere (in questo caso: “ambient”, “drone”, “experimental”, il supporto analogico, il pianoforte malinconico, l’edizione limitata, e così via) sono usate – tutte, organicamente – per sollecitare il non convenzionale, sia compositivo che di fruizione. Opera aperta non ideologica, in cui il rigore formale della migliori tensioni strutturaliste del secolo scorso diventa adulto, si separa da nonni, genitori e fratelli maggiori, e si fa ricerca di libertà sia per chi compone che per chi ascolta. Ecologia del suono priva di sbrodolature fricchettone fuori tempo massimo, che perciò diventa appassionata antropologia. Gli approcci nati nel XX secolo del San Francisco Tape Music Center finalmente liberati dal feticismo di se stessi. Nonché, se e quando lo si voglia, la invenzione della installazione sonora (letteralmente) da camera. Incuriositevi, e scoprite come…

Guy Klucevcek – Teetering on the Verge of Normalcy
label: Starkland

Fare e ascoltare musica nata tra e per amici, circondati dai propri amici: è quello che propone Guy Klucevcek in questo godibilissimo album. Abbiamo bisogno di artisti che, emozionandoci, ci ricordano come sono fatti i confini virtuosamente ambigui della normalità, e che ci insegnano a frequentarli, a sfidarli, ad agirli, con piedi-per-terra, fantasia senza fronzoli, e tenerezza.

Kyoka – SH
label: raster-noton

Elettronica aperta, esplorativa, che si lascia sorprendere dai suoni che incontra/provoca. Bel punto di incontro tra il sensuale sound design giapponese attuale e le ormai consolidate astrazioni dell’elettronica nordeuropea. Kyoka accoglie e celebra gli errori inattesi ma non fa dell’errore una ideologia ossessiva. Musica di lettura/ascolto semplice perché complessa e, pur cerebrale, non astratta.

John Renbourn & Wizz Jones – Joint Control
label: Riverboat Records / World Music Network

Quaranta anni di amicizie, quella di Renbourn & Wizz e quelle in comune (omaggiate nell’album), nonché di far musica insieme, che coincisero con percorsi in grado di mettere assieme, in risonanza, il contrappunto di molti secoli fa con le ballate popolari e i Rolling Stones. Inoltre, magistrale (e involontario) ultimo saluto di quel gran gentiluomo ch’è stato – e nella sua fonografia è ancora – John Renbourn.

AA.VV. – Absence
label: Flaming Pines

Bella compilation di musica dall’Iran, realizzata perlopiù con vari strumenti elettronici.
Il titolo, Assenza, è un programma fin provocatorio. I musici presenti in questa compilation hanno infatti osservato (cioè sentito addosso e dentro) che tanto la quotidianità del far musica di ognuno di loro quanto i suoi esiti erano, appunto, assenti da ogni narrazione sulla musica iraniana (come lo sono da quelle della musica araba, sia africana che mediorientale). Tutto ciò che i governi di quelle parti e i media occidentali promuovono, dal Nord Africa e dal Medio Oriente, è funzionale a narrazioni sovraccariche (pseudo)politicamente, tutte incentrate su temi via via più astratti: più maneggevoli della reale complessità della produzione culturale contemporanea, e quindi più utili. Così, denunciano gli artisti in questa compilation, si usa il tema, per esempio, dei “diritti umani” per negare la concretezza quotidiana degli stessi umani portatori di quei diritti. Per questo hanno deciso di rendersi “assenti” dalle proprie città, però continuando a risiedervi e facendovi musica come sempre. Sono convinto che gli esiti, sia musicali che emotivi, di queste musiche, sorprenderanno più di qualcuno…

Moriarty & Friends – Wati Watia Zorey Band | Zanz in Lanfér
label: Air Rytmo

Se postmodern ha da essere, che sia fresco e divertente, letterario e danzabile, e che sappia in dosi eguali di Tropici e di Francia, di sirene, rhum, poeti, pirati e rock’n’roll!

Resina – (album eponimo)
label: 130701 / FatCat Records

Bell’album di debutto da solista di una collega polacca, violoncellista e compositrice, Karolina Rec a.k.a. Resina (“résina”: proprio quella degli alberi). Senza fronzoli né soverchie esibizioni virtuosistiche, Resina dipinge in quest’album rappresentazioni di sensazioni del reale, à la 4-stagioni-di-vivaldi, in forma di dilatati notturni (o diurni, se preferite). Composizioni in cui certe lezioni di sapienti cellisti più anziani – Ernst Reijseger, per esempio –  si incrociano, in modo originale, con quelle di una ambient acustica ben stagionata.

Leonard Cohen – You Want It Darker
label: Columbia / Sony Music


Roger Goula – Overview Effect
label: Cognitive Shift Recordings

Album di esordio sia del compositore che della etichetta che lo pubblica (la quale però non parte senza background, poiché intrapresa discografica di editore specializzato in musica per film e media vari). Roger Goula, forte di solida formazione, realizza e fa realizzare che certe sollecitazioni degli anni ’70 del secolo scorso (specie tedesche: Florian Fricke, giusto per fare un bel nome) hanno trovato una strada verso orecchie non necessariamente autoreferenziali, grazie anche a un uso consapevole dei mezzi fonografici attuali, e complici alcuni esiti del minimalismo U.S.A. e dei suoi post in Gran Bretagna. Piaccia o non piaccia, in giro la chiamano “Modern Classical”, questo album di debutto ne è un buon esempio, e il Muro di Berlino è caduto da un bel po’.

Bruxa Maria – Human Condition
label: Extreme Ultimate

Noise-Rock, Post-Hardcore, Industrial, Sludge… Chissenefrega di come si chiama ‘sta robba! Qui c’è una ragazza a Londra, che conosce le sue tradizioni musicali di formazione e che è consapevole, sensibilmente, di vivere in un mondo che versa in condizioni a dir poco imbarazzanti, e allora imbraccia matita e chitarra, diventa Bruxa Maria, fa più rumore del rumore tutt’attorno, e lo fa bene. Preoccupante? Disturbante? Fastidioso? Opprimente? Sì, molte cose del mondo attuale lo sono, mentre questo album, e questa ragazza, sono semplicemente, nuovamente, finalmente Punk!

Jóhann Jóhannsson – Arrival
label: Deutsche Grammophon (Universal Music)

Il film dalla cui colonna sonora questo album è tratto non l’ho visto, ma le musiche di Jóhann Jóhannsson, collega islandese di lunga gavetta, sono perfettamente in grado di reggersi anche come opera autonoma: quando robbe del genere, senza perdere (troppo) smalto giovanile, arrivano a una diffusione ampia e alla produzione con molti soldi, è bene tendere le orecchie, e godersi l’ascolto.

The Claypool Lennon Delirium – The Monolith of Phobos
label: ATO Records

Quando hai quella urgenza che ogni tanto se non ti prende è un problema, quella necessità di fresca classicità rock, rivolgiti a questo album di ‘sti due lucidissimi e ironici matti: andrai sul sicuro. Serio come solo sa esserlo un bambino che gioca.